Non solo Parigi: i precari dell’Illinois

Nelle ultime due settimane, due forti manifestazioni hanno attraversato il centro di Chicago, occupando per un po’ il cuore di una città storicamente nota per la sua lunga tradizione di sindacalismo militante.
Il Primo Maggio è nato qui, centinaia dei più noti e capaci dirigenti del movimento operaio statunitense sono nati e hanno lottato qui. Venerdì 10 marzo, più di 150.000 persone (stime della polizia) hanno marciato contro la proposta di legge anti-immigranti (una specie di copia del tipo di legislazione che ha reso possibile Guantanamo) introdotta al Congresso dal presidente del comitato della Camera per gli affari giuridici, James Sensenbrenner. Sabato 18, in occasione del terzo anniversario dell’invasione e occupazione dell’Iraq, almeno 15.000 persone (seconde le nostre stime più prudenti, 7.000 secondo la polizia) hanno ancora una volta fortemente «animato» la città, in quella che è stata probabilmente la più grande tra le manifestazioni tenute per il 18 marzo negli Stati Uniti.
Alla manifestazione, abbiamo incontrato Joe Berry, uno storico del movimento operaio che insegna alla sede chicagoana dell’Istituto sulle relazioni sindacali e industriali dell’Università dell’Illinois (Urbana-Champaign). Berry non è soltanto un apprezzato storico, ma da 35 anni un noto militante sindacale.
Joe, Chicago sta ancora una volta dando una scossa al paese? Qual è la tua valutazione della situazione che ha portato a queste due manifestazioni?
Probabilmente la manifestazione contro la legge anti-immigranti è stata una delle più grandi nella storia di Chicago e ricorda quelle del 1886 per le otto ore guidate da Lucy e Albert Parsons, da cui nacque il Primo Maggio. Anche quelle manifestazioni erano formate da lavoratori recentemente immigrati, venuti a Chicago a cercare un lavoro migliore e certo non per il buon governo di questa città o per il suo clima. Bè, è un po’ presto, credo, per dire che stiamo assistendo a qualcosa che potrebbe portare a un movimento sulla scala di quelli di quegli anni 80 del XIX secolo. Non credo sia impossibile, tuttavia, dato che alcune delle ragioni che mossero quei lavoratori sono di nuovo di attualità, inclusi l’insicurezza e il forte sfruttamento cui i lavoratori immigrati sono sottoposti, la diffusa convinzione che stiano sparendo le condizioni e i salari medi a favore di una separazione sempre più grande tra poveri e ricchi. Questi fattori sono comuni ai due periodi. Quello che ora è differente è che gli Stati uniti sono divenuti una potenza imperiale e che l’esercizio di questa potenza imperiale, in particolare per la guerra in Iraq, non è stato attivamente contrastato che da una minoranza, quella che abbiamo visto alla manifestazione del 18, mentre la maggioranza, anche a Chicago, è rimasta passiva. Un’altra differenza tra l’oggi e l’era di Haymarket Square è che ora più della metà della classe operaia di Chicago è, nei termini che si usano negli Stati Uniti, «non-bianca». Gli operai di Chicago sono per buona parte sia african americans e latinos (d’origine africana o centro/sud americana), sia asiatici o figli di immigrati asiatici. La parte «bianca» è poi formata anche da immigrati recenti dall’Europa. In questo senso, le manifestazioni hanno un carattere internazionale – direi meglio «globale» – che non si può ritrovare a tale livello anche nella pur presente solidarietà operaia di quell’altro secolo. Entrambe le manifestazioni rivelano che anche nel cuore interno degli Stati uniti noi siamo connessi con ciò che succede oltre i nostri confini e la questione per molti di noi ora non è «come possiamo fermare o invertire questo processo», ma piuttosto «chi controllerà questi legami e cosa farà il movimento per influenzarli e per determinarne il carattere»?
Tu hai recentemente pubblicato “Reclaiming the Ivory Tower “, un libro in cui, tra molte altre cose, descrivi i mille modi con cui i manager delle università cercano di contrastare i tentativi di organizzazione sindacale, impedire un reale esercizio della liberta di parola e di insegnamento e, ancora più che in passato, trasformare le istituzioni accademiche in aziende in cui i lavoratori precari costituiscano il grosso degli addetti al loro “business”. Ritieni che questo trend abbia influenzato il modo in cui la gente ha risposto alle politiche criminali di questa amministrazione o abbia frenato la crescita nelle universtià statunitensi di un movimento contro la guerra più forte?
La precarizzazione del lavoro, sia nelle università che in generale nell’economia, aggiunta a una situazione che sugli standard europei era già di insicurezza dell’impiego, è uno dei maggiori fattori nel trend che sta ridisegnado la vita della maggioranza della classe operaia negli Stati uniti. L’esempio dei docenti dei college è meramente uno dei più estremi e crescenti casi legati a questo trend che è andato formandosi negli ultimi trent’anni, trasformando i docenti delle università in lavoratori intellettuali precari. L’effetto specifico di questa precarizzazione sull’atteggiamento della gente nei confronti di questa amministrazione è ancora poco chiaro. Da una parte la paura – economica, politica, sociale – è oggi sicuramente il sentimento dominante tra molti statunitensi. L’amministrazione gioca su questo per promuovere le sue politiche e scoraggiare la gente dall’organizzarsi indipendentemente. Dall’altra parte, la discesa verso bassi salari e il peggioramento della qualità della vita ha il potenziale di aprire a prospettive più critiche e anche a idee radicali, ad un livello ormai non più presente sin dagli anni 60 o forse dagli anni 30. Per la maggior parte, questa forza potenziale non è ancora arrivata a esprimersi in una critica generalizzata e con una base di massa. Questo sia per il fatto che la leadership del movimento sindacale – indebolito ma pur sempre una grande forza – non ha connesso i vari pezzi di questa forza e assunto una visione militante, sia per l’assenza di una leadership di sinistra con la forza e la capacità di influenzare gli eventi su scala di massa e nazionale. Comunque, proprio come accadde durante la Grande crisi del 1929, la situazione può cambiare rapidamente. La crescita del movimento sindacale nei campus delle università, tra i lavoratori laureati, i docenti precari, e altri lavoratori universitari, mostra che c’è un potenziale per la vittoria della speranza e del coraggio sulla paura e sul fatalismo.