Note precarie all’Arena di Verona

Quindici volte l’«Aida», dodici la «Carmen» e fino a tredici ripetizioni per «Nabucco». I musicisti che si sentono come un juke-box. Un po’ come dire: «Metti la monetina e esce Turandot». Mancano coristi o orchestrali? Nessun problema, gli spettacoli vengono microfonati. Come è successo, per fare un esempio, il 23 agosto del 2005: la Fials (il sindacato cui fanno riferimento i musicisti) proclama uno sciopero, 105 artisti tra coro e orchestra aderiscono e non suonano. E via all’assuzione just in time di persone «per un giorno» e soprattutto, tanti microfoni. «Mancavano tutte le prime parti, ma il giorno dopo il quotidiano cittadino riferiva di un grande successo».
«Sembra un circo, ma è l’Arena di Verona» dice arrabbiato Alberto Tosi, flautista da ventisette anni. La gloriosa Arena, il più grande teatro lirico all’aperto del mondo fin dalla sua nascita, nel lontano 1913, quando sulla scena andò l’Aida. Allora si festeggiava il centenario della nascita di Giuseppe Verdi. Oggi, invece, che è l’Arena stessa a essere vicina ai suoi cento anni, tutta un’altra musica, par di capire dalle voci di alcuni dei protagonisti del suo palcoscenico. Sono in molti a pensare che si voglia fare dell’Arena una specie di Gardaland.
Ad alzare l’attenzione su quanto si muove nella città di Romeo e Giulietta è stata, venerdì scorso, una serata dibattito sulla questione a cui hanno partecipato Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura della Camera, e Maria Pellegatta, vicepresidente della Commissione Cultura del Senato. «E’ una situazione preoccupante – dice Folena – soprattutto per la spinta delle banche e delle associazioni di commercianti del veronese, che stanno cercando di trasformare la Fondazione in una sorta di Gardaland».
Eppure è in deficit, come tante altre fondazioni liriche-sinfoniche. Si parla di dieci milioni di euro, di cui uno accumulato nell’ultimo anno. Colpa anche del taglio progressivo dei fondi per lo spettacolo (il Fus), ma tutti concordano nel dire che i veri problemi dell’Arena, sono altri.
Il timore anzi è proprio che si stia andando nella direzione di un progressivo ridimensionamento del teatro stabile che esiste dal 1979, azzarda qualcuno, per mantenere soltanto la stagione estiva, e un significativo indotto (che oggi vale 6 – 700 milioni di euro all’anno) per la città. In questo senso, Alberto Tosi legge quanto successo nel 2005, quando cioè è iniziata la protesta di musicisti e coristi. Due anni fa, la Fondazione Arena (nata nel ’98) decide di non riassumere 25 persone tra musicisti e coristi (il cosiddetto «personale stagionale» che nell’80 aveva ottenuto, con un accordo sindacale, di essere assunto stabilmente per tre o quattro mesi all’anno). Vengono introdotti invece dei contratti part time verticali. «Che significa – spiega Tosi – che io posso essere assunto a giornata per l’Aida, e nel frattempo magari faccio anche la Carmen». «Il tutto, spesso, senza neppure un giorno di prova».
La cosa poi che ha fatto scalpore, tra i musicisti, è che quei 25 nemmeno furono avvisati. Loro che telefonavano – «come mai non mi stanno chiamando…» – e tutto intorno che taceva. La protesta invece raccolse la solidarietà di alcuni esponenti politici locali, Graziano Perini, segretario del Pdci locale, Dino Facchini, sinistra Ds, Fiorenzo Fasoli, capogruppo Prc e Giorgio Bertani, capogruppo Verdi. Il sindacato? «Completamente assente – spiega Facchini – Ma qui il sindacato fin dai tempi dell’Ente lirico siede nel consiglio di amministrazione, una parte della dirigenza è sempre stata espressione sindacale». Solo la Fials si è mossa, proclamando, dal 2005, ben cinque scioperi.
«Quello che colpisce oggi – continua Tosi – è la qualità sempre più scadente». Orchestre microfonate, un corpo di ballo «ridotto all’osso», «per poi mettere nella Carmen un corpo di ballo spagnolo, che costa moltissimo ma fa colore perché batte i tacchi.». «Che le attività siano ridotte lo si vede anche dalle trasferte: «Una volta si andava in Cina, Giappone… oggi invece andiamo a Bassano del Grappa». «Ci manca solo che ci dicano che non ci sono più soldi per gli smoking… e di venire in pantaloncini».