Nuova scissione nel Prc?

E’ un fuoco incrociato di dichiarazioni e interviste, con gli esponenti della sinistra in fibrillazione a tutte le latitudini politiche. Accende la miccia Gennaro Migliore lunedì su Il manifesto, quando lancia la lista unica con la Sinistra democratica di Claudio Fava mantenendola aperta “a chi ci sta” del PdCI e dei Verdi. E senza indugio parla di un nuovo partito a sinistra del Pd e con esso raccordato nello sforzo di fare opposizione al governo delle destre. E’ infatti cambiato lo scenario sociale, ora è possibile condizionare i democratici in chiave meno centrista e moderata. Ma soprattutto è il nuovo contesto della società che richiede questo passaggio politico, o meglio questo nuovo sbocco partitico. Tanto che già ci sono le prime date ufficiali di presentazione ma anche i contenuti stessi del progetto: venerdì l’associazione “Per la Sinistra”, a Roma, mentre circola una carta di intenti firmata da alcuni intellettuali. Il tesseramento è iniziato in diverse zone (Puglia, Toscana, Liguria) e il battesimo solenne del nuovo soggetto è stato stabilito per il 13 dicembre, quando nascerà “La sinistra”. In sostanza, la macchina dei giordano-vendoliani, gli eredi di Bertinotti, è stata innescata e vedrà coinvolte Sd, ma anche un parte dei Verdi (Paolo Cento) nonché una componente dei comunisti italiani (Belillo e Guidoni). Tanto che domani Nichi Vendola ci ritornerà con una intervista a La Repubblica, mentre Fava farà lo stesso su un altro organo di informazione. Naturalmente anche un modo per lanciare l’amo in acque democratiche.

Se non bastano le parole di Migliore, ecco oggi scendere in campo anche l’ex segretario del partito Franco Giordano che, in occasione di una intervista rilasciata a L’Unità, afferma: “uniamoci -in-di-pen-den-te-men-te dalla legge elettorale” per raccogliere “chi ci sta a sinistra del Pd”. Di fatto la delegittimazione della maggioranza del Prc e della linea del Congresso di Chianciano: “Non possiamo coltivare micro intese: se Ferrero cerca di allearsi con Diliberto, chiudendo il recinto e così la partita, significa che vuole la scissione dentro Rifondazione”. La colpa di spaccare il partito, accusa rivoltagli dall’attuale segreteria, è un calice troppo amaro da ingurgitare per la minoranza del Prc che lo allontana da sè. Così come quella di rincorrere i democratici. Tanto che sul tema Giordano riconosce la difficoltà del confronto, ma pure lo presenta come necessario: “Dovranno scegliere fra imprenditori e sindacati”, ammonisce verso il Pd l’ex segretario, ma “non scelgo gli interlocutori e rilancio un confronto programmatico”. Dunque sono i contenuti a fare fede e a creare le condizioni per l’intesa e questo Pd di lotta e di piazza appare un referente possibile in tale direzione antiberlusconiana, ma non solo.

Del resto a puntare l’indice verso la componente giordano-vendoliana è stato lo stesso responsabile organizzazione Claudio Grassi. “E’ in atto un cambiamento positivo. E la loro proposta cos’è? In sostanza un percorso di scissione dall’unica forza che a sinistra ha una consistenza”, dichiara a Il Manifesto oggi. E le metafore usate per stigmatizzare gli scissionisti sono indice anche della profonda antipatia politica verso il loro progetto, che Grassi definisce “riproposizione bonsai della sinistra arcobaleno” perché “il PdCI non ci sta e i Verdi hanno detto che vanno da soli”. Una iniziativa appiattita sugli ex sinistra Ds, per cui “nel rapporto fra Prc e Pd “non c’è più il binomio unità-autonomia, ma vince la logica di Sd: fare accordi sempre e comunque”. Ancora più chiaramente, il nuovo partito sarebbe “una dependance del Pd” che “non ha nessuna chance”.

Dopo Grassi, interviene anche il segretario, per il quale Giordano, nella sua intervista a L’Unità, ha dimostrato che “è in cerca di pretesti per giustificare una rottura altrimenti ingiustificabile in base alle posizioni che lui stesso ha tenuto al congresso”. Cioè quando la sua mozione aveva promesso che la casa paterna non sarebbe mai stata abbandonata, del resto ricorda Grassi che “su questa base hanno preso il 47% dei voti: sono sicuro che se decidono di uscire dal Prc, il grosso di quei compagni non li seguirebbe”. La linea che verrà perseguita, spiega inoltre il segretario, è quella vincente nell’assise di luglio: “alle europee andremo con la lista del Prc”, dice Ferrero, il che non vuol dire la chiusura con le altre forze della sinistra, perché le liste di Rifondazione sono aperte. A chi si sa, ovvero il PdCI di Diliberto, convinto sostenitore della corsa comune dei due partiti falcemartello che, anche lui, interverrà domani con una intervista su La Rinascita in cui verrà ribadito che l’obiettivo resta quello di “riunire le forze comuniste”. Per il comunista sardo infatti le due formazioni devono riunificarsi. Prospettiva però che non garba molto alla maggioranza di Ferrero e Grassi, per cui si può pensare al massimo a fare, in occasione della tornata europea, una lista di Rifondazione ed aprirla ai comunisti italiani di Diliberto. Perché la linea di Chianciano da loro sostenuta è chiara: Rifondazione è irrinunciabile e da Rifondazione bisogna ripartire. Non a caso fa notare Grassi sempre oggi sulle pagine de Il Manifesto: “Diliberto ha ragione (ad invocare unità comunista, ndr) ma nel senso: lui espone la scelta chiara e netta del suo partito. Noi ne abbiamo fatta un’altra”. Comunque “quanto alle europee stiamo al mandato congressuale”. Dunque il Prc corre da solo, ma si apre al contributo esterno: “siamo pronti a verificare un rapporto con il PdCI e le altre forze interessate” perché “le nostre liste sono aperte”. Ma attenzione: le “nostre”.

Si procede dunque ad un gioco a rimbalzo, con la responsabilità della spaccatura, della scissione, della fine di un’era che viene lanciata in modo bidirezionale tra le due anime rifondarole. A fine giornata, intervengono di nuovo Migliore e Patrizia Sentinelli: “parliamo della necessità di ricostruire la sinistra…il farlo proponendo liste unitarie nelle prossime competizioni…ci pare di minimo buon senso massimamente malinteso da chi lo vuol per forza intendere solo come prodromo all’ennesima velleità partitista”, dicono congiuntamente.

Se si pensa che siamo all’inizio e che il confronto si sposterà sul fronte economico non appena si avrà la fuoriuscita o l’allontanamento costrittivo (questione di punti di vista) della componente di Rifondazione per la sinistra, allora si comprende come altra tempesta sia in vista. Se i giordano-vendoliani rivendicheranno il 47% del patrimonio proporzionalmente ai voti incassati al congresso dalla loro mozione, Grassi ha già fatto sapere che c’è poco da trattare, perché “chi se ne va, va via a mani vuote”. Del resto anche chi continuerà ad averle piene non sarà particolarmente ripagato vista la condizione finanziaria vissuta dal partito ormai extraparlamentare. Certo, ci sono gli immobili. Magari si potrà pensare di dividerli o sfruttarli insieme. In quel caso sarà utile confrontarsi e consigliarsi col Pd, esperto storico di co-abitazioni.