«Non sarà un passeggiata»

Sarà un mandato «al buio». E a Roma c’è forte preoccupazione. L’Onu discute, rimanda, ma non fa luce sulle regole d’ingaggio. E la Francia: solo due giorni fa rivendicava un ruolo di comando. Ora agita lo spettro di una «defezione» di fatto. «In Libano invieremo solo 200 militari e una dozzina di generali», fa sapere il presidente Jacques Chirac. È in queste condizioni che il consiglio dei ministri, convocato oggi d’urgenza, darà il «via libera» alla missione internazionale in Libano.
«I caschi blu italiani non dovranno disarmare Hezbollah», annuncia Massimo D’Alema all’Espresso. Il primo ministro libanese Fouad Siniora garantisce a Prodi che «Hezbollah collaborerà con la forza Onu». E Prodi sul disarmo del «Partito di dio» è drastico: «È un punto fermo: i nostri soldati non vi parteciperanno». Ma nel silenzio dell’Onu siamo alle dichiarazioni d’intenti: oggi il governo accenderà il semaforo verde e sancirà una partenza a fari spenti. Perché al momento solo l’Onu può illuminare la strada. E l’Onu rimanda.
La «chiarezza» invocata dal ministro della difesa, Arturo Parisi, per ora è poco più di un lumicino. Il dubbio è che si riduca a un«cerino»: quello che passa di mano in mano, finché qualcuno non si brucia. Al momento sembra il gioco preferito della diplomazia parigina. se non saranno i francesi, a guidare la missione, toccherà forse all’Italia. «Regole chiare le chiediamo anche noi – commenta Prodi, riferendosi alla Francia – credo che sia giusto e doveroso. Il problema è che non capisco quanto sia l’impegno, una volta che si abbiano regole chiare».Il punto è che se non saranno i francesi, a guidare la missione, toccherà forse all’Italia. Ed è vero, come dice Prodi, che nessuno ha mai definito una «passeggiata» la missione italiana in Libano. Ma è anche vero che l’Italia non ha rafforzato, come richiesto dall’Onu, la missione in Afghanistan: proprio per questo, l’Onu, oggi potrebbe chiederci di più. Lo conferma lo stesso Prodi, quando riferisce del colloquio con il segretario generale della Nazioni unite, Kofi Annan: «È andato molto bene, perché l’ Italia ha avuto un ruolo importante nel Mediterraneo, e come tale è stato riconosciuto».
E fra tutte queste ombre, la visione più chiara sembra quella di D’Alema: «L’unica prospettiva realistica è un accordo tra forze politiche libanesi, che probabilmente si risolverà con l’integrazione di Hezbollah nella forza armata regolare. D’altronde chi potrebbe mai fare azioni di forza contro un movimento considerato ormai patriottico?». E D’Alema si spinge oltre, in una visione prospettica che auspica la fine dell’unilateralismo in Medioriente: «Israele comincia a capire che la sicurezza non può essere affidata solo alla sua forza militare, ma anche alla responsabilità della comunità internazionale, perché siamo di fronte a un conflitto che travalica i confini del mondo arabo. I ritiri unilaterali dal Libano e da Gaza non hanno funzionato. La logica dell’unilateralismo non paga. Gli estremisti hanno potuto dire: vedete? Abbiamo messo le bombe e se ne sono andati da Gaza, mentre i moderati no hanno potuto dire: abbiamo negoziato e se sono andati. Anche gli americani hanno cominciato a capire che che la loro politica in Medioriente non ha prodotto i risultati attesi».
Ma se Israele, come dice D’Alema, ha compreso che per la sua sicurezza è necessaria la comunità internazionale, c’è qualcuno disponibile a fornirgli ulteriori rassicurazioni. È Silvio Berlusconi, che, per il via libera alla missione, sottopone al governo due condizioni. Sulla prima non esistono dubbi neanche nella maggioranza: «La missione deve avere obiettivi politicamente chiari, un sistema di comando e regole di ingaggio precisi». È la seconda che accende il fuoco sotto la brace: «L’arrivo di 30mila militari dovrà portare alla riconquista della sovranità dell’esercito libanese sul suo territorio. E quindi al disarmo delle milizie terroriste». Traducendo: disarmare Hezbollah. «Se queste condizioni fossero effettive – replica il presidente della commissione Difesa al senato, Sergio De Gregorio – renderebbero improponibile qualsiasi accordo tra maggioranza e opposizione. Berlusconi probabilmente parla a Israele, e vuole dimostrare di essere più realista del re, ma è una persona ragionevole: recederà dalla sua condizione e, al tempo stesso, avrà comunque lanciato il segnale a chi voleva indirizzarlo». Ma al di là dei segnali all’estero, Berlusconi lancia segnali anche all’interno: vuole che Prodi, sulla missione in Libano, ottenga l’assenso di tutto il parlamento ma, al tempo stesso, finisca sulla graticola.
Intanto l’Unione sembra compatta, ma Parisi non può fare meno di commentare: «I carboni sono ancora ardenti». E poi chiarisce: i militari che andranno in Libano «potrebbero essere costretti a utilizzare la forza». L’uso delle armi è un rischio che non può essere escluso: «Si tratta di un intervento militare che, per definizione, è aperto al rischio di utilizzo delle armi. Ma è un rischio contro il quale lavoriamo e ci prepariamo, guidati dalla preoccupazione per il mantenimento della pace e anche della salvaguardia delle vite dei nostri militari».