Obama e il messianismo imperialista

Traduzione di l’Ernesto online

*Miguel Urbano Rodrigues (1925), figura storica del comunismo portoghese, è un noto giornalista e scrittore, autore di decine di pubblicazioni. In passato e’ stato caporedattore di Avante, organo del Partito Comunista Portoghese e direttore del giornale O Diario. E’ stato deputato del PCP nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Tra gli editori di Odiario.info (a cui collaborano prestigiosi intellettuali progressisti di molti paesi, tra cui Domenico Losurdo), dirige oggi l’autorevole sito antimperialista Resistir.info.

Il discorso di Obama sullo Stato dell’Unione ha scatenato in Europa un torrente di elogi.

Il Portogallo non ha fatto eccezione. Nei canali della televisione, nelle radio e nei giornali gli analisti della borghesia hanno reagito con entusiasmo alle parole del presidente degli USA. Hanno identificato in Barack Obama lo statista della provvidenza che al timone della Casa Bianca salverà l’umanità. Hanno registrato che è stato interrotto 75 volte dagli applausi dei congressisti e che la bozza della sua nuova strategia ha impressionato favorevolmente l’opposizione.

E’ comprensibile la soddisfazione dei repubblicani che dispongono ora della maggioranza nella Camera dei Rappresentanti. E anche gli elogi dei magnati di Wall Street e della grande impresa. Il discorso di Barack Obama ha segnalato un’accentuata virata a destra della sua politica. Il bilancio e le promesse del presidente giustificano il timore che nella seconda metà del suo mandato non solo rinunci ai progetti sociali di matrice umanista che avevano generato speranze in milioni di statunitensi, ma favorisca più apertamente il capitale finanziario e favorisca una politica estera marcata dall’aggressività e dalle ambizioni di egemonia planetaria.

Spogliato della sua retorica populista, cosa resta del discorso presidenziale – un esercizio di ipocrisia – di un’ora sullo Stato dell’Unione?

Cito alcuni punti importanti:

– Si propone di conservare “il ruolo di guida che ha fatto degli USA non solo un punto nella carta, ma la luce del mondo (la sottolineatura è nostra).

– Euforia perché “la borsa ha recuperato con fervore e i profitti delle grandi imprese sono più elevati”.

– Il desiderio di “fare degli USA il migliore luogo al mondo per gli affari”.

– Molta preoccupazione per il fatto che la Cina ha costruito “il più veloce computer del mondo” e fabbrica “treni più rapidi” di quelli americani.

– Paura dello sviluppo economico di India e Cina.

– Intenzione di ridurre le imposte pagate dalle grandi imprese.

Scalata delle aggressioni nel mondo

Il concetto degli USA come “luce del mondo” riprende il mito della nazione predestinata, l’unica capace di salvare l’umanità.

Obama, nella sintesi di ciò che è stato fatto o non è stato fatto sul terreno della politica internazionale chiarisce bene questo concetto, manifestando orgoglio per la missione compiuta in Iraq “da cui quasi 100.000 nostri uomini e donne sono usciti a testa alta”. Ha dimenticato ovviamente il fatto che decine di migliaia di soldati americani continuano ad occupare quel paese saccheggiato e vandalizzato.
Inoltre, nello stesso giorno in cui pronunciava il suo discorso più di 50 iracheni morivano a Baghdad in conseguenza dell’esplosione di una bomba. Alla vigilia ne erano morti altrettanti. Immagini della pax americana.

Identico orgoglio ha manifestato per l’andamento delle cose in Afghanistan, una delle priorità della sua politica estera, paese aggredito dove un esercito di più di 100.000 soldati e mercenari americani (appoggiato da 60.000 della NATO) è impegnato in una guerra genocida responsabile della morte di decine di migliaia di civili afghani.

E’ di soddisfazione anche il sentimento del presidente per “aver rivitalizzato la NATO e aumentato la nostra cooperazione su tutto, dall’antiterrorismo alla difesa antimissilistica”.

Tradotto nel linguaggio comune, che non distorca la realtà, Obama si rallegra per il nuovo concetto strategico della NATO che gli permette di agire su scala planetaria dove e quando Washington voglia. Militarizzare lo spazio sotto l’egemonia nordamericana è per lui l’altro obiettivo che considera progetto meritevole della gratitudine dei suoi compatrioti.

Non ha parlato delle sette nuove basi che gli USA installeranno in Colombia né della presenza della IV Flotta di US Navy nelle acque sudamericane, respinta dai popoli della Regione.

Ha annunciato per marzo di quest’anno viaggi in Brasile, in Cile e in El Salvador per “forgiare nuove alleanze in tutto il continente americano” ma non ha chiarito che tipo di alleanze, ed ha espresso soddisfazione per gli accordi bilaterali firmati con Panama e Colombia, due paesi semi-colonizzati dagli USA.

La lettura del discorso sullo Stato dell’Unione conferma che il presidente Obama darà continuità a una politica estera meno rumorosa, ma non meno pericolosa per l’umanità di quella di George Bush.

Occorre sottolineare che molti minuti del suo discorso retorico e magniloquente sono stati dedicati all’evocazione dei successi individuali di sconosciuti giovani americani che ha additato ad esempio della superiorità dell’american way of life.

La chiusura non si distacca dallo spirito messianico del messaggio. Ispirato ai padri della patria, Barack Obama, invocando il loro esempio, afferma la sua convinzione che è “grazie alla nostra gente che il nostro futuro è pieno di speranza”. E ha concluso:

“Grazie, che Dio ci benedica e che Dio benedica gli Stati Uniti d’America”.

E’ strana la concezione del divino del presidente degli USA, glorificato dalla grande borghesia europea.