Nuova scala mobile, un percorso per il cambiamento

La campagna di sottoscrizione della legge di iniziativa popolare sulla scala mobile infine risulterà un buon investimento. Restituire una parte della ricchezza a chi sostanzialmente la produce avrebbe dovuto essere miglior campagna elettorale possibile, altro che intrappolarsi nel ginepraio delle tasse, Vaglielo a spiegare ai leaders dell’Unione, così poco avvezzi ad ascoltare il sentire comune!
Già molto tempo prima, ma dal 1992-1993 ad oggi, ovvero dall’abolizione definitiva della scala mobile e dall’introduzione della politica dei redditi attraverso il meccanismo dell’inflazione programmata (cioè prefissata – ma inferiore a quella reale- non automatica, ma da contrattare), il costo della vita è quadruplicato mentre salari e pensioni sono rimaste al palo.

Di più, dall’introduzione dell’euro, 1-1-2002, i prezzi sono perlopiù raddoppiati mentre i salari sono cresciuti solo del 10%. Un divario insopportabile: se ci fosse stata ancora la scala mobile ci sarebbero almeno 300 euro in più sulla busta paga del salario medio!

A fronte dell’aumento generalizzato delle tariffe – quelle elettriche del 33%, gas del 28%, acqua del 20% -, del caro affitti che falcidia oltre metà della retribuzione (sarebbe ora di reintrodurre un meccanismo simile all’equo canone), delle misere pensioni sociali rimaste per quattro milioni su cinque a 380 euro al mese, di quattro milioni di neolavoratori atipici – mal pagati – intermittenti, ripartire con la rivendicazione di salario – reddito insita nella scala mobile significa chiudere con la sconfitta patita nel ventennio yuppista – liberista e mettere al centro dell’agenda politica l’equa distribuzione della ricchezza e il riavvio dei consumi attraverso un più corposo welfare.

Quello che abbiamo avviato con la richiesta di introduzione di una nuova scala mobile è anche un percorso di inchiesta e riflessione sulle traversie del conflitto capitale-lavoro, del salario-reddito e sulla loro misura sempre più scarsa e priva di contrattazione, sulla perdita di diritti e di rispetto dei lavoratori di tutte le età, per imprimere quelle soluzioni inderogabili che segnano il passaggio dalla sconfitta alla stagione del cambiamento e di nuove conquiste sociali.

Tutto ciò passa quantomeno:
Per l’abolizione del sistema della precarietà patita per legge, eliminando subito la legge 30 e la “Treu” e programmando il graduale passaggio dalle prestazioni precarie a quelle stabili del tempo indeterminato;
Per il “salario minimo” per legge, al di sotto del quale si ha la punibilità del padrone, l’azione risarcitoria e il ripristino del diritto: così facendo si ostacola il tentativo di reintrodurre le gabbie salariali e l’abolizione del contratto nazionale;
Per il “reddito sociale”, ovvero il diritto per legge a prestazioni universali dignitose di reddito sotto forma monetaria e di servizi “lavoro o no lavoro”, come avviene nella totalità dei paesi europei; Per il diritto ad una pensione dignitosa. Ciò è possibile a fronte dell’abolizione della precarietà (tutte le prestazioni precarie ed anche la sola iscrizione al collocamento devono valere come pieni contributi previdenziali) e dunque dell’abolizione del “sistema contributivo” con il superamento della legge Dini (che cancellò il sistema retributivo) e l’abolizione della legge Maroni (dal 2008, 40 anni di lavoro per andare in pensione e Tfr nei fondi pensione) per garantire invece che 35 anni di lavoro bastano per andare in pensione e il Tfr non si tocca!

In questa prospettiva si muove l’attualità della “campagna per la scala mobile”, che è battaglia sociale che investe tutti i soggetti della società, dai lavoratori “garantiti”, ai precari, ai disoccupati, ai pensionati, agli immigrati, agli studenti e alle loro famiglie.

*Esecutivo nazionale Confederazione Cobas