Olmert: esercito, niente limiti

Nessun limite per le forze armate. L’appoggio di Olmert sarà pieno. Incondizionato. Tutto sarà permesso pur di raggiungere l’obiettivo. Che stavolta è: fermare i razzi katiusha. Vola alto il premier Ehud Olmert, accorso al fronte dalle sue truppe: «Avete il mio pieno appoggio, non ci stiamo fermando, un milione di residenti non possono vivere nei rifugi. Su questa base non ci sarà limite per l’esercito». Dalla Knesset, il ministro della difesa Amir Peretz rilancia: «Non ci saranno limiti per l’esercito, neutralizzeremo tutte le postazioni di lancio di Hezbollah. E non avremo limiti. Bombarderemo ovunque, Non soltanto al sud». E già gli fa eco Shalom Simhon, ministro dell’agricoltura: «Non soltanto fino al fiume Litani: andremo fino al fiume Awali».
Dimentico di 27 giorni di guerra già passati senza successi di alcun genere, il m inistro della difesa (e leader laburista) Peretz avverte: «Fallita la via diplomatica, resta soltanto quella militare con il Libano». E prosegue: «Adesso bombarderemo anche le infrastrutture civili». Molte delle quali sono già state rase al suolo: non ne restano più così tante, tra queste ci sono le sedi del governo libanese.
Si sgolano Peretz ed Olmert dopo che in tre settimane l’esercito continua ad arrancare nel sud del Libano, le spese di guerra aumentano, i morti anche, ed i razzi hezbollah continuano a piovere. Una guerra cominciata in risposta al rapimento di due soldati, proseguita per eliminare Hezbollah, andata avanti per preparare la strada ad una missione di peacekeeping internazionale e adesso nuovamente prorogata per impedire il lancio di nuovi katiusha. In sostanza, una modifica costante degli obiettivi, di volta in volta – sembra – più difficili da raggiungere.
Per i due leader israeliani la campagna di Libano è diventata anche una questione di sopravvivenza politica. Questa era la loro guerra, la chiave per il consenso ad un governo debole e raccogliticcio, costretto a raccogliere un’eredità pesante: quella di Ariel Sharon. Ma quell’eredità non appartiene ad Olmert e nemmeno a Peretz: l’ombra di Arik è tutta sul generale in capo dell’esercito israeliano, Dan Halutz. E questa guerra porta anche la sua firma.
Pilota fuoriclasse, collaudatore di F-16, reduce della guerra di Yom Kippur e della campagna libanese dell’82, Dan Halutz non è certo quel che si definirebbe uno stratega, né può vantare alcuna formazione accademica militare. Sul versante tattico il comandante in capo è sicuramente il più sguarnito degli ufficiali israeliani: niente accademie militari, nessuna preparazione teorica. Viene dall’aviazione, ed è solo il secondo pilota in cinquant’anni a guidare Tsahal, l’esercito israeliano.
La fortuna di Halutz è stata la Seconda Intifada: nel 2002 gli venne affidata la direzione di tutta l’aviazione e da allora inaugurò una campagna di bombardamenti sui territori palestinesi costata la vita a decine di civili. La tattica era semplice: bombardare gli edifici sospetti con gli F-16. Le possibilità di colpire il ricercato di turno erano effettivamente piuttosto alte, ma gli «effetti collaterali» anche. Ad esempio, nel 2002 Haluz fece centrare un edificio civile nel centro di Gaza con una bomba da una tonnellata, uccidendo il miliziano palestinese Salah Shehade ma anche altri 14 civili. E diventando celebre per un’intervista: alla domanda di cosa si provi a sganciare un ordigno del genere nel centro di Gaza, il generale rispose candido: «Un leggero sbalzo del velivolo».
L’abuso dei bombardamenti aerei non è certo l’unica novità timbrata Halutz. È sua anche la minuziosa collaborazione imbastita fra servizi segreti – in genere sempre staccati dall’esercito regolare – ed aviazione, senza la quale la pratica degli «omicidi mirati» non sarebbe mai stata possibile. L’ascesa di Halutz a capo delle forze armate arriva con il disimpegno da Gaza, e con il vuoto di potere creatosi quando il generale Moshe Ya’alon rassegna le dimissioni per protesta contro il piano di Sharon. È Halutz a riempire quel vuoto, scatenando le proteste dei pacifisti israeliani, per i quali il generale aveva in passato auspicato il processo per alto tradimento, e che subito si appellano alla giustizia cercando di impedirne l’insediamento. Un appello perso in partenza, perchè Halutz godeva e gode di tutto l’appoggio delle istituzioni. E c’è da temere che, a guerra finita, in caso Olmert e Peretz raccolgano i dividendi di un fallimento politico, sia Dan Halutz l’unico a conservare lo scranno.