Obama: Una minaccia globale

da www.centrodealerta.org/?p=922#more-922

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Il candidato che riesce a sedurre milioni di persone nel mondo con il parlare di “cambiamento” è diventato uno dei presidenti più bellicosi e imperialisti nella storia degli Stati Uniti. Venduto come un prodotto della “speranza” per l’opinione pubblica internazionale, Barack Obama è stato in grado di ingannare chi lo vedeva come alternativa alla politica aggressiva di Washington. Ma questo “agente di cambiamento” non solo ha ampliato le guerre in Iraq e in Afghanistan, inviando più truppe e aumentando il budget del Pentagono, ma ha anche autorizzato incursioni militari in Pakistan e Yemen, e ora muove una guerra contro la Libia.

Per l’America Latina, la politica di Obama è irriverente e aggressiva, prima con un colpo di stato contro il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, seguita dall’espansione militare di Washington nella regione. Allo stesso tempo, si è rafforzato un atteggiamento ostile nei riguardi di Cuba e Venezuela, pieno di minacce e accompagnato da un incremento dei budget multimilionari per finanziare la destabilizzazione e la sovversione contro i loro governi.

Un tour cinico

Durante la sua prima – e breve – visita nella regione nell’aprile 2009 per partecipare al quinto Vertice di Trinidad, un sorridente Obama ha promesso di lavorare per una relazione tra “eguali” tra il suo governo e i paesi latino-americani. Ma nello stesso discorso, durante il quale si impegnò a fondare sul rispetto il rapporto con i paesi del sud, il presidente degli Stati Uniti ha sfidato la sua stessa promessa. Invitando i popoli latino americani a “dimenticare il passato” per lavorare insieme verso un futuro più “prospero”, Obama ha mostrato le sue vere intenzioni imperialiste: per cancellare dalla memoria – ancora una volta – tutte le atrocità che Washington ha commesso contro l’America Latina.

Quasi due anni più tardi, dopo aver girato il mondo, Obama ha deciso che era tempo di visitare il cortile da lui “abbandonato”. Ma invece di programmare un tour che avrebbe saldato le relazioni tra i vicini del nord e del sud del paese, il suo team ha sviluppato una breve visita in tre paesi, “sicuri”.

La presenza di Obama in Brasile, era ovvia. Il gigante sudamericano è una delle più grandi economie del mondo e ha giocato un ruolo fondamentale nel tentativo di Washington di frenare l’”influenza” del Venezuela nella regione. I documenti rilasciati da Wikileaks dimostrano come diplomatici Usa hanno lavorato per anni con il governo brasiliano per aiutarli a contenere la diffusione della “rivoluzione bolivariana” in America Latina. L’ex presidente Luis Ignacio “Lula” da Silva non si prestò alla strategia degli Stati Uniti, ma molti dei suoi collaboratori servirono come fonti – e ponti – importanti per gli sforzi statunitensi per mantenere il Brasile come superpotenza del Sud America.

Oltre alla sua importanza politica, la visita di Obama in Brasile era un obiettivo economico. Secondo Michael Froman, consigliere di Obama sulle questioni di sicurezza nazionale ed economia internazionale, “Il viaggio è stato orientato soprattutto verso la ripresa economica degli Stati Uniti, le sue esportazioni e il rapporto critico che l’America Latina gioca nel nostro futuro economico e la creazione di posti di lavoro in Usa”. Naturalmente, quando Obama non ha potuto superare le difficoltà economiche a casa, è andato nel suo giardino a guardare come meglio poteva sfruttarlo a proprio vantaggio.

In Brasile, Obama ha promesso due miliardi di dollari per lo sfruttamento petrolifero in acque brasiliane, che ha catturato l’attenzione di molti negli Stati Uniti. Non era una politica di Obama emancipare il paese dal petrolio e creare nuove fonti di energia rinnovabili? Cosa si nasconde dietro a questo accordo, un tentativo di minare il Venezuela come gigante petrolifero della regione, o un tentativo di evitare un altro disastro petrolifero nelle acque statunitensi, come è successo lo scorso anno con l’inquinamento orribile della BP nel Golfo del Messico?

E in Brasile, Obama ha commesso due gravi atti irrispettosi. In primo luogo, con la delusione del governo Dilma Rousseff, nemmeno Obama ha offerto sostegno al Brasile per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che era una questione prioritaria per il paese sudamericano. In secondo luogo, usando il Brasile come proprio ufficio mobile, Obama ha autorizzato la guerra contro la Libia mentre “conversava” con il presidente Rousseff. E’ difficile immaginare un’offesa più grande del trattare un paese sovrano come subordinato alla politica degli Stati Uniti. Obama – primo presidente afro-americano – ha lanciato una guerra contro un paese africano dal paese latino-americano con la più grande popolazione di origine africana nella regione. L’analogia non può essere elusa.

Proseguendo con un trattamento da cortile di casa, in Cile Obama ha rifiutato di rispondere alle domande sul ruolo crudele degli Stati Uniti nella storia contemporanea del Cile – che ha causato migliaia di morti, sparizioni, torture, miseria, persecuzione e repressione di massa. Ancora una volta ha cercato di scrollarsi di dosso la questione con il suo discorso “Dimentichiamo il passato”, mentre non sono ancora guarite tutte le ferite del doloroso “passato”. E per coronare il tutto, da Santiago, Obama ha lanciato una minaccia contro Cuba. “Farò tutto il possibile” per portare il “cambiamento” a Cuba, ha detto, come un re davanti al suo regno, dove mette e toglie i governi come meglio crede.

In El Salvador, Obama è tornato a riaprire le ferite del popolo centroamericano, visitando la tomba di Mons. Oscar Arnulfo Romero, assassinato dalle forze paramilitari addestrate da Washington. Non si è scusato per il brutale assassinio, ma questa volta invece di una spinta a “dimenticare”, la sua presenza è stata l’affermazione della politica interventista e aggressiva del suo governo. Obama, orgoglioso di rappresentare l’impero del male, si è fermato davanti alla tomba di monsignor Romero quasi a celebrare il successo della politica di morte con cui è riuscito a neutralizzare l’espansione comunista nella regione e ora ad installare un governo di “sinistra” in ginocchio davanti a Washington. Il sogno imperialista che si avvera.

Responsabilità di proteggere

A migliaia di chilometri dal suo paese, senza consultare il Congresso e neanche spiegare le sue intenzioni al pubblico statunitense, Obama ha lanciato la sua terza guerra. E’ stato per vigliaccheria che lo ha fatto lontano da casa, o semplicemente perché non gli interessa né gli importa del popolo, da buon imperialista arrogante ed elitario?

Con la scusa della missione “umanitaria”, Obama, insieme ai suoi alleati europei stanno attaccando la Libia – paese africano con grandi riserve strategiche – petrolio e acqua, e un leader, Muammar al-Gheddafi, che è stata la “nemesi” di Washington fin dai tempi di Ronald Reagan. Nascondendosi dietro la nuova dottrina della “responsabilità di proteggere”, Obama e soci stanno bombardando il popolo libico assediandolo con la loro potenza militare.

La dottrina della “responsabilità di proteggere” sostituisce la “guerra preventiva”, concetto bushista che “giustificava” Washington ad invadere o attaccare qualsiasi paese percepito come una “futura minaccia” agli interessi degli Stati Uniti. Ma la “responsabilità di proteggere” va oltre la tesi della “futura minaccia “ e si fonda sulla presunta responsabilità della comunità internazionale di “proteggere” i popoli, ignorando la sovranità delle nazioni.

Non è solo in nome di alcune “libertà” che gli Stati Uniti invadono paesi, ora lo fanno per “proteggere” i popoli. Con il tentativo di Washington di classificare il Venezuela come uno “stato terroristico”, cosa già vista con Cuba, chi potrebbe garantire che il prossimo obiettivo della minaccia Obama non sarà l’America Latina?