Oggi al summit di Riga l’ombra dell’Afghanistan

Si svolge oggi e domani a Riga, capitale della Lettonia, il summit dei capi di stato e di governo dei 26 paesi della Nato. La scelta del luogo non è casuale: quello che un tempo era territorio sovietico oggi rappresenta la frontiera orientale della Nato. Nella sua espansione a est, essa ha inglobato nel 1999 i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004, si è estesa ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Repubblica jugoslava). Ora sta per inglobare Albania, Croazia e Macedonia, e si prepara a fare lo stesso con Georgia e Ucraina. Ma il raggio d’azione dell’Alleanza atlantica va ben oltre: oggi le sue forze combattono sulle montagne afghane.
Significativamente, il libro fotografico preparato per i partecipanti al summit è intitolato «Nato in azione». Nella presentazione si vede un piccolo bambino che, sorridente, guarda il libro esprimendo la sua «approvazione». La realtà è però meno idilliaca. L’espansione a est della Nato sta provocando crescenti tensioni con la Russia, acuite dal piano statunitense di installare missili anti-missile in Polonia, Repubblica ceca, Bulgaria e Ungheria. Mosca ha avvertito che, di fronte a questo «scudo», la cui funzione non è difensiva ma offensiva, prenderà delle contromisure.
Ancora più critica la situazione in Afghanistan, dove la Nato è impegnata in quella che nella presentazione del summit viene definita «la missione prioritaria dell’Alleanza». Dopo aver assunto con un colpo di mano la direzione della missione Isaf, la Nato ha esteso le operazioni militari a tutto il paese. Non è una missione di «peacekeeping», ma un vera e propria guerra le cui vittime sono soprattutto civili: lo conferma la notizia, data dal New York Times (17 novembre), che, «di fronte alla crescente richiesta di copertura aerea da parte delle forze Nato, l’aviazione Usa ha condotto oltre 2mila attacchi aerei in Afghanistan negli ultinmi sei mesi». Con il risultato che, man mano che cresce la reazione delle popolazioni ai bombardamenti e rastrellamenti, i talebani si rafforzano. Di fronte al «deteriorarsi della situazione», il presidente Chirac propone di costituire un «gruppo di contatto per l’Afghanistan», allargato a Onu e Banca mondiale, per «aiutare la Nato a rivedere la propria strategia».
Il presidente Bush preme invece perché gli alleati si assumano in Afghanistan maggiori compiti, sia accrescendo i propri contingenti per aumentare il numero di effettivi Nato (oggi circa 33mila), sia soprattutto impegnando le proprie truppe in operazioni di combattimento. La Casa bianca lamenta che tale compito è svolto quasi esclusivamente da Stati uniti, Gran Bretagna, Canada e Olanda. Preme quindi perché le truppe di altri paesi – soprattutto Germania, Italia, Francia e Spagna – siano impegnate in combattimento senza alcuna restrizione. «Porre delle restrizioni all’impiego delle truppe in tali operazioni significa porre delle restrizioni al futuro della Nato», ha dichiarato alla vigilia del summit il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, il quale aveva già affermato che non esiste alcuna scadenza per l’impegno della Nato in Afghanistan.
Il presidente Bush si presenta però al summit di Riga indebolito dal disastroso esito della guerra in Iraq, nella quale gli Usa sono riusciti a coinvolgere anche la Nato in funzione di addestramento e supporto delle truppe governative. Non desisterà però dal premere sugli alleati perché partecipino sempre più alla «guerra globale al terrorismo». Cercherà sicuramente di ottenere un ulteriore aumento della spesa militare dei membri dell’Alleanza, che già complessivamente ammonta ai due terzi di di quella mondiale. Cercherà allo stesso tempo di ottenere la partecipazione della Nato al pattugliamento navale delle rotte petrolifere. Tra le rotte che la Nato dovrebbe «proteggere» – ha precisato il generale Usa James Jones, comandante supremo alleato in Europa – rientrano anche «quelle attorno al Mar Nero e tra l’Africa e l’Europa». La «Grande Nato» non ha ormai più confini.