Ogni ora 18 milioni di profitti per le sette sorelle dell´oro nero

Adesso negli Usa sono in molti a chiedere una tassa straordinaria per le compagnie

Quasi 40 miliardi di utili in tre mesi. Pari a 436 milioni di profitti al giorno, 18 milioni all´ora o 5mila euro (10 milioni di lire del vecchio conio) al secondo. Le “sette sorelle” del petrolio (Exxon, Shell, Bp, Eni, Total, Conoco e Chevron) festeggiano a suon di record l´anno d´oro dell´oro nero. Ma i loro risultati stellari – Exxon da sola ha fatturato 100 miliardi guadagnando 10 miliardi in un trimestre – stanno iniziando a far gola a politici e amministrazioni a caccia di liquidità per far quadrare i bilanci.
Il primo siluro – un po´ a sorpresa – è arrivato dalla patria del libero mercato: a Washington, infatti, una variopinta rappresentanza trasversale di democratici e repubblicani ha già iniziato a chiedere una tassa straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere: «Sono furibondo, come penso tutti gli americani – ha detto per tutti il senatore della maggioranza Jude Gregg – Macinare utili alle spalle dei cittadini è inaccettabile e quindi dovremmo reintrodurre un prelievo fiscale come abbiamo già fatto negli anni ´70. E i proventi dovrebbero essere utilizzati per ridurre le bollette del riscaldamento dei meno abbienti». Proposta che come prevedibile non ha scaldato molto i cuori dell´amministrazione del texano George Bush, vicino se non altro per estrazione geografica agli interessi delle major. «Siamo tendenzialmente contrari a ipotesi di questo tipo – ha risposto il segretario all´energia Samuel Bodman – Quando abbiamo preso provvedimenti simili i risultati sono stati spesso disastrosi». La resa dei conti sarà però già la prossima settimana quando i numeri uno di Exxon, Shell e Conoco saranno chiamati davanti a una Commissione di Capitol Hill per difendersi dall´accusa di far profitti sulla pelle degli americani.
Il bottino 2005 delle sette sorelle rischia in effetti secondo le stime degli analisti di essere impressionante: i loro utili in dodici mesi dovrebbero arrivare vicini ai 140 miliardi, un record assoluto. Merito di un micidiale (per i consumatori) boom della domanda – innescato soprattutto dalla Cina – scontratosi con la cronica scarsità dell´offerta. E proprio su quest´ultimo fronte gli esperti puntano il dito contro l´inerzia delle major: negli ultimi anni in effetti tutti i big – malgrado la redditività alle stelle – hanno tenuto tirato il freno a mano alla voce investimenti, evitando accuratamente di aumentare la loro capacità di raffinazione. I motivi sono tanti: la prudenza delle sette sorelle, ad esempio, si spiega in parte con la lezione imparata a caro prezzo sulla loro pelle negli anni ´90, quando l´eccesso di produzione ha spinto a 10 dollari al barile il prezzo del petrolio. Ma certo tenere chiusi i rubinetti dell´offerta garantisce anche di tenere a livelli elevati per ragionevoli periodi (i nuovi investimenti hanno tempi lunghi per andare a regime) il prezzo del greggio. Penalizzando chi ogni giorno deve riempire il serbatoio della sua auto ma gonfiando i risultati di chi gli vende la benzina.
Le casseforti della major sono diventate così una specie di slot machine dove i soldi scorrono a fiumi: Bp distribuirà quest´anno 23 miliardi di dividendi (più di tutte le società di Piazza Affari), Exxon è arrivata a valere in Borsa 358 miliardi di dollari e nel 2005 dovrebbe scalzare Wal-Mart (grandi magazzini) dal podio di più grande azienda americana. I titoli del settore hanno in media raddoppiato il loro valore negli ultimi due anni. La timida frenata dei prezzi del greggio di questi giorni potrebbe forse limare qualche spicciolo dalla montagna di denaro accumulata grazie alla corsa dell´oro nero. Ma nessuno dei big sembra preoccuparsene: da inizio anno – malgrado il petrolio alle stelle – i consumi di carburante sono aumentati dell´1,3% in volume a livello mondiale.