Non sono le tasse l’unica leva della giustizia sociale

Al congresso della Cgil l’idea di un patto fiscale per la legislatura alle porte ha ricevuto un consenso praticamente unanime. D’altronde, le richieste di Confindustria al prossimo governo sono basate in buona parte su provvedimenti di natura fiscale (in senso lato, ossia comprendenti anche il costo del lavoro). Nel recente dibattito tra Prodi e Berlusconi le questioni fiscali hanno avuto grande spazio e continuano ad averlo in questi giorni. Già questi scarni elementi suggeriscono di soffermarsi con attenzione sui contenuti, previsti e prevedibili, delle politiche fiscali di un eventuale governo di centrosinistra. Ci sono, secondo me, tre errori che vanno assolutamente evitati.
Il primo, è quello di scambiare i desideri con la realtà quando si parla di lotta all’evasione fiscale. Per quanto circoli un’ottimistica fiducia sugli effetti che potrà avere il semplice recupero di elementari standard minimi, quali la ripresa dei controlli e la fine dei condoni, bisogna capire che l’evasione è endemica in Italia e non sparisce con la bacchetta magica. Ma bisogna anche capire che per fare la “lotta all’evasione” è necessario mettere le mani all’interno dei meccanismi della macchina fiscale. Tra questi spiccano gli studi di settore, che rappresentano lo strumento che orienta, fin quasi a determinarla, l’azione di accertamento nei confronti di qualcosa come 4 milioni tra imprese medio-piccole e lavoratori autonomi, ovvero l’80% dei soggetti “potenzialmente” in grado di evadere (le partite Iva attive in Italia sono circa 5 milioni). Da questo punto di vista appare sconcertante che i partiti e i sindacati della sinistra che enunciano di continuo la priorità della lotta all’evasione non si occupino se non in misura alquanto limitata degli studi di settore né facciano riflessioni e proposte al riguardo di uno strumento di enormi potenzialità ed importanza fino ad oggi gestito in maniera ben poco trasparente (riflessioni e proposte in materia si possono trovare sul sito www. sinistriprogetti. it alla sezione “fisco e finanza pubblica”).

Il secondo errore è quello di pensare che lo sviluppo passi automaticamente attraverso la riduzione delle imposte e del costo del lavoro. L’Irap oggi viene pesantemente criticata da Confindustria, che però sembra dimenticare l’entità dello sgravio di cui hanno goduto le imprese con la riforma del 1998. C’è inoltre un accordo generale (anche sindacale) sulla riduzione del cuneo fiscale attraverso la riduzione dei contributi. Infine, da molte parti si registra un certo consenso sull’ipotesi di ripristino di una serie di agevolazioni fiscali cosiddette mirate: crediti d’imposta per gli investimenti e la ricerca, fiscalità di vantaggio per le zone in ritardo di sviluppo, detassazione degli utili reinvestiti. Sorgono spontanee alcune questioni.

Se, come molti dicono, il problema italiano è quello della vetusta specializzazione produttiva e non quello dei costi elevati, perché la riduzione delle imposte e/o dei contributi dovrebbe essere risolutiva? Perché Francia e Germania, negli ultimi anni, hanno attratto cospicui investimenti dall’estero pur avendo un livello di tassazione delle imprese e di costo del lavoro non certamente molto inferiore a quello italiano? Considerando i costi diretti ed indiretti degli incentivi – in un paese a basso tasso di legalità come l’Italia vanno predisposte ogni volta apposite verifiche dei requisiti di chi ottiene (spesso in modo automatico) le agevolazioni – perché si è così sicuri che questi siano preferibili al finanziamento di progetti pubblici di ricerca di base ed applicata?
Il terzo errore è quasi culturale. Il fisco agisce “a valle” dei processi di creazione e distribuzione della ricchezza. L’impatto del fisco sull’esito conclusivo di questi processi è, quindi, inferiore sia quantitativamente sia qualitativamente rispetto agli elementi sociali (la demografia e le migrazioni), economici (la produttività) e politici (il conflitto tra capitale e lavoro) che agiscono a monte dei processi stessi. Ciò non toglie nulla all’importanza del fisco nell’ambito delle politiche pubbliche quindi sul piano, anche simbolico, del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini. Ma rende anche illusoria l’idea – non esplicitamente sostenuta, ma nei fatti spesso prevalente – che la sinistra possa affidare la giustizia sociale al fisco riducendo in misura corrispondente l’attenzione e la conflittualità su ciò che accade nel mondo della produzione e del lavoro.