Ok alle torture dai comandi Usa

L’Unione per le libertà civili: via libera agli abusi da un memo del gen. Sanchez

Imilitari e gli agenti incaricati di condurre gli interrogatori nel carcere di Abu Ghraib erano stati ufficialmente autorizzati dal generale Sanchez, allora comandante delle truppe Usa in Iraq, ad usare dei metodi che violavano le Convenzioni di Ginevra e le stesse regole dell’esercito Usa, tra i quali l’uso di cani inferociti per terrorizzare i prigionieri e «manipolazioni dell’ambiente» come esporre i prigionieri a temperature elevate o bassissime, privazioni sensoriali, privazioni del sonno, costringere i detenuti in posizioni dolorose, farli vivere in ambienti disgustosamente maleodoranti. Lo ha confermaun memorandum del 14 settembre del 2003 dello stesso generale Sanchez, capo del corpo di occupazione Usa in Iraq quando scoppiò il caso delle degli abusi, delle torture e delle umiliazioni sessuali ai quali erano sottoposti i prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, alla periferia di Baghdad. Il documento è stato reso pubblico ieri dall’American Civil Liberties Union (Aclu) che l’ha ottenuto sulla base del Freedom of Information Act ma solo dopo l’intervento di un giudice che ha ingiunto al Pentagono di consegnare i materiali chiesti dall’associazione per i diritti umani. «Il generale Sanchez ha autorizzato teniche di interrogatorio – ha dichiarato ieri Amrit Singh, avvocato dell’Aclu – che erano in evidente violazione della Convenzione di Ginevra e degli stessi standard dell’esercito». Il legale che è riuscito ad ottenere la consegna dei documenti dal Pentagono ha poi sostenuto che lo stesso generale Sanchez e altri alti ufficiali, avendo la «responsabilità» delle diffuse violenze ai danni dei prigionieri «dovrebbero risponderne» davanti alla giustizia. Coerantemente con questa premessa l’Aclu ha denunciato sia il generale Sanchez sia il ministro della difesa Donald Rumsfeld in quanto responsabili per le torture contro i prigionieri nelle mani dell’esercito Usa.

Nel memorandum il generale Sanchez elenca una serie di teniche di interrogatorio permesse in Iraq precisando però che alcune di queste potevano essere applicate solamente dietro sua autorizzazione. Autorizzazione che successivamente ha negato di aver mai dato. Secondo Singh almeno dodici di queste tecniche sarebbero andate oltre lo stesso manuale da campo dell’esercito le cui regole sarebbero state redatte tenendo conto delle Convenzioni di Ginevra. Il memoriale del generale Sanchez autorizzava ilcostringere i prigionieri in posizioni dolorose e dava la possibilità di far credere ai detenuti di essere interrogati da agenti di altri paesi che non fossero gli Usa. In riferimento al documento del generale Sanchez la commissione di inchiesta del Pentagono sulla gestione dei prigionieri in Iraq, guidata dall’ammiraglio Albert Church, ha sostenuto che «nessuna delle tecniche contenute nel rapporto sulla politica degli interrogatori avrebbero permesso abusi come quelli verificatisi ad Abu Ghreib».

In realtà alcuni dei documenti consegnati all’Aclu dopo oltre un anno di attesa e su ingiunzione di un tribunale federale, dimostrerebbero che i maltrattamenti e le torture sarebbero avvenuti (e probabilmente ancora lo sono) non solo nel carcere alla periferia di Baghdad ma anche in molti altri centri di detenzione sparsi in tutto il paese. Uno di questi sarebbe stato la prigione presso la base Usa nella città di Mosul gestita dal 311esimo battaglione della Intelligence militare della 101 divisione aerotrasportata. In un memoriale, risalente al gennaio del 2004, un ufficiale incaricato di un’inchiesta di routine dopo che uno studente liceale fermato con suo padre era stato ferito gravemente alla mandibola, sostiene che «vi sono concrete prove le quali suggeriscono che il personale del 311 esimo… ha portato avanti torture fisiche».

Intanto in Iraq in soli cinque mesi il numero dei prigionieri nelle carceri Usa è quasi raddoppiato passando da 4300 detenuti «ufficiali» a oltre 10.500 alla fine di febbraio. Di questi almeno 100 sarebbero minorenni. Non è stato specificato se tra questi vi sono anche bambini di età inferiore ai quattordici anni così come quante siano le donne progioniere degli Usa. Dei 10.500 prigionieri in Iraq 1.200 sono trattenuti in sistemazioni provvisorie presso le basi avanzate e gli altri 9.300 in tre prigioni permanenti: Abu Ghreib, Camp Cropper all’aeroporto di Baghdad e Camp Bucca nel sud del paese. Se la vita nelle prigioni Usa in Iraq è un inferno la situazione nel resto del paese occupato non sembra essere poi migliore: il numero dei bambini malnutriti in Iraq, secondo una commissione dell’Onu, sarebbe raddoppiato dalla caduta del regime di Saddam Hussein ad oggi. All’indomani del rovesciamento del regime era affamato il 5% dei bambini sotto i cinque anni di età mentre nel dicembre del 2004 tale percentuale era salita al 7,7%. In tutto, sostiene Jean Ziegler l’esperto della commissione diritti umani dell’Onu per il diritto ad un’appropriata nutrizione, più di un quarto dei bambini iracheni non ha abbastanza da mangiare. Non solo. Jean Ziegler ha inoltre sostenuto che, secondo un rapporto Usa dell’ottobre del 2004, dall’inizio dell’invasione sarebbero morti almeno 100.000 iracheni in più, in gran parte donne e bambini, rispetto ai decessi previsti sulla base delle percentuali di mortalità alla vigilia della guerra. Di questi, ha continuao Ziegler «molti sono morti in seguito alle violenze, ma molti altri in conseguenze delle sempre più difficili condizioni di vita».