Oggi le tute amaranto non hanno più paura

Viaggio in Basilicata, a un anno dalla «primavera» che ha cambiato la Fiat

La primavera è tornata nella piana di Melfi, e le tute amaranto degli operai Fiat brillano come nei 21 giorni del 2004. Quelli che hanno cambiato la storia di questo pezzo di Basilicata, dando speranza a tanti italiani: «potremmo fare come a Melfi», si diceva nelle fabbriche già subito dopo la vittoria sulla multinazionale dell’auto. Siamo tornati dopo un anno esatto – l’accordo con la Fiat fu siglato il 9 maggio – e negli stabilimenti della Fiat Sata e dell’indotto l’effetto positivo delle lotte è visibile. La «primavera di Melfi» è durata parecchi mesi, e si è estesa a macchia d’olio in altre imprese della regione, portando a una serie di battaglie sindacali e di successivi accordi che hanno migliorato la vita di molti operai. Ma sono rimasti aperti anche diversi problemi, mentre si sente sempre più forte la crisi della Fiat e del settore metalmeccanico italiano.

«I capi adesso ci rispettano»

I cambiamenti si vedono anche dalle piccole cose. Prendiamo, ad esempio, il numero telefonico che gli operai devono chiamare per avvisare in caso di malattia. «Prima dei 21 giorni c’era un sistema folle, i lavoratori telefonavano terrorizzati – ci spiega Giorgia Calamita, la delegata Fiom Cgil finita su tutti i giornali quando, proprio nel giorno delle cariche sugli operai, cominciò a offrire fiori ai poliziotti in tenuta antisommossa – Il fatto è che spesso le chiamate non venivano registrate, e dall’altro capo del telefono il caporeparto faceva di tutto per dissuaderti dal restare a casa: molti venivano al lavoro con la febbre. Se poi non ce la facevi a venire, negavano che li avevi chiamati, e giù con i provvedimenti disciplinari». Le tute amaranto, in effetti, sono stati tra i più grandi collezionisti europei di lettere di contestazione e punizioni: negli ultimi due anni se ne erano contate oltre novemila, per i motivi più futili. «La fabbrica sembrava una caserma – dice il delegato Fiom Dino Maniscalchi – E solo adesso, finalmente, respiriamo». Dopo l’accordo di maggio, è stato istituito un numero che registra automaticamente le chiamate, senza parlare con i responsabili, in modo da tutelare gli operai più deboli: sono quei dettagli che fanno capire che l’atmosfera è cambiata.

«E’ vero, oggi veniamo consultati dai capi, il sindacato è tenuto in considerazione: la Fiat sa che ha perso il consenso nella fabbrica e cerca di riconquistarlo. Ma intanto deve vedersela con le Rsu». Emanuele De Nicola, anche lui delegato Fiom, è certo che quei ventuno giorni, i presidi e le polemiche, le cariche della polizia e la solidarietà, la pasta in comune e il freddo nei tendoni hanno impresso un segno che difficilmente verrà cancellato: «La rivolta era cominciata quando la Fiat aveva deciso di mettere in libertà gli operai della Sata (la casa madre, ndr) perché alcune aziende dell’indotto scioperavano per i precontratti. Era un modo per dividerci, per metterci l’uno contro l’altro: vedete, era il messaggio, a causa dei loro scioperi voi non potete lavorare e dovete restare a casa senza stipendio». «Per provocarci – continua il delegato Fiom – la Fiat aveva attuato una messa in libertà senza cassa integrazione. Noi non abbiamo abboccato, e ha prevalso la solidarietà: i presidi li abbiamo fatti tutti insieme, senza dividerci». E oggi? «Hanno cambiato il responsabile del personale, e tanti altri capi intermedi – incalza Giorgia – La Fiat ha dichiarato che era colpa dei singoli quadri, perché non sapevano dialogare con noi».

Proprio in questi giorni c’è stata la prima messa in libertà dopo un anno: per un guasto agli impianti, oltre 500 operai fermi per 8 ore. I capi, ricordando il passato, hanno subito convocato le Rsu e specificato che era stata già fatta richiesta di cassa integrazione all’Inps. Tanto per mettere le mani avanti. Per i 5 mila operai della Sata, insomma, le lotte della passata primavera hanno portato buoni frutti, e non solo nei rapporti interni. Fine della «doppia battuta» (due settimane consecutive con il turno di notte), l’equiparazione salariale agli altri stabilimenti Fiat del paese, un accordo successivo che ha reso i turni più vivibili.

«Effetto Melfi» a macchia d’olio

Giuseppe Cillis, segretario della Fiom Basilicata, ha preparato una tabella dettagliata: qui si può leggere l’«effetto Melfi». Dieci accordi firmati dopo i 21 giorni, che hanno coinvolto 10 mila lavoratori. E non solo negli stabilimenti della Fiat e dell’indotto: è il caso della Stm di Potenza (reintegrato un delegato Fiom, 2 milioni di investimenti, mensa, Par e premio aziendale), della Com di Palazzo (conferma dei contratti atipici, orario di lavoro, salario e aumento maggiorazioni), della Elbe di Potenza (una tantum di 500 euro, mensa, relazioni sindacali), della Firema e della Mhale, sempre di Potenza (aumento di 628 euro nella prima, di 546 nella seconda, conferma di contratti a termine e investimenti). Tutte vertenze fiorite sulla scia dei presidi di Melfi, in alcuni casi riproposte con le stesse modalità: blocchi delle merci, tendoni con turni di guardia, scioperi a oltranza, assemblee e trattative. Così pure sono migliorate le condizioni nell’indotto: i 3200 dipendenti delle aziende satellite, godono dal dicembre scorso degli stessi aumenti salariali ottenuti dai «fratelli maggiori» della Sata. E se non bastasse, conquista di neppure dieci giorni fa, hanno ottenuto le maggiorazioni festive tutti gli operai della manutenzione e dei servizi indiretti. Sebastiano Valiante, Rsu Fiom della Itca, conferma che nell’indotto l’aria è più respirabile: «Prima bisognava fare sciopero solo per parlare con l’azienda, adesso se c’è un problema i dirigenti accettano di incontrarci».

Ma non è che tutti i lavoratori si siano compattati, le divisioni fortissime tra i sindacati, che nei 21 giorni toccarono l’apice (si pensi alla contromanifestazione organizzata da Fim e Uilm), a tratti riemergono, e la convivenza non è sempre facile. Un delegato della Tnt ci spiega che la memoria di quei giorni non è condivisa: «Tentano di scaricare sulla Fiom tutti i problemi che non sono ancora risolti, come se si stesse meglio prima. Anche in occasione dell’assemblea del 26 aprile, per l’anniversario delle cariche, mi sarei aspettato una maggiore solidarietà tra di noi». Se è vero che i miglioramenti ci sono stati, gli operai di Melfi dovranno difenderli con decisione: già in novembre si dovrà ridiscutere l’accordo del dicembre scorso, che ha liberato le domeniche dal lavoro e reso la vita quotidiana un po’ più facile. «Le operaie della Sata sono le uniche in Italia, tra le dipendenti Fiat, a fare il turno di notte», conclude Giorgia. Restano i ritmi del Tmc2, troppo pesanti a giudizio di tutte le Rsu. Certo, qui la crisi pare ancora non essere arrivata: mentre a Termini Imerese chiudono per sei mesi, e a Mirafiori sono martoriati dalla cig, a Melfi avranno fatto quattro settimane di cassa da inizio anno. Peggio se la passano nell’indotto, che serve anche Cassino e Pomigliano. Stanno ampliando le linee di produzione e cominciando a investire i 640 milioni di euro annunciati, in attesa dell’arrivo della nuova Punto. Dopo i 21 giorni si è passati da 1200 a 1400 auto al giorno. Ma con la crisi che sta affossando la Fiat, chi può sentirsi al sicuro?