Obiettivo puntato sul manicomio

In una ampia panoramica, la fisionomia del disagio mentale, dalle prime foto «classificatorie» ai grandi reportage degli anni `60-’70, Come il reportage di Carla Cerati sui «matti slegati» di Franco Basaglia . Fino ai nuovi luoghi di cura, nati dopo l’applicazione della legge 180

«Uun mestiere per persone pensanti», dice Carla Cerati del suo lavoro di fotografa cominciato negli anni `60, prima nella Milano degli operai e degli intellettuali e poi, otto anni dopo, continuato tra le mura degli ospedali psichiatrici a documentare la condizione delle donne e degli uomini internati. Un viaggio nella «città dei folli» durato sei mesi, trascorsi – insieme a Gianni Berengo Gardin – tra Gorizia e Parma, Firenze, Ferrara e Losanna, a testimoniare l’orrore della vita tra le mura del manicomio per dare immagine e sostanza, attraverso un percorso pensato insieme a Franco Basaglia e poi confluito in Morire di classe (Einaudi, 1969), a un universo negato.

Come si è avvicinata alla realtà dei manicomi?

A fine anni `60 mi colpì molto un reportage di Avedon sugli ospedali psichiatrici e cominciai a chiedermi come riuscire a entrare in un manicomio italiano. Avevo letto il libro di Mario Tobino, Le libere donne di Magliano. Gli scrissi allora chiedendogli di poter fotografare all’interno dell’ospedale in cui era primario, ma lui mi rispose che non gli sembrava assolutamente il caso. Contemporaneamente Einaudi pubblicò L’istituzione negata e Che cos’è la psichiatria di Franco Basaglia. Mi misi in contatto con lui, che stava già conducendo a Gorizia la sua battaglia per l’apertura dei manicomi e lui fu felicissimo di lasciarmi fotografare, perché era proprio la cosa che desiderava. Anzi, aveva in mente un progetto molto più ampio, un libro fotografico su tutte le istituzioni repressive, la famiglia, la caserma, la prigione… Poi, per l’urgenza di attirare l’attenzione sulla condizione dei degenti degli ospedali psichiatrici, preferì focalizzarsi sui manicomi, dove aveva una maggiore possibilità di farci entrare. Dico «farci» perché un po’ per amicizia un po’ per timidezza chiesi a Berengo se voleva venire con me.

Prima di cominciare il progetto avete avuto incontri con i pazienti, avete discusso in qualche modo con loro?

Solo a Gorizia, dove Basaglia aveva già cominciato la sua politica di apertura. Lì non c’erano camicie di forza, erano stati abbattuti i muri perimetrali tra un reparto e l’altro e i malati si muovevano liberamente. Ogni giorno si svolgeva un incontro tra medici e pazienti e Basaglia ci propose di chiedere ai pazienti durante l’assemblea il loro consenso a farsi fotografare. Loro si consultarono e decisero di accettare. Visto però che noi avremmo guadagnato dei soldi dall’uso di quelle immagini, ci chiesero un «compenso» di 40 mila lire. Ne abbiamo versate 20 a testa e ci hanno lasciati fotografare liberamente. Mi sono resa conto che a Gorizia la condizione dei malati era molto diversa. Gli altri ospedali erano tutte strutture «chiuse» e la povertà era spaventosa ovunque. Anche questo significava Morire di classe: muri scrostati, malati a piedi nudi, senza biancheria intima, donne coperte da vestaglie di cotonaccio. I segni di un abbandono totale.

Come reagivano i pazienti alla vostra presenza?

In maniera diversa, a seconda della loro condizione mentale. Dagli stessi medici e infermieri abbiamo avuto reazioni moto diverse. A Parma, ad esempio, siamo entrati accompagnati da due infermieri che pensavano che fossimo lì per fotografare l’ambiente. Quando hanno capito che fotografavamo i malati ci hanno fatto smettere e hanno preteso i rullini. Berengo allora mi ha fatto scaricare la macchina e ha nascosto i rullini nell’ombrello, così gli abbiamo dato delle pellicole vergini. Lì ho scattato una delle foto esposte a Reggio Emilia, un malato seduto a un tavolino che fissa lo sguardo in macchina. Subito dopo lo scatto lui mi ha aggredita, mordendomi una gamba. Si è sentito violentato da quello scatto.

Non sono molte le foto della mostra in cui c’è questo scambio di sguardi tra soggetto e fotografo. Questa assenza di complicità è il segno di un dialogo difficile?

Forse questa mancanza c’è più nelle mie foto che in quelle di Berengo. Lui cerca la complicità del soggetto, io invece la escludo, cerco di farmi dimenticare nascondendomi dietro alla macchina fotografica. Ho sempre preferito cercare di «depistare» il soggetto, fingo sempre di guardare al di là della sua figura. Tra le foto di Berengo ce n’è invece una in cui un giovane malato lo guarda facendo con le mani il gesto di inquadrare con la macchina fotografica: al contrario di me lui fa in modo di calamitare l’attenzione del soggetto. Quell’uomo nella foto di Parma è l’unico che mi ha fissato mentre scattavo. Era uno degli sguardi più coscienti, forse proprio ha percepito la violenza della fotografia.

E lei come ha affrontato il problema della violenza dell’immagine «rubata»?

Ponendomi spesso il problema dell’autocensura. Mi è capitato per esempio di fotografare un suicidio: anche in quel caso si trattava di utilizzare l’immagine di una persona che non si può difendere. Ma quella è stata una situazione che non ho cercato, mi è capitato davanti e mi sono trovata istintivamente a fotografare. Nel caso degli ospedali psichiatrici, invece, ho certamente sentito di fare una violenza, ma sapevo di star facendo un lavoro utile di denuncia e questo mi sembrava una motivazione sufficiente. In altri casi è stato diverso: ho tentato un reportage all’istituto dei tumori a Milano dove erano ricoverati bambini in condizioni molto gravi, ma non ho avuto il coraggio di continuare, mi sono arresa. In quel momento erano vivi ma avrebbero potuto non esserlo il giorno dopo. Non avrei voluto essere una madre che vedeva sul giornale la foto del figlio morto.

Insieme a Ilaria Turba lei è l’unica donna presente all’esposizione di Reggio Emilia. Esiste secondo lei un punto di vista femminile nel raccontare il dolore? Una cifra comune ad altre fotografe che hanno affrontato temi affini, come Diane Arbus o Nan Golding?

Ho conosciuto Ilaria all’inaugurazione è abbiamo scherzato sul fatto di essere le uniche donne… ci siamo chieste se per caso gli uomini non siano più «sensibili»… Credo semplicemente che gli uomini siano più numerosi in questo mestiere. Per quanto riguarda il reportage, non credo ci sia una differenza tra sguardo maschile e femminile. Anzi, vedendo certe fotografie di alcuni autori ho pensato proprio a Diane Arbus, perché ho trovato quella stessa attenzione fenomenologica per «il brutto»… un modo che non mi appartiene, perché non mi interessa questa decontestualizzazione del dolore.

Dopo l’apertura dei manicomi non ha mai avuto il desiderio di raccontare il ritorno alla vita degli ex-internati, o la loro quotidianità nei nuovi luoghi di cura nati dopo la 180?

Le rispondo raccontandole una conversazione avuta con Uliano Lucas all’inaugurazione della mostra. Lui ha portato avanti ottimamente il suo lavoro sulla follia anche dopo la chiusura dei manicomi e a Reggio Emilia sono esposti i ritratti che ha fatto a Trieste a ex degenti e personale medico. Guardandoli, gli ho detto: «se vuoi dimostrare che al di fuori delle strutture repressive siamo tutti uguali ci sei riuscito, per esempio io questo signore lo inviterei a cena». «Certo» mi ha risposto lui, «è Franco Rotelli». Ecco, io non vedevo nessuna differenza in quei ritratti, ero convinta che fosse un malato uscito dal manicomio, e il punto è che questo gioco normalità/follia mi sembra troppo facile: non mi interessa dire «fuori siamo tutti uguali». Piuttosto, guardando il pannello all’apertura della mostra con le foto segnaletiche dei malati realizzate all’ingresso in manicomio ai primi del 900, pensavo che non c’è nessuna differenza tra quelle facce, quelle espressioni e quelle che facciamo noi alle macchinette delle fototessere. Siamo già tutti uguali, siamo tutti mostri e deficienti se ci colgono nel momento sbagliato, per questo la sfida del dimostrare come questa gente è ridiventata «normale» non mi interessa.