Notizie dal fronte

“Abbiamo le prove della colpevolezza di bin Laden, ma non le possiamo fornire, sono top secret” dice il segretario della Nato George Roberston. “Molte vittorie nemmeno le vedrete” – aveva annunciato Bush – vi forniremo tante informazioni, vere e meno vere, ci aspettiamo comprensione dai giornalisti per quelle non vere”.
Ecco alcune perle del pensiero occidentale in vista della guerra che si annuncia in risposta al terrorismo islamico. Viene da chiedersi: quanto può un dato top secret essere la motivazione di una guerra, senza suscitare dubbi e perplessità ulteriori sulla sua legittimità, anche perché qui il segreto che si vuole mantenere è sulle fonti della colpevolezza? Non è che rivelandole, magari emergono risposte alla domanda che da 20 giorni i giornali americani si pongono: esiste e quanto un livello di doppia infiltrazione tra servizi segreti statunitensi e quelli Taleban, anzitempo alleati?
Comunque, sarebbero bagatelle e ci sarebbe perfino da congratularsi con il presidente americano che è stato l’unico capo di stato al mondo che ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: “Sarà una guerra sporca” ha detto. Viva la faccia della sincerità in mezzo a tanti “operatori di polizia” nostrani.
Ma un fatto grave balza agli occhi. Se nulla resterà più come prima, che fine farà la libertà di stampa adesso, durante e dopo la guerra al terrorismo internazionale? Quanto durerà la libertà di stampa durante l’operazione Libertà duratura?
L’assenza delle telecamere al seguito delle truppe operative, e quindi dell’istituzione Cnn, modello imitativo della moltitudine di media internazionali, produrrà e già produce un grande cortocircuito informativo così pesante da influenzare lo stesso andamento degli eventi bellici. Se è un bene che non ci sia la guerra spettacolo, questo non vuol dire – anzi – che qualcuno non imbastirà un cabaret mediatico con le scarne – e sporche – notizie false che ufficialmente arriveranno. L’Afghanistan, da questo punto di vista, è un terribile precedente. Già nel 1989 Dan Rather, anchorman della Cbs, vinse il premio Pulitzer mandando in onda un falso grossolano: la famosa battaglia di Jalalabad, con commento del giornalista che mai era stato sul posto e immagini di repertorio che non erano della battaglia di Jalalabad, dando per altro conto di un’ipotetica sconfitta dei governativi che invece non c’era stata.
Per non parlare della fallimentare esperienza della Somalia – altra guerra “mirata” e “umanitaria” – che fu una guerra delle tv: una telecamera che riprendeva una telecamera che riprendeva una telecamera che era sbarcata prima dei marine.
Certo, tornerà d’attualità il reportage scritto, decisivo per raccontare quella zona grigia della cosiddetta “guerra mirata”. E la capacità di riflessione editoriale.
Ma chissà che cosa accadrà ai giornalisti che vorranno raccontare l’eventuale, tragico convoglio di profughi colpito “per errore” come fece Robert Fisk, inviato di The Indipendent in Kosovo, di fronte alle frottole del portavoce Nato Jamie Shea? Perché, a quel punto, anche i target saranno top secret. Guai a rivelarne la non credibilità, verrebbe messa in discussione la legittimità dell’intera “Libertà duratura”. Taci, il nemico ti legge, ti ascolta e ormai ti vede in tv.