Obama nel labirinto siriano

Dopo cinque anni la Casa Bianca si è decisa a nominare un nuovo ambasciatore americano a Damasco. Obama pare aver preso atto dell’importanza della Siria per gli equilibri del Vicino oriente ed ha riconsiderato la posizione assunta dalla precedente amministrazione Bush in merito all’approccio da tenere nei confronti del paese arabo. Occorre tener conto che le relazioni tra Stati Uniti e Siria sono sempre state improntate da un forte antagonismo, che in più occasioni ha rasentato il vero e proprio scontro [1].

Tuttavia nell’attuare la sua svolta l’amministrazione Obama è rimasta fedele ad un antico vezzo della politica estera statunitense: quello di voler dettare condizioni politiche. Il che è curioso, se non proprio controproducente, visto che il regime di Damasco è noto per essere particolarmente suscettibile nei confronti dei diktat e per essere un custode intransigente del valore cardinale della sovranità. Probabilmente quando la signora Clinton ha asserito con aria altera che i siriani devono riconsiderare le loro relazioni con l’Iran ed unirsi al coro occidentale di deprecazione della politica nucleare perseguita da Teheran non ha tenuto sufficientemente in considerazione l’incredibile serie di lunghissime sconfitte che il piccolo paese del levante arabo ha inflitto, sul piano politico e diplomatico, all’arroganza americana nei 50 anni precedenti.

La Siria è stata infatti la culla storica del nazionalismo arabo e panarabo, la cittadella che si è sempre rifiutata di capitolare di fronte alle pressioni dell’imperialismo occidentale nella regione e l’antemurale all’espansione del vicino stato d’Israele. Guidata da un regime assolutamente laico e repubblicano, alieno da ogni commistione con settori integralisti di qualsiasi tipo, la Siria ha avuto però l’accortezza di giudicare in politica estera secondo principi di crudo e lucido realismo. In questo quadro occorre inserire la relazione speciale con la Repubblica islamica iraniana. Damasco colse sin da subito la portata storica costituita dalla caduta dello Scià e dall’avvento di un regime antimperialista a Teheran ed agì conseguentemente stabilendo un’alleanza con gli ayatollah. Da allora Iran e Siria hanno rappresentato gli unici due stati sovrani che si sono opposti al disegno di costruire un nuovo Medio oriente concepito da Washington e Tel Aviv in un contesto nel quale i vicini arabi barcollavano, cedevano o si facevano giocare dall’imperialismo. Ciò è avvenuto in tempi non sospetti, quando la bancarotta gorbacioviana lasciò il mondo privo del necessario elemento in grado di equilibrare e tenere contenuto l’appetito del gigante americano.
Nell’attuale fase, nella quale un fronte antimperialista si allarga e consolida su tutti i continenti, la piccola Siria ha potuto incassare la vincita della sua coerente scommessa. Ma non è stata una battaglia facile e, soprattutto, la guerra è ben lungi dall’essere finita.

Pur tuttavia i rischi che i siriani hanno corso precedentemente sono stati colossali e non era affatto scontato che il paese tenesse duro di fronte alla terribile prova. Il dramma patito dal Libano, devastato dai bombardamenti israeliani e sconvolto da attentati di dubbia origine che avevano lo scopo di destabilizzare il paese dei cedri, rappresentavano la prima tappa di una strategia volta a dare scacco matto alla Siria e a costringerla ad abdicare al suo ruolo nella regione. Una mossa che, qualora fosse andata in porto, avrebbe definitivamente isolato l’Iran nel Vicino oriente.
Sappiamo come sono andate le cose: l’aggressione israeliana al Libano è stata fermata dalla Resistenza libanese ed il successivo tentativo di spingere il piccolo paese arabo verso la guerra civile è stato arrestato dai successi politici di Hezbollah e delle altre forze patriottiche libanesi. Fino alla costituzione di un governo di unità nazionale nel quale le forze patriottiche hanno una certa voce in capitolo.
Da allora molte cose sono cambiate. In primo luogo i siriani sono stati sdoganati diplomaticamente da molti paesi che si erano accodati agli Usa. La Francia, preoccupata dalla piega presa dagli eventi libanesi, ha capito che senza seppellire l’ascia di guerra con la Siria la situazione a Beirut poteva mutare solo in peggio. Così è avvenuto che proprio Sarkozy, il presidente che più di ogni altro ha contribuito a sotterrare l’orgogliosa eredità gollista e ad allineare la Francia con gli Stati Uniti, ha invitato il suo omologo siriano, Bashar Assad, a Parigi in occasione della tradizionale parata sui Campi Elisi organizzata durante la festa nazionale transalpina, il 14 luglio 2008.
La Turchia, per altre ragioni, ha stabilito con Damasco (e con Teheran) rapporti amichevoli a seguito della nuova collocazione che il governo di Erdogan sta dando alla diplomazia turca in Vicino oriente e non solo. Dall’essere l’alleato fidato di Washington e Tel Aviv nella regione Ankara è divenuta un importante partner dei paesi che si oppongono all’ egemonia statunitense. Due fatti occorsi nei mesi precedenti sono altamente significativi per registrare questo importante mutamento in un’area così cruciale per i destini del pianeta: il fatto che la Turchia abbia rifiutato la partecipazione israeliana alle manovre militari “Aquila anatolica”, stabilite da tempo con i paesi Nato e con Israele, e la quasi contemporanea comunicazione di manovre congiunte tra l’esercito turco e quello siriano. Altri fatti esemplari si potrebbero aggiungere: le visite di Stato del premier libanese Hariri, prima a Damasco e poi ad Ankara, nel corso delle quali l’ex falco delle fazioni libanesi filo-occidentali ha detto di essere preoccupato per una possibile prossima aggressione israeliana al suo paese e la requisitoria del capo del governo turco Erdogan contro il presidente israeliano Peres in occasione del vertice di Davos, a causa dei crimini compiuti durante l’aggressione alla striscia di Gaza qualche anno or sono.

Ora, contrariamente a quanto continuano ad affermare i media occidentali, ad essere isolato non è affatto la Siria ma il governo di Nethanyau. Ed i rapporti di questo con il resto del mondo sono sempre peggiori, come ha mostrato il voto all’ONU sul rapporto Goldstone per i crimini di guerra compiuti a Gaza.
L’oltranzismo del premier israeliano non sta pagando. Persino con gli Usa si sono registrate alcune divergenze. Anche se è assolutamente improbabile che si sfilaccino i rapporti tra due alleati che hanno bisogno l’uno dell’altro (e mai come ora) i piccoli screzi che si sono manifestati possono creare serio imbarazzo alla diplomazia del sorriso inaugurata da Obama e possono rendere gli stessi paesi arabi meno accondiscendenti su determinati dossier regionali.

Come poteva l’amministrazione Usa restare indifferente a questo stato di cose? Washington ha deciso così di giocare su un altro piano, pur senza rinunciare alle sanzioni contro Damasco. Ma la richiesta formulata ai siriani di rompere le loro alleanze nella regione non poteva ricevere una risposta più inequivocabile. La Siria può essere certamente disponibile a concorrere alla distensione nella regione ma non a rinunciare ai suoi amici per trovarsi accerchiata. Le stesse trattative che erano state intraprese tramite i buoni uffici turchi con Israele e che sono naufragate a causa dell’aggressione israeliana a Gaza si basavano su alcuni paletti precisi: la restituzione del Golan occupato e la risoluzione delle questioni palestinesi e della frontiera con il Libano.

La risposta inequivocabile cui si accennava è arrivata il febbraio scorso quando il presidente Bashar Assad ha ospitato il suo omologo iraniano, Ahmadinejad, giunto in visita ufficiale. A presenziare all’incontro era anche il segretario dell’Hezbollah libanese, Hassan Nasrallah. Questo evento, di per sé molto indicativo, basta forse ad illustrare come Damasco sia disposta a dialogare e a raggiungere un accordo di pace nella regione ma non a capitolare. Durante il summit sono stati inoltre firmati accordi tra la Siria e l’Iran in merito all’abolizione dei visti, il che significa una maggior possibilità per uomini, mezzi e merci di transitare da un paese all’altro.

E’ probabile che i tre abbiano discusso anche della minaccia di una nuova aggressione israeliana, che pende sempre come una spada di Damocle sui paesi della regione. Del timore di una possibile avventura bellica aveva parlato anche il premier libanese Saad Hariri, che nei mesi scorsi aveva tenuto una tournée all’estero. Questo fatto è ancor più significativo perché evidenzia quanto il clima politico in Libano sia mutato nel corso dell’ultimo anno. Precedentemente le fazioni libanesi filo-occidentali erano più inclini a demonizzare le forze della Resistenza che avevano salvato il loro paese dall’invasione israeliana nel 2006, ora puntano il dito contro Israele.
Alcuni analisti osservano persino che, in occasione dell’ultimo anniversario dell’assassinio dell’ex premier Rafic Hariri, la coalizione filo-occidentale del 14 marzo si sia sostanzialmente dissolta [2]. La Corrente Futuro della famiglia Hariri, che raccoglie buona parte dei voti della comunità sunnita, avrebbe fatto caroselli tutta la sera riprendendo gli slogan panarabi che erano propri delle correnti nazional-progressiste degli anni ’50-’70. Lo stesso leader oltranzista della scelta filo-americana, il druso Jumblatt, ha fatto recentemente numerose dichiarazioni di apprezzamento per l’assetto del nuovo governo di unità nazionale nel quale gli elementi patriottici (dall’ ex opposizione capitanata da Hezbollah agli uomini di fiducia del presidente della repubblica, Michel Suleiman) hanno un notevole ascendente. Se, per il momento, le urgenti questioni sociali che affligono la popolazione libanese sono ancora lungi dal trovare un avvio di soluzione, la lacerazione che aveva attraversato il Libano in merito alla collocazione internazionale del paese pare rientrata con il successo delle forze patriottiche e con l’isolamento dell’estrema destra cristiano-maronita falangista. Se questo nuovo assetto potrà durare lo dirà soltanto il tempo, perché gli uomini del 14 marzo hanno abituato gli osservatori alle loro capriole trasformiste.
Al relativo stabilizzarsi della situazione libanese ha sicuramente concorso il ritrovamento di una fitta rete di spie israeliane nel paese con tanto di magazzini contenenti armi ed esplosivi, fatto che deve aver avuto un indubitabile effetto sull’opinione pubblica, nonché le dichiarazioni programmatiche di Nasrallah, che ha sostenuto la necessità di abbandonare il sistema politico confessionale sul quale si articola oggi la democrazia libanese al fine di creare un contesto nel quale sia più forte l’appartenenza nazionale in uno stato laico e multi-confessionale e grazie all’adozione di un sistema elettorale proporzionale, in luogo di quello odierno.

Il relativo stabilizzarsi della situazione libanese ha permesso al presidente siriano di parlare senza peli sulla lingua. In conferenza stampa Assad ha detto di essere stupito che gli Usa chiedano ai paesi del Medio oriente di allontanarsi gli uni dagli altri proprio mentre sostengono di lavorare per la pace e per la stabilità della regione. Ed ha affermato che le relazioni tra la Siria e l’Iran sono fraterne, solide, profonde e perenni” e che non vi è nulla che possa recare loro pregiudizio [3].
Come se non bastasse il presidente siriano si è espresso piuttosto schiettamente anche su un’altra questione di estrema delicatezza: la questione dell’appoggio alle formazioni guerrigliere che agiscono contro l’occupazione nella regione. Al riguardo ha testualmente riferito: “Quanto alla resistenza nella regione noi abbiamo evocato con Ahmadinejad i mezzi per sostenerla […] Sostenere la resistenza è un obbligo morale, patriottico e legale” [4].

Per il momento non pare che il sorriso di Obama ed il luccichio del suo premio Nobel siano riusciti a sviare la Siria dalla propria, tradizionale, linea di condotta. La Casa Bianca si trova ad affrontare un altro dilemma in Medio oriente, perché pare che qualsiasi mossa faccia si trasformi comunque in una riduzione, grande o piccola che sia, della propria influenza.

NOTE:

[1] Si veda S. Puttini, USA e Siria: storia di un antagonismo; in: “Eurasia”, n.2 2007, pp.189-200
[2] Si veda: Lamis Andoni, Il corteo per commemorare l’assassinio di Rafiq Hariri segna la fine della coalizione del 14 marzo in Libano; in: www.medarabnews.com 18/02/2010
[3] AFP 25/02/2010
[4] Ibidem