Obiettivo Poste: mandare a casa 9mila “esuberi”

Per comprendere il significato dell’accordo sottoscritto la notte del 17 Ottobre 2001 e perfezionato con la definizione dei criteri e delle modalità applicative dei modelli di mobilità di cui all’accordo medesimo il 23, fra ministero del Lavoro, Poste Spa e organizzazioni sindacali di categoria, autonomi compresi, occorre definire il contesto nel quale è avvenuto. Poste Spa è oggi un’azienda a rete, o meglio una rete di reti. Questo processo di trasformazione dell’organizzazione del lavoro ha trasformato il vecchio carrozzone burocratico in un’azienda basata sulla tecnologia digitale nel settore del banco posta, lasciandola sostanzialmente inalterata nel settore del recapito.
Tutto ciò ha visto decine di migliaia di lavoratori cambiare mansione, posto di lavoro, queste trasformazioni erano in parte contenute nel piano d’impresa e nei cento progetti collegati. Una cosa che accomuna la vecchia e la nuova organizzazione del lavoro è la sofferenza di chi vi lavora: diritti lesi, professionalità non riconosciute, milioni di giornate di ferie maturate ma il cui diritto ad essere usufruite è negato, straordinario prestato e non retribuito. L’azienda si spinge ogni giorno di più a considerare il lavoratore e il suo tempo a sua totale disposizione sia quando è in servizio che quando non lo è, cosi si spiegano i continui richiami in servizio durante i periodi di ferie, eccetera. In questo quadro, dopo la sottoscrizione del Ccnl dell’ 11 gennaio 2001, i lavoratori auspicavano che il sindacato mettesse in atto quanto aveva promesso.
In altre parole un’iniziativa che avesse al centro la difesa dei diritti e della dignità dei lavoratori appena sottoscritti nel nuovo Ccnl (si pensi alle centinaia di provvedimenti disciplinari cui l’azienda ha sottoposto i lavoratori nell’intenzione di intimidirli). Per fare ciò, occorreva costruire un’ipotesi d’inquadramento, che iniziasse dal riconoscimento di quanto professionalmente i lavoratori già fanno e un premio di produttività a ciò corrispondente. Si sono raggiunti obbiettivi da far gridare al miracolo, il costo del lavoro era l’89% tre anni fa, il 74% un anno fa e il 68% oggi, inferiore a quello della Spagna di Aznar. I ricavi crescono a ritmi altissimi, il contributo dei lavoratori fuori discussione. Sembrava giunto il momento di trovare equilibrate soluzioni che riconoscessero ciò, mettere in cantiere tempestivamente una bozza di piattaforma contrattuale con al centro l’unità del mondo del lavoro in tutto il comparto, che dopo i necessari passaggi democratici potesse essere presentata per tempo alla controparte, memori di dannosa passata esperienza. Un lavoro impegnativo che doveva vedere le Rsu e i lavoratori protagonisti nella costruzione di questa fase “straordinaria” e della relativa mobilitazione. Ad esempio convocando l’assemblea nazionale di tutte le Rsu. In questo quadro, l’azienda anticipa i tempi e, alla faccia delle solenni dichiarazioni precedentemente fatte dall’amministratore delegato dottor Corrado Passera che aveva sempre escluso i licenziamenti, apre la procedura per la 223 e dichiara 9mila esuberi ed eccedenze. L’anomalia è che nella procedura d’apertura della 223 l’azienda scrive esplicitamente che l’obiettivo è non quello di licenziare, ma che la vera necessità è quella di declassare qualche migliaio d’impiegati a portalettere, riequilibrare sul territorio nazionale e territoriale il personale mal distribuito e infine di accompagnare con apposito sostegno al reddito qualche migliaio di lavoratori alla pensione, diminuendo l’occupazione e raggiungendo l’obiettivo supremo e nei tempi previsti il pareggio di bilancio. A fronte di tale provocazione era lecito attendersi che il sindacato dichiarasse subito lo sciopero generale della categoria. Perde tempo e perde pure la sua unità. Quando arriverà a dichiararlo il tarlo del dubbio sulla sua utilità si sarà già impossessato dei più. Il tutto aggravato da una legge come quella sulla regolamentazione del diritto di sciopero ormai più tesa ad impedirlo. Qui inizia poi una trattativa tanto estenuante e logorante quanto destinata ad un esito sfavorevole per com’è impostata, restava solo da definire come, e quanto. I lavoratori sono tenuti fuor da un’informazione degna degli eventi e attraversati da voci che tendono a drammatizzare o a rassicurare. Eppure, nonostante tutto, aderiscono allo sciopero in modo consistente, facendolo riuscire, nonostante la defezione della Uil e dell’Ugl e le mille incertezze. In questo clima si arriva alla pausa estiva. Nel frattempo l’azienda tesse la sua rete tesa a raggiungere l’obiettivo che si è prefissata, ossia il pareggio di bilancio a tutti i costi. Per fare questo occorre ridurre l’occupazione con la contestuale conseguente riduzione del costo del lavoro, effettuare la mobilità sia volontaria che obbligatoria, declassare fuori delle norme contrattuali (appena sottoscritte) oltre mille lavoratori. Ad accordo sottoscritto l’azienda ha ben diritto di ritenersi soddisfatta, è riuscita a ribaltare l’ordine delle priorità imponendo il suo dogma: il pareggio di bilancio. Il tutto fuori da ogni seria verifica delle necessità e con punti dove già emerge contenzioso legale. Nelle prossime settimane l’accordo entrerà nel vivo, ossia nella sua fase applicativa, è facile prevedere punti alti di frizione nel rapporto fra lavoratori soggetti a mobilità forzata e strutture sindacali a cui è delegato il controllo della gestione dell’accordo. Insomma il sindacato si comporta come quel boscaiolo che segava l’albero su cui stava seduto. A questo punto una domanda viene spontanea: perché accade tutto questo? Perché bisogna privatizzare le Poste nel più breve tempo possibile, per questo è necessario raggiungere subito il pareggio di bilancio, incuranti dei costi sociali, e di quanto sta accadendoci intorno, il che indurrebbe almeno alla cautela se solo alzassimo gli occhi. Ma si sa, i dogmi sono dogmi, fino al punto che il cieco guida lo zoppo.