Occasioni d’Europa

Il voto francese non ha fatto nascere una nuova Europa e perciò non c’è per ora molto da festeggiare. Ma per costruire quella che vorremmo possiamo dire che ora ricominciamo da tre. Primo: è stata sbriciolata l’arrogante sicurezza di élites politiche (non solo d’oltr’alpe) a tal punto incapaci di capire i loro stessi militanti da non riuscire a prevedere quanto profonda fosse la diffidenza per questa Carta che gli veniva calata sulla testa. E questo nonostante l’alta astensione registrata alle elezioni europee avrebbe ben dovuto avvisare di quanto poco piacesse l’Ue.

Secondo: è stato dimostrato che la critica al Trattato ben più che da fascisteggianti rigurgiti razzisti e attardati sciovinismi proviene dall’elettorato della sinistra parlamentare (PS, PC, Verdi) che a maggioranza – al 63% – ha votato «no» (quasi al 70% il rosso Dipartimento del Nord). Cui va aggiunto il pronunciamento compatto di quella extraparlamentare, in Francia consistente per via della presenza anche del movimento Attac.

Terzo: piaccia o no è una riflessione critica sulla lettera della Costituzione così come sulle politiche comunitarie che l’hanno ispirata è ormai all’odg, la rinegoziazione una reale possibilità.

Naturalmente ieri le migliaia di funzionari della mastodontiche istituzioni eruropee sono tornate alle loro scrivanie.
E la continuità già annunciata del calendario delle riunioni dice che non c’è alcun caos istituzionale in vista. Si torna semplicemente al Trattato di Nizza. Quanto c’è da rilevare, piuttosto è che i «costituenti» non avevano nemmeno preso in considerazione un eventuale rigetto, tant’è vero che non hanno previsto nessuna procedura se non un confuso richiamo che rinvia al Consiglio dei ministri in analogia a quanto dovrebbe avvenire per eventuali revisioni. Il fatto appare tanto più risibile se si pensa che anche ove in Francia fosse prevalso il «si», questo Trattato difficilmente avrebbe retto inalterato in una situazione di così grande instabilità come quella attuale e visto il carattere altamente imprevedibile della situazione che esisterà allo scoccare delle scadenze previste per l’entrata in vigore delle norme più qualificanti: il 2009 per la definizione della nuova maggioranza qualificata; il 2014 per il restringimento della pletorica Commissione.

Ma questi non sono che alcuni esempi per indicare che sarà comunque impossibile non procedere a vistose revisioni del Trattato, tanto più che alla già intrattabile tribù dei 25 attuali stati membri si aggiungeranno fra soli due anni anche Bulgaria e Romania. E già sono alle porte Turchia, Croazia e tutto il resto dei Balcani come è stato previsto al Consiglio di Salonicco (in anticamera, peraltro, c’è anchel’Ucraina).

In questo contesto è davvero poco probabile che le cose restino ferme. Possono andar peggio, naturalmente. Ma c’è anche un nuovo terreno su cui lavorare. Il voto francese è un segnale che ove sia raccolto da chi, cosciente dei pericoli di questa Costituzione, potrebbe ora contribuire a riaprire i giochi, non solo per ottenere che si adottino procedure più consone alla definizione di una Costituzione che mai prima d’ora è stata varata senza diretta partecipazione popolare, ma almeno per «de-costituzionalizzare» il capitolo III del Trattato, quello consacrato alle «politiche e azioni interne», in particolare i capitoli relativi al mercato interno e alla politica economica e monetaria, non foss’altro per rinviarne la materia, come sarebbe sacrosanto, alla legislazione ordinaria.