Note per una politica economica democratica

La politica economica, se così può chiamarsi, del governo in carica consiste , in sintesi, nell’attesa della ripresa del ciclo economico mondiale, ripresa che , in buona misura, dipende dall’incisività dei provvedimenti dei governi dei principali paesi capitalistici e dalla tenuta dei grandi paesi asiatici emergenti.

La modesta estensione degli ammortizzatori sociali (neutralizzata dai tagli alla scuola, agli investimenti nel Sud, ai trasferimenti per le Regioni e gli Enti locali etc.), la concessione di crediti a buon mercato ( alle banche), gli incentivi alla sostituzione di beni di consumo durevoli (auto, frigoriferi) sono del tutto irrilevanti nel contrasto della recessione che sembra piuttosto affidato alla propaganda ed alle esortazioni tipiche dell’economia predicatoria: consumate di più ( ai consumatori), investite ( alle imprese), prestate capitale alle imprese ( alle banche).

Il paese dallo sviluppo bloccato da troppi anni, con un costante peggioramento del tenore di vita popolare, ha importato la recessione e dovrebbe uscirne per effetto delle esortazioni del governo.Il crollo delle esportazioni e la loro ripresa, in assenza di politica economica, segneranno l’ingresso e l’uscita dalla crisi. Non resta che guardare ai veri attori dell’economia mondiale e intanto consolarsi manipolando i dati di raffronto con le principali economie.

Noi riteniamo che sia praticabile una politica fiscale , non solo per attenuare gli effetti della crisi, ma per modificare in modo durevole e progressivo: la tendenza al degrado del territorio e della qualità della vita, il rapporto tra apparato produttivo e società, il carico tributario tra le diverse classi di reddito, tra redditi da lavoro e no, tra reddito e patrimonio, tra consumi di differente impatto ambientale.

Riteniamo inoltre che il debito pubblico ed il disavanzo del bilancio indotto dalla recessione non debbano essere ulteriormente aggravati da una manovra puramente espansiva .

É noto,d’’altra parte, che un incremento della spesa pubblica accompagnato da un analogo incremento delle entrate determina un aumento del reddito di pari entità (1).

Va rilevato ,a questo proposito, un limite interessante del teorema dello Haavelmo: esso presuppone un moltiplicatore uniforme della spesa e delle entrate ed una sincronia degli effetti dei provvedimenti relativi.

É evidente che se le decisioni di spesa incontrano maggiori ritardi la manovra di crescita del bilancio assume un carattere deflazionistico.

Il moltiplicatore (delle entrate) dipende dalla propensione al consumo (di prodotti nazionali); nel caso delle entrate tributarie tanto maggiore sarà la loro progressività, tanto minore sarà il loro effetto restrittivo della domanda, nel caso della spesa tanto più poveri saranno i beneficiari , tanto maggiore sarà il suo effetto espansivo.

La qualità, per così dire sociale, delle entrate e delle spese può essere più efficace dell’innalzamento del livello del bilancio, in particolare in una situazione in cui la pressione fiscale abbia un impianto regressivo, (2) ivi compreso il sistema previdenziale (3), e la spesa pubblica non produca un’efficace redistribuzione del reddito, ma a causa di una dilagante corruzione premi rendite, clientele ricche e poteri forti, oltre alla notevole erogazione di interessi sul debito (4).

La questione fiscale è decisiva, non solo dal punto di vista dell’equità, ma anche della domanda interna, che è a sua volta decisiva del livello degli investimenti, dal momento che non esiste saggio di interesse così basso da stimolare gli investimenti in carenza di domanda (5), come risulta evidente dalla situazione attuale.

Inoltre la pressione fiscale e parafiscale , concentrata sui redditi da lavoro e quasi nulla sui patrimoni (6), spinge a sommergere attività lavorative e di impresa, da un lato, e a distorcere gli investimenti dalla produzione verso l’immobiliare e la speculazione finanziaria (almeno sino alla crisi) dall’altro.

Il cosiddetto cuneo fiscale ( mld circa) grava come un macigno sul lavoro dipendente, comprime la domanda, fa quasi raddoppiare il costo del lavoro riducendo la competitività dei settori esposti alla concorrenza internazionale , spinge verso il sommerso, alterando le condizioni di concorrenza con le imprese illegali, favorisce gli investimenti labour-saving, nel contesto di una modestissima propensione all’investimento produttivo.(7).

Tutta la politica confindustriale e del governo e dei sindacati gialli verte su un solo obiettivo: ridurre la retribuzione del lavoro, renderlo dipendente dall’andamento aziendale.

Questa politica non può che dequalificare ulteriormente l’apparato produttivo, restringendolo progressivamente.

Si tratta di spostare pressione fiscale dai redditi più bassi e dai settori esposti al patrimonio più facile da accertare ed impossibile da esportare: in primo luogo quindi sul patrimonio immobiliare che negli ultimi anni ha considerevolmente accresciuto il suo valore superando probabilmente i 5000 mld di euro nel 2007 (8).

L’anno precedente, prima dell’abolizione dell’I.C.I. sulla prima casa, il gettito di questa imposta ammontava a meno di 12 mld.

Insieme con l’irrilevante tassazione sulle successioni, si tratta dell’unica imposta patrimoniale esistente.

Sulla principale forma di ricchezza, che ha una larga componente di tesaurizzazione, visto il numero di immobili inutilizzati, la cui crescita fisica devasta il territorio reclamando un continuo adeguamento delle infrastrutture, l’imposizione incide mediamente con ogni probabilità, per meno dello 0,2%! (Di poco superiore è il gettito delle imposte sostitutive sui redditi da capitale!)

Considerato l’incremento nel tempo e la resistenza del suo valore ai colpi della crisi, il mattone ha dato ragione agli investitori che lo hanno prediletto e si presenta oggi senza l’alternativa concorrente dell’investimento finanziario, ad un mercato spaventato e traumatizzato dalla finanza speculativa.

Naturalmente una parte ingente di questo patrimonio presenta un valore d’uso enorme, in quanto costituito da case di abitazione o da immobili adibiti ad attività lavorative.

Valore d’uso del tutto indipendente dall’andamento del mercato immobiliare.

Va ricordato che la sovrapproduzione di questo settore non ha finora scalfito il livello degli affitti e che questi, per la pesante decurtazione dei redditi di milioni di inquilini, determinano una grave riduzione dei consumi.

Analogo effetto è prodotto dal debito contratto dalle famiglie “costrette” all’acquisto di una casa di abitazione.

Il caro- affitti e il caro-casa si sono alimentati reciprocamente ingrassando la rendita immobiliare che ha costituito un’alternativa troppo attraente per il risparmio e la speculazione, mentre troppe amministrazioni comunali hanno fatto cassa abdicando al governo del territorio.

E’ ovvio che questo diluvio di cemento (9) presenti, e presenterà sempre più, il conto in termini sociali ed ambientali . Ma c’è una ragione più strettamente economica per trasferire sul patrimonio una parte crescente e significativa dell’attuale imposizione sui consumi e i redditi popolari.

E’ dimostrato da lungo tempo (10) che l’imposta sul capitale produce, a differenza dell’imposta sulle merci-salario, un aumento dei salari reali e dell’occupazione e comunque maggiore rispetto all’imposta sul reddito dei capitalisti.

A differenza di entrambe determina l’incremento dei profitti netti senza pressione sui prezzi.

La teoria di Kalecki suppone alcune ipotesi semplificatrici che, come vedremo, possono essere adattate alla realtà italiana:

A) si consideri un sistema economico chiuso con capacità produttive inutilizzate;
B) i lavoratori spendano tutto ciò che ricevono in forma di salario o sussidio;
C) il bilancio dello Stato sia in pareggio, perchè tutta la spesa pubblica è finanziata mediante imposte;
D)la somma delle imposte sia uguale alla somma degli stipendi dei funzionari e ai sussidi.

Come si vede Kalecki astrae dal vincolo estero, dal risparmio dei lavoratori (oggi piuttosto negativo), dagli effetti della spesa pubblica in deficit e dal rimborso del debito pubblico (destinato per una buona metà a investitori esteri agisce in modo contraddittorio rispetto alla spesa sociale o alla spesa per il personale della P.A.

L’ipotesi C) può essere rispettata, comunque, immaginando una manovra di bilancio in pareggio che lasci inalterato lo squilibrio preesistente.

Per l’ipotesi D) basterà osservare la condizione che i beneficiari degli sgravi fiscali percepiscano redditi così bassi da non avere nessuna capacità di risparmio.

Il vero problema dell’applicazione delle conclusioni di Kalecki consiste nel carattere aperto dell’economia italiana sotto il duplice aspetto della propensione ad importare e della libertà di movimento dei capitali.

Il capitale che non può giovarsi della libertà di movimento è costituito da tutti i beni di investimento in corso di ammortamento e dai beni immobili vocati ad un uso economico.

Il fatto che una pesante imposta sul patrimonio immobiliare andrebbe a gravare su degli investimenti improduttivi (seconde case, abitazioni di lusso etc.) non può inficiare gli effetti previsti in termini di occupazione e reddito.

V a considerata piuttosto la possibile traslazione dell’imposta sui canoni di locazione, a mio avviso tanto più improbabile quanto più sarà onerosa (15) o se avrà un carattere straordinario o se sarà accompagnata dal blocco dei fitti o da misure di sgravio per i locatori.

Un’adeguata imposizione sugli immobili dovrà comunque assumere un carattere ordinario ed un rilievo tale da determinare un deprezzamento (16), condizione fisiologica per il contenimento dei fitti e per un’ulteriore espansione della proprietà famigliare.

A questo scopo l’I.C.I. va portata al 2% del valore di mercato attraverso l’adeguamento dei valori catastali e l’incremento delle aliquote.

Si tratta anche di recuperare l’evasione, di riconoscere le abitazioni di lusso, di eliminare gli sgravi per inagibilità, di rimuovere la scandalosa esenzione dell’enorme proprietà ecclesiastica.

Avrebbe un carattere progressivo per detrazione mantenendo l’esenzione, entro certi limiti, per le prime case .

Un pungolo per i Comuni può venire dall’abolizione dell’addizionale comunale all’I.R.P.E.F. e dalla riduzione dei trasferimenti.

Una crescita cospicua del gettito I.C.I. sarebbe però mal distribuita tra i diversi Comuni, pur insistenti nello stesso territorio: si pensi al notevole divario del mercato immobiliare, alla concentrazione di seconde e terze case o degli immobili adibiti a servizi o dell’edilizia industriale.

E’ conveniente, dunque, che la quota più significativa delle maggiori entrate sia ottenuta con addizionali provinciali e, soprattutto, regionali.

NOTE SULL’I.R.A.P.

L’imposta regionale sulle attività produttive produce un gettito rilevante (dai 36 mld del 2005 a quasi 41 del 2007) destinato al finanziamento, parziale, della spesa sanitaria.

Nel quadro della finanza pubblica attuale è insostituibile (costituisce il 28% circa delle entrate correnti delle regioni9 ; nacque nel ’97 sulle ceneri di alcune imposte soppresse (tra queste, ahimè, l’I.N.V.I.M. e l’imposta sul patrimonio netto delle imprese) e presenta un gravissimo vizio strutturale: l’imponibile, sul quale si applica un’aliquota variabile dal 3,9 al 4,9%, è costituita dal valore della produzione al netto dei costi fondamentali salvo il costo del lavoro.

Il che significa che l’imposta si paga sulla somma dell’utile e del costo del lavoro. E’ evidente che viene così premiato un più alto livello di composizione organica del capitale e viene punito chi crea maggiore occupazione particolarmente odioso è il raffronto tra imprese detentrici di marchi importanti con un modesto numero di dipendenti diretti, gravate da dispendiosi investimenti in pubblicità e la miriade di contoterzisti a committenza unica, per i quali il lavoro può superare la metà dei costi complessivi. Va sottolineato, tra l’altro, che tra i falsi costi deducibili (spese di rappresentanza, pubblicità etc.) può facilmente celarsi una significativa area di elusione (sponsorizzazioni sovrafatturate, spese di interesse personale etc.).

Quest’imposta va rovesciata come un guanto: solo il costo del lavoro dovrebbe essere deducibile.

Si considerino, a puro titolo esemplificativo, due imprese produttive di pari fatturato che non dichiarino utili (come la maggioranza delle società), caratterizzate però da una composizione organica del capitale molto diversa: un’industria chimica, da un lato, con un 10% di incidenza del costo del lavoro; un calzaturificio, dall’altro, con un 50%, ambedue con un altro 10% di costi indeducibili. Il secondo presenta un imponibile triplo della prima!

Per quanto modesti siano gli effetti, l’I.R.A.P. riformata può apparire un freno all’investimento in tecnologia che normalmente si risolve in una accresciuta composizione organica del capitale.

Esistono ben altri incentivi allo scopo, in luogo di questa tassa sull’occupazione (gli ammortamenti accelerati ad es.), si tratta però di decidere che tipo di investimenti siano desiderabili: per la sicurezza, per il risparmio di energia e materiali, per la ricerca o per la sostituzione di forza-lavoro.

Quando lo Stato ha abbondantemente finanziato, negli anni ’80, i processi di automazione nell’industria (a partire dalla FIAT) non ha solo cooperato alla rivincita padronale che prende le mosse da quella stagione, ha anche aggravato i conti pubblici: un operaio espulso dalla produzione costituisce un costo (C.I.G. mobilità, diritto a prestazioni gratuite o tariffe ridotte etc.), una minore entrata diretta (contributi, I.R.P.E.F.) e indiretta per la minore capacità di consumo con un elevato moltiplicatore (negativo) (17). Egli acquisirà il diritto a prestazioni gratuite o tariffe ridotte etc.

Senza considerare gli effetti moltiplicativi della riduzione della domanda, il depauperamento professionale, le conseguenze psicologiche e sociali, il costo del licenziamento per la finanza pubblica è comunque spaventoso, come apparirà con evidenza nei prossimi mesi.

Allo Stato conviene, dunque, rinunciare ad una parte delle entrate derivanti dall’occupazione piuttosto che sopportare il costo della disoccupazione. In realtà una politica anticiclica efficace protegge anche l’equilibrio dei conti pubblici.

E’ necessario, però, introdurre una distinzione tra reddito generato dai settori produttivi e no.

Non si tratta di una distinzione assiologica, ma di una distinzione funzionale: è evidente, infatti che una prestazione sanitaria appropriata o l’istruzione di qualità sono infinitamente più utili della produzione di CocaCola o di armi o di superalcoolici. Per dirla con Pesenti: “è chiaro che lavoratori produttivi e lavoratori improduttivi devono consumare i beni materiali esistenti e che i redditi dei lavoratori improduttivi sono redditi derivati e non primari” (18).

La restrizione della base produttiva del paese, infatti, richiederebbe una “esportazione” di servizi o beni immateriali equivalente per lasciare inalterate le basi materiali della vita del paese.

Per quanto sia auspicabile e perseguibile la riduzione di alcuni consumi e l’espansione di molti servizi, il paese non è nelle condizioni di sopportare una pesante contrazione dei settori primario e industriale, poichè il terziario non è certamente più competitivo.

IL PROBLEMA DELL’OFFERTA

La riduzione del cuneo fiscale (170 mld. circa del 2006) deve quindi iniziare dai settori produttivi che sono, tra l’altro, molto più esposti alla concorrenza internazionale (la delocalizzazione ne costituisce l’effetto più vistoso). I dipendenti occupati nell’industria in senso stretto e in agricoltura, nel secondo trimestre 2009 erano 4529000.

Una franchigia di 5000 euro per i contributi a carico delle imprese che annullerebbe i contributi dovuti per buona parte di questi lavoratori, presenta un costo massimo di 22,5 mld. (in realtà piuttosto inferiore perché la franchigia non può essere utilizzata appieno per i redditi più modesti). Naturalmente questo costo cresce con l’emersione del lavoro nero , auspicabile, che implica però emersione di fatturato e nuovi contribuenti I.R.P.E.F.

E’ necessaria inoltre una legge che renda più onerosi i licenziamenti, in tutti i settori, obbligando a versare una somma rilevante all’I.N.P.S. alla cessazione del rapporto di lavoro e che sancisca la perdita di qualunque beneficio (sovvenzioni, sgravi) in caso di riduzione del personale; occorre inoltre impedire il cambio di destinazione d’uso delle aree industriali, delle strutture ricettive etc.

E’ infine indispensabile un aumento generalizzato delle ferie retribuite.

Un mese di ferie aggiuntive, amministrabile a discrezione del datore di lavoro, decurtato dei giorni di malattia usufruiti nell’anno precedente e cumulabile per un periodo di tre anni, costituisce uno strumento di flessibilità e, soprattutto equivale alla generazione, di almeno 700.000 posti di lavoro nel complesso delle attività private (considerando 12 gg. di malattia in media per occupato).

E’ evidente che nel terziario e nelle costruzioni si avrebbe una crescita secca del costo del lavoro vicina al 4% (i primi tre giorni di malattia sono a carico dei datori di lavoro) .

Questo aumento può essere neutralizzato con una franchigia di 1000-1200 euro per dipendente sui contributi dovuti dal datore di lavoro, con un costo massimo complessivo di 10 miliardi.

L’I.N.P.S. trarrebbe un beneficio notevole liberando risorse sulla Gestione prestazioni temporanee utilizzabili per la maternità, la C.I.G., la disoccupazione. Come finanziare questo enorme importo (30-32 mld)? La modalità più opportuna consiste nell’istituzione di una addizionale all’I.V.A. interamente utilizzabile in conto contributi che non comporta oneri, è anzi vantaggiosa, per il bilancio dello Stato, è neutra per il consumatore (almeno per i prodotti nazionali in quanto la maggiore imposta si risolve in un equivalente calo del costo di produzione), ma che presenta un aspetto problematico: per il suo implicito carattere protezionistico (l’import non potrebbe giovarsi della riduzione dei costi) l’U.E. potrebbe eccepire una lesione della concorrenza; è dunque in sede comunitaria che dovrebbe attuarsi una simile disposizione.

In mancanza di ciò va costruito un solido pilastro fiscale autonomo, cioè indifferente rispetto al ciclo: lo abbiamo indicato nell’I.C.I. riformata. Supponendo un patrimonio immobiliare di 5.000 mld, al lordo di 2000 mld di patrimonio esente, l’aliquota del 2% autorizza la previsione di un incremento di gettito dell’ordine di 50 miliardi che lo Stato può manovrare nell’ambito dei trasferimenti agli E.E.L.L. In secondo luogo andrebbe organizzato un aumento esteso di tariffe e tributi concernenti servizi e consumi praticamente ineludibili: acqua, elettricità, gas, trasporti e tasse scolastici, asili nido, tasse di concessione, raccolta rifiuti etc. Questi aumenti devono essere ampiamente compensati con la detraibilità dal’I.R.P.E.F. Prevedendo adeguate riduzioni ed esenzioni per gli incapienti, l’onere degli aumenti si concentra sulla larga fascia degli evasori.

IL PROBLEMA DELLA DOMANDA

Né la riduzione del costo del lavoro, né la caduta del tasso di interesse possono determinare la ripresa in carenza di domanda.

Se per la fascia alta dei redditi è indispensabile incentivare i consumi, per la gran parte del lavoro dipendente occorre aumentare il reddito disponibile.

I margini di manovra sono stretti: a causa dell’evasione il reddito dichiarato è esiguo (637 mld del 2006) e l’imponibile si concentra negli scaglioni più bassi (19). Per conseguire il primo obiettivo è necessario innalzare drasticamente le aliquote maggiori e aumentare le detrazioni, il che esclude un’immediata estensione della no tax area; per il secondo istituire una franchigia di 2000 euro sui contributi a carico di ciascun dipendente del settore privato. La franchigia ha un’impronta fortemente progressiva perché esenta i redditi bassi e riduce al minimo l’incidenza sui redditi medi (3,8% circa su un imponibile contributivo di 35.000 euro). Il “costo” di questo provvedimento, al netto del maggior prelievo I.R.P.E.F., si può valutare nell’ordine di 20 mld.

Questo sgravio non discriminerebbe i lavoratori autonomi la cui gestione previdenziale è già abbondantemente finanziata dallo Stato e analoga considerazione va fatta per i dipendenti pubblici e per il deficit dell’I.N.P.D.A.P. Voglio sottolineare la funzione economica che un sistema generoso di detrazioni assolve: a) stimola la domanda ben più efficacemente delle esortazioni patriottiche a consumare; b) seleziona qualitativamente la domanda, se si privilegiano alcuni consumi e servizi; c) risarcisce del carattere regressivo dell’imposizione indiretta se si privilegiano gli acquisti di beni essenziali; d) risarcisce del prelievo imposto dalla rendita immobiliare privilegiando gli affitti; e) permette di colpire particolari categorie di evasori.

L’estensore di queste note è consapevole dell’inesistenza assoluta delle condizioni politiche per un pur timido avvio di una riforma democratica del sistema fiscale e delle politiche economiche.

Lo spazio assegnatomi non consente neppure di sfiorare alcune decisive questioni, né di argomentare in dettaglio qualche affermazione che potrà sembrare arbitraria e d’altronde la crisi si incaricherà di travolgere talune cifre che sono il risultato di una personale e grossolana elaborazione.

Ciò nonostante spero di aver fornito qualche elemento di discussione concreta sull’economia del paese. E’ mia antica convinzione che le parole dell’opposizione debbano rappresentare gli atti di un governo possibile.

* Docente dell’università di Fermo, collaboratore de L’Ernesto. Il presente articolo, pubblicato su Marxismo Oggi, contiene le riflessioni contenute nell’intervento che Volponi ha svolto al convegno della Rete dei Comunisti sulla crisi tenutosi a Bologna sabato 19 giugno scorso.