Nostalgia degli anni Novanta?

L’aria che tirava ieri pomeriggio alla «veglia per la democrazia» indetta da Arturo Parisi contro la riforma elettorale proporzionalista di Berlusconi & co. è la migliore risposta alla domanda che imperava l’altro ieri sulle prime pagine sia della Repubblica (Ilvo Diamanti) che del Corriere della Sera (Angelo Panebianco) sul clima di archiviazione degli anni Novanta che fa da sfondo al ritorno al proporzionale. Lo sparuto e immalinconito manipolo di eroi del maggioritario (Mario Segni, Achille Occhetto, Willer Bordon, Giovanna Melandri, e con loro Romano Prodi) riunitosi in piazza Montecitorio per vegliare sulla «rivoluzione tradita» del `93 in nulla somigliava alle masse speranzose che dodici anni fa seppellirono il proporzionale con un voto referendario dell’87,1%, illudendosi con ciò di seppellire tutta la cosiddetta Prima Repubblica e di dare la nascita alla cosiddetta Seconda. Solo che a nulla vale prendersela con il colpo di mano di Berlusconi, come fanno i leader del centrosinistra, o con il desiderio di archiviazione del passato decennio «di grandi attese e grandi speranze», come fa Diamanti. Quante delle sue false promesse ha mantenuto la «rivoluzione del maggioritario», peraltro già bocciata dall’elettorato nell’altro referendum, quello del `99, che avrebbe dovuto completarla abolendo la quota proporzionale? Nessuna. Lo stesso Panebianco, che pure annovera fra le «luci» del decennio maggioritario il primato del governo sul parlamento, deve elencare fra le «ombre» la mancata riforma costituzionale che avrebbe dovuto adeguare il sistema delle garanzie alla logica maggioritaria, e la mancata compattazione delle due coalizioni al loro interno, che ha fatto sì che il maggioritario convivesse con una esasperata frammentazione dei partiti. E Diamanti, che nel bipolarismo, nel federalismo e nella personalizzazione tutt’ora vede i tre cambiamenti virtuosi che avrebbero potuto e dovuto portare alla democrazia dell’alternanza, al rinnovamento della classe politica e dei partiti, a un buon rapporto fra istituzioni e società, deve d’altra parte constatare che se per un verso questo passaggio si è incarnato nell’elezione diretta dei sindaci e dei governatori, per l’altro ha avuto la sua apoteosi nella discesa in campo dell’«uomo nuovo» Silvio Berlusconi e del Polo da lui creato e assemblato. Segno evidente che non era tutto oro ciò che luccicava nelle aspettative verso la rivoluzione del maggioritario, del bipolarismo, del federalismo e della personalizzazione.

Così come oggi non è solo di resurrezione del vecchio che si nutre il ritorno al proporzionale (cosiddetto, perché non si torna affatto al proporzionale di un tempo e la nuova legge riesce a sommare svariati inconvenienti del proporzionale e del maggioritario). Il fatto è che il vecchio non ha mai smesso di scorrere nelle vene del nuovo, malgrado la retorica del nuovo che nei primi anni Novanta imperversava. Quando Diamanti lamenta che oggi ci si illude di superare i problemi dell’ultimo decennio senza affrontarli ma semplicemente rimuovendoli e mettendoli in parentesi ha ragione; a patto di aggiungere che anche con la «rivoluzione» del `93 ci si illuse di seppellire i guai della «Prima Repubblica», e in specie degli anni Ottanta, senza affrontarli e con una insana rimozione. Su una cosa invece concordo con lui: che questo modo di procedere ci lascia ancora una volta in sospeso, a mezz’aria, impigliati in un processo che più che una transizione è un avvitamento. Di rimozione in rimozione sta andando a finire proprio così, con un volo nella nebbia «mentre la terra sotto di noi non si vede più perché non esiste più». Con altre parole si chiama «declino italiano», ma non entra mai, neppure per sbaglio, nelle esauste dispute sulle regole del sistema politico.