Obama e Clinton, cloni democratici

Una battuta “combatte” il pensiero unico che ci si vuole imporre, ma potrebbe anche descrivere l’inizio della campagna presidenziale statunitense e la battaglia che hanno ingaggiato Barak Obama e Hillary Clinton per rappresentare il partito democratico alle elezioni presidenziali.

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E se pensate di avere scelto “liberamente” il vostro candidato, chiedetevi quali sono le differenze tra l’uno e l’altro e fate il medesimo ragionamento sugli altri possibili candidati: Bloomberg, Edwards, Giuliani, Huckabee, McCain, Rice, Romney e Thompson, tutti multimilionari che, proprio in virtù di ciò, possono concorrere alla loro democratica elezione.

Le somiglianze tra i due candidati democratici non si limitano al denaro che possiedono. Anche quelle dei loro consiglieri personali per la campagna, che senza alcun dubbio faranno parte del gabinetto del prossimo presidente, non sono meno sorprendenti.

Dalla parte di Obama troviamo in prima fila Zbigniew Brzezinski, ex consigliere del presidente Carter per la Sicurezza Nazionale, Richard Clarke, grande specialista dell’antiterrorismo statunitense, e l’ex negoziatore in Medio Oriente Denis Ross.

Dalla parte di Hillary Clinton, i nomi dei consiglieri ci sono famigliari, poiché erano i personaggi più importanti del gabinetto di suo marito: Madeleine Albright, ex Segretaria di Stato, Samuel Berger, ex della Sicurezza Nazionale e l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Richard Holbrooke.

Cos’hanno in comune con i loro colleghi repubblicani?

Tutti i consiglieri fanno parte di gruppi pro-establishment fortemente favorevoli alle politiche interventiste messe in atto dall’amministrazione Bush dopo gli attentati dell’11 settembre. E’ chiaro che i nuovi candidati alla presidenza non si caratterizzano per originalità e seguiranno alla lettera i parametri standard della politica internazionale statunitense degli ultimi quindici anni. Non c’è da stare allegri quando si conoscono i risultati di questa politica, responsabile della morte di centinaia di migliaia di civili innocenti in tutto il mondo e che per i suoi interventi disastrosi ha contribuito a fare del nostro pianeta un luogo più pericoloso che nel passato.

Il rafforzamento di leggi mortali per giustificare la politica interventista statunitense, giunta al parossismo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, è, in parte, opera dei consiglieri dei nostri attuali candidati democratici.

Madeleine Albright in primo luogo, considerata la collaboratrice più stretta della coppia Clinton. Fu lei all’origine delle sanzioni economiche contro l’Iraq che provocarono approssimativamente 400.000 morti tra la popolazione civile. Approvò anche i bombardamenti strategici sull’Iraq e difese le teorie che sostenevano che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa. Si oppose anche a Colin Powell nel 1993, quando egli chiese che non venisse bombardata la Bosnia.

Secondo Powell, Albright gli rispose esasperata: “Cosa ci serve avere questo magnifico arsenale bellico di cui si continua a parlare, se poi non possiamo utilizzarlo?”.

Richard Holbrooke, prima di essere ambasciatore alle Nazioni Unite e consigliere di Hillary Clinton, è stato membro dell’amministrazione Carter. Fu Holbrooke in persona a supervisionare le forniture di armi all’esercito indonesiano quando questo invase illegalmente Timor Est, massacrando 500.000 persone. E fu lui a bloccare la Risoluzione dell’ONU che denunciava questa invasione.

Dalla parte di Obama troviamo innanzitutto Zbigniew Brzezinski, ex consigliere del governo Carter. Brzezinski si vanta di essere il creatore del nucleo del movimento jihadista afgano da cui provengono Osama bin Laden e Al Qaeda. Quando gli si domandò se non si pentiva delle conseguenze di tale azione, rispose: “Assolutamente no. Ne è valsa realmente la pena. Volevamo farla finita con i sovietici, lo volevamo a qualsiasi costo”. E sono stati i mujahidin che, prima di rivoltarsi contro il loro protettore e bombardare gli USA, hanno lottato insieme alle truppe statunitensi e della NATO in Bosnia.

Un altro uomo di Obama è Denis Ross, che è stato consigliere degli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti (Clinton e i due Bush). Ha supervisionato la politica palestinese-israeliana per quasi quindici anni, con le conseguenze che tutti conosciamo e senza concedere mai allo stato palestinese il diritto ad esistere senza dover subire i diktat imposti dagli israeliani.

Il generale Merril McPeak che, in tandem con Holbrooke, fu incaricato di controllare la spedizione di caccia da combattimento statunitensi all’esercito indonesiano durante l’invasione di Timor Est.

Potremmo parlare anche di Sara Sewall, redattrice dell’introduzione del libro del generale Petraeus; di Anthony Lake, responsabile del disastro economico di Haiti durante l’era Clinton, consigliere del presidente ai tempi della guerra dei Balcani e autore di un discorso contenente in particolare queste affermazioni: “Abbiamo la fortuna di vivere nel paese più potente e rispettato del pianeta, in un’epoca in cui il mondo adotta i nostri ideali come mai è avvenuto in passato. Dobbiamo trarne le conseguenze. Dobbiamo mobilitare la nostra nazione per propagare la democrazia ed estendere i nostri mercati e il nostro futuro”.

Come ha fatto notare il giornalista indipendente Allan Nairn: “Molte di queste persone hanno commesso azioni che, secondo i principi stabiliti a Norimberga e nei tribunali ruandesi o bosniaci, sono inaccettabili: stiamo parlando di guerre di aggressione, di assassini politici di civili”.

In questo, in effetti, tra i candidati non esiste differenza e le prossime elezioni statunitensi corrono il grande rischio di essere una “consultazione puramente formale” che vedrà la sostituzione di un presidente impopolare e stanco con una figura certamente meno screditata, ma con una politica che non si differenzierà assolutamente da quella del passato.

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