Obama e il “giardino di casa”

“Da soli non andiamo da nessuna parte”. Con questa frase ad effetto Barack Obama concludeva il Summit delle Americhe, tenutosi il mese scorso a Trinidad e Tobago nei Caraibi. Il presidente statunitense si è presentato al cospetto dei leader dell’America latina (con l’eccezione dei rappresentanti di Cuba, esclusa dal convegno) con l’intenzione di riabilitare l’immagine del suo Paese nel continente, sforzandosi di accreditare gli Usa come un partner “affidabile e collaborativo” nella soluzione della crisi economica e dei numerosi altri problemi che affliggono la regione

Svoltasi in un clima molto cordiale, lontano anni luce dalle tensioni causate dall’atteggiamento altezzoso e ostile di Gorge W. Bush, questa cumbre ha concluso la sua quarta edizione con la promessa da parte di tutti i delegati di una maggiore collaborazione tra i loro Paesi di appartenenza, includendo persino i presidenti meno “allineati”: Chavez (Venezuela), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador), nemici giurati dell’amministrazione Bush, hanno infatti mostrato incoraggianti segnali di apertura nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

La seconda importante novità è stata la disponibilità da parte degli Stati Uniti a migliorare i rapporti con Cuba, anche se al momento i “gringos” non paiono minimamente intenzionati ad allentare la morsa dell’embargo. E poi, dulcis in fundo, la storica stretta di mano Obama e Chavez ha suggellato, almeno secondo i commenti entusiastici di gran parte dei media, l’inizio di una nuova era di cambiamenti nelle relazioni tra Stati uniti e America latina.

Ma se di veri cambiamenti si tratta, questi sembrano concretizzarsi più nella forma, con atteggiamenti cordiali e amichevoli strette di mano, che nella sostanza dei fatti. A dispetto delle promesse sbandierate appare inverosimile che gli Stati Uniti, che per più di un secolo hanno esercitato un’egemonia imperialista sul resto del continente, appoggiando colpi di stato e dittature militari un po’ ovunque e diffondendo miseria e povertà con l’applicazione di disastrose politiche neoliberiste, possano di punto in bianco cambiare volto e trasformarsi in un partner “affidabile e collaborativo”.

Il consolidamento del progetto di Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), ideato da Hugo Chavez e fortemente appoggiato dalla Bolivia di Evo Morales, e le recenti vittorie elettorali delle sinistre in Nicaragua, Ecuador, Paraguay e El Salvador non hanno fatto altro che aumentare le preoccupazioni delle elites statunitensi. Esse temono ciò che il linguista Noam Chomsky definisce “la minaccia del buon esempio”, ovvero che si diffonda in tutta l’America latina il “socialismo del terzo millennio”, virus contagioso che il Venezuela chavista sta sperimentando con successo e propone agli altri Paesi membri dell’ALBA. Inoltre, la strategia di politica estera venezuelana, che punta su scala regionale all’integrazione e alla cooperazione e, su scala internazionale, a rafforzare i legami economici e commerciali con Cina, Russia ed Europa, continua di fatto a rappresentare un seria minaccia per gli interessi delle corporation statunitensi nel Cono Sur.

Sarà anche per questo motivo che nel corso degli ultimi anni la presenza militare Usa nelle regioni andine ha subito una sorta di escalation. In Colombia, con il pretesto della lotta al narcotraffico e della guerra alle FARC, il Pentagono offre al governo uribista, suo migliore alleato della zona, consulenze militari, armamenti sofisticati e finanziamenti a pioggia attraverso il “Plan Colombia” e il “Plan Patriota”. E, poco lontano, il bacino idrico del Guaranì – un’area di enorme importanza strategica per gli Stati uniti per il controllo delle risorse energetiche e dello spazio aereo dei paesi limitrofi come l’Ecuador, il Venezuela e la Bolivia (guarda caso gli Stati più ostili a Washington) – rientra già nei piani di una possibile estensione del “Plan Colombia”.

A breve, la base militare di Manta (Ecuador) verrà chiusa per volontà del riottoso governo ecuadoriano che, per voce del suo presidente, Rafael Correa, ha avuto l’ardire di dichiarare costituzionalmente il suo, “territorio di pace”, e pertanto non ammetterà più la presenza di eserciti stranieri; tutto ciò obbligherà l’Alto Comando Usa a cercare una nuova ubicazione per le sue truppe e per le infrastrutture logistiche.

Il Pentagono è già corso ai ripari pianificando la costruzione di due nuovi impianti militari in Perù, uno nella zona di Ayacucho e l’altro a Chiclayo. In un ipotetico scenario di guerra di controinsorgenza, la posizione della futura base di Ayacucho consentirebbe ai caccia-bombardieri Usa di colpire comodamente La Paz, capitale della Bolivia, che si troverebbe entro il raggio d’azione dei velivoli d’attacco (anche di quelli a più bassa autonomia); la base di Chiclayo invece sarebbe più orientata verso la zona amazzonica e permetterebbe il controllo dello spazio aereo ecuadoriano anche da quel versante, oltre che dal lato colombiano.

La scelta del Perù come obiettivo delle future installazioni militari statunitensi risulta estremamente oculata. Da un lato favorisce l’accesso alle abbondanti risorse naturali (idriche ed energetiche) della regione andino-amazzonica, e dell’altro – come già accennato – permette il pieno controllo militare su tre Paesi rivali (Bolivia, Venezuela ed Ecuador), proprio quelli che più intralciano gli interessi Usa nella zona.

Un illustre predecessore di Obama, Abraham Lincoln, disse che “è possibile ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non è possibile ingannare tutti per tutto il tempo”. Al di là dell’approccio amichevole di Obama e del suo appeal mediatico, gli Stati uniti saranno – presto o tardi – costretti a gettare la maschera e a rivelare le loro reali intenzioni nei confronti del loro preziosissimo “cortile di casa”.

su NuestrAmerica Maggio 2009