Occupati, il gioco dei numeri

In occasione della visita di sabato a Torino, il presidente del Consiglio ha dichiarato a un´emittente locale che “noi abbiamo creato un milione e 560 mila nuovi posti di lavoro.” L´affermazione non è originale, poiché Berlusconi ha spesso vantato i successi del suo governo nel far crescere l´occupazione, parlando di oltre un milione di occupati in più da metà 2001 in poi. Dubbi al riguardo sono stati avanzati da varie parti. Ma un numero così preciso, reiterato con tanta sicurezza, può far credere a qualcuno che si fondi su dati fuor di discussione, magari acquisiti da poco. Esso invita quindi a fare alcune verifiche. Stando alle quali, come si vedrà, il numero dei posti di lavoro effettivamente creati in più nei cinque anni del governo Berlusconi risulta assai più vicino allo zero che non al milione e mezzo.
La torreggiante cifra del milione e 560 mila nuovi posti di lavoro comincia a perdere i pezzi non appena si faccia un passo indietro nelle serie storiche degli occupati rilevati dall´Istat. In effetti, se tanti sono i posti creati fino ad oggi a partire dalla seconda metà del 2001, quando il nuovo governo prese ad operare, si dovrebbe constatare che all´epoca gli occupati erano meno di 21 milioni. Cifra cui si arriva sottraendo l´aumento in parola dall´ultima rilevazione diffusa dall´Istat, relativa al terzo trimestre 2005, che indica gli occupati in 22 milioni 542 mila. Il fatto è che gli occupati rilevati nel terzo trimestre 2001 erano già 21,8 milioni. Per trovare una cifra inferiore ai 21 milioni bisogna risalire addirittura al secondo trimestre 1999. Allora, delle due l´una: o i suoi consiglieri non si sono presi la briga di fare un minimo di controlli sui dati disponibili, prima di passarli al presidente; oppure bisogna ammettere che il governo Berlusconi, sebbene fosse allora soltanto un governo ombra, è riuscito per tre anni, dal 1999 a metà 2001, a far crescere il numero degli occupati mentre era in carica il governo di centrosinistra.
Si dirà: è vero che circa 750 mila occupati in più dal 2001 al 2005 sono meno della metà dell´aumento indicato dal presidente del Consiglio; però in una fase di prolungata stagnazione dell´economia è pur sempre un successo. Ma qui cade un´altra parte di quel che resta del galattico numero governativo. Perché oltre l´80 per cento degli occupati rilevati dall´Istat in tale periodo non sono affatto “nuovi”. Sono persone che erano già occupate in precedenza, ma che non essendo iscritte alle anagrafi comunali non venivano captate dalle rilevazioni campionarie delle forze di lavoro condotte settimanalmente dall´Istituto. Si tratta di circa 650 mila cittadini stranieri che sono stati inseriti nelle anagrafi per effetto della regolarizzazione degli immigrati, che ha dispiegato i suoi effetti statistici dalla fine del 2002. In totale, tra il 1° gennaio 2003 e il terzo trimestre 2005 i cittadini stranieri iscritti negli elenchi comunali sono aumentati di quasi un milione di unità, contribuendo a far salire la popolazione residente da 57,3 milioni a inizio 2003 a ben 58,6 milioni a giugno 2005, stando ai bilanci demografici dell´Istat. In tale nuova posizione formale detti cittadini sono finalmente entrati nell´universo statistico su cui si basano le rilevazioni campionarie dell´Istat. Queste hanno quindi potuto contare per la prima volta come “occupati rilevati” anche le centinaia di migliaia di persone tra gli stranieri regolarizzati che un lavoro già l´avevano. In sostanza i posti di lavoro che figurano in più nelle rilevazioni trimestrali dell´Istat non sono stati affatto “creati” dalle politiche governative. Salvo sostenere, ovviamente, che sono state le sue politiche demografiche a far aumentare la popolazione e con essa gli occupati. Al più si può dire che con la regolarizzazione degli immigrati si è reso possibile contare meglio le persone che sono effettivamente occupate.
Si noti che l´effetto della regolarizzazione stessa sulle statistiche dell´occupazione, nelle quali crescono i numeri mentre il numero degli occupati effettivi in realtà rimane fermo, è stato ripetutamente sottolineato da fonti ufficiali. Gli stessi comunicati trimestrali dell´Istat non hanno mancato di rilevare via via che l´aumento degli occupati rilevati negli ultimi anni è dovuto in massima parte all´incremento della popolazione residente. Quanto alla Banca d´Italia, non potrebbe essere più categorica: tra il 1° semestre 2003 e il 1° semestre 2005 “l´incremento della popolazione spiega da solo quasi l´80 per cento della crescita complessiva del numero di occupati” (Bollettino Economico no. 45, nov. 2005, p. 51).
Una volta stabilito che gli occupati rilevati sono aumentati dal 2001 al 2005 di 750 mila unità, ma che almeno quattro quinti di essi lavoravano già prima, il milione e 560 mila nuovi posti di lavoro appare ridursi ad appena 150 mila unità. Trentamila l´anno: non propriamente un risultato epico per un governo che ama dire d´aver fatto più riforme che tutti i precedenti messi insieme. E tuttavia è un risultato anch´esso soltanto in apparenza positivo. Infatti i 650 mila immigrati regolarizzati a partire dal 2003 già lavoravano a quell´epoca, altrimenti non sarebbero stati messi in regola. Ora, sommando tale cifra agli occupati rilevati a fine 2002, gli occupati effettivi di allora salgono a 22,7 milioni, che sono 150 mila in più di quelli rilevati al presente, ovvero nel terzo trimestre 2005. (Con un calcolo analogo ma riferimenti temporali diversi l´ultimo Rapporto congiunturale Ires-Cgil arriva a una cifra ancora peggiore: meno 177 mila). Scavando sotto la cifra del milione ecc. di posti di lavoro in più si potrebbe dunque arrivare a scoprire che ci ritroviamo con oltre 150.000 occupati in meno. Una stima resa plausibile anche dalla diminuzione di 102 mila unità di lavoro a tempo pieno (ULA) nel 2005 indicata dall´Istat a inizio marzo, sebbene le ULA siano stime di input di forza lavoro nella produzione del Pil e non vadano confuse con gli occupati rilevati.
Usare le statistiche con qualche disinvoltura fa parte della politica, specie in tempi di elezione. Lo ha fatto pure Bush nel 2004, anche lui in tema di occupazione. Ma presentare come un aumento d´oltre un milione e mezzo di occupati effettivi quel che non raggiunge un decimo di tale cifra, sempre che non implichi una riduzione secca dei posti di lavoro, merita di certo un apposito capitolo in un futuro manuale sulle strategie elettorali.