Non prendiamo il toro per la coda con un’accelerazione solo elettorale

Caro Walter,
come spesso accade i tuoi interventi hanno il pregio di essere chiari e questa vale anche quando, come questa volta, non lo condividiamo. Proviamo a spiegarti il perché, riprendendo il tuo schema.
Primo. E’ vero che la discussione sulla costruzione di una soggettività unitaria e plurale della sinistra è aperta da tempo. Appunto, aperta non chiusa. La richiesta che la decisione sulle diverse opzioni in campo, il potere decisionale si allarghi dai gruppi dirigenti nazionali al corpo del partito, ai gruppi dirigenti diffusi nei territori, esautora forse gli organi dirigenti o non aumenta invece le possibilità di legittimazione? La cessione di quote di sovranità – cioè prima di tutto di decisionalità – dall’alto verso il basso non è forse uno dei temi di battaglia politica generale a noi più cari dentro il “fare società”? Perché quindi, invece che affermarlo nei documenti e poi lasciare che sia lettera morta (come anche tu dici), non farlo diventare uno dei cardini anche del nostro operare, della critica e trasformazione di una forma-partito che abbiamo messo in discussione in questi anni? Essere quelli, alla fin fine, che “danno l’esempio” e non che “predicano bene e razzolano male”? Ci sembra, invece di sentire spesso un ritornello che dice: di linea politica discuteremo nel prossimo congresso (a proposito, quando?), ora lasciate lavorare i gruppi dirigenti. Ci sembra assomigli troppo a ciò che sostengono altri partiti politici: ci avete eletto sulla base di un programma, ora lasciatecelo applicare e ci giudicherete a fine legislatura. Non lo abbiamo forse messo in discussione radicalmente?
Secondo. E’ vero, in altre occasioni partiti politici hanno compiuto la scelta di presentarsi alle elezioni con simboli differenti dai propri. Anche il nostro. Fu nell’esperienza dei “Progressisti”. Per come andò, non ci pare proprio che sia un bell’esempio da portare a sostegno di questa idea! Ancora una volta non è in discussione questa possibilità, ma è in discussione la comprensione dei motivi veri, reali. Uno spazio pubblico è la convergenza politica di soggetti organizzati e/o singoli diversi tra loro, che si danno regole comuni di discussione sul fare. Ma sempre soggetti diversi rimangono (almeno in partenza) ed è semmai nel “camminare domandando” (di zapatista memoria) che le diversità si sciolgono e ci si contamina e ci si trasforma. Così è stato anche per la Sinistra Europea, innovazione che abbiamo sostenuto con forza. Ora, certamente il processo dell’unità a sinistra è nato dentro il terreno istituzionale del parlamento ed infatti è stato positivo che i gruppi parlamentari, i ministri, ecc. lavorassero assieme e sarà giusto anche che, a prescindere dalla forma in cui ci presenteremo alle elezioni, successivamente si vada alla costituzione di un gruppo parlamentare unico. Crediamo anche che costruire una coalizione con un programma elettorale comune ed un candidato premier con il quale si rilevi anche simbolicamente l’apertura alla società ed alle differenze (sopra di tutte quella di genere), sia un pezzo di percorso positivo e realistico.
Caricare di aspettative in modo eccessivo questo passaggio dell’unità a sinistra, rischia in caso di insuccesso (in questo caso elettorale) di tutti, di riportare indietro la storia anche su quelle – poche – cose su cui si è costruito nei territori l’unità reale (dei soggetti sociali e dal basso). Ma la domanda ritorna: perché espungere pubblicamente le diversità anche dal simbolo elettorale?
Terzo. Lasciando da parte la storia del Pci e disavventure varie, tu parli di cretinismo parlamentare. Bene, siamo d’accordo con le critiche che tu muovi al discutere nel partito di istituzioni e quasi nient’altro. Ma a questo punto ti chiedo: ma di cosa discute il gruppo dirigente del partito da due anni? E di cosa chiede di discutere al partito? Le campagne – poche – sociali che sono state lanciate non erano subordinate a quanto emergeva nella discussione parlamentare? Ed aprire una valutazione sul Governo Prodi, la nostra presenza ed i motivi della sua caduta da utilizzare nel rilancio della nostra attività nei movimenti (il fare società) ed anche il passaggio della campagna elettorale sarebbe per te sintomo di cretinismo parlamentare? Dichiarare che l’esperimento proposto a Venezia (e da noi sostenuto con entusiasmo e senza pentimenti) è fallito e dobbiamo indagarne le modalità; che la nostra presenza in un governo di coalizione poteva comunque essere più efficace (per essere chiari: più ricattatoria) e non da pretoriani di Prodi (noi siamo leali, sono gli altri i traditori!); che il governo è caduto perché i moderati sono potuti intervenire così pesantemente proprio perché era evidente la “disconnessione sentimentale” tra l’esecutivo ed il popolo della sinistra; che, infine, l’accoglienza fredda ed un po’ infastidita ai nostri fratelli ed alle nostre sorelle del Presidio No Dal Molin da parte di larga parte della platea agli stati generali, ci abbia molto turbato e ci abbia fatto riflettere sul rischio di mutamento genetico in corso nella sinistra tutta e dalla divaricazione in corso con ciò che si muove e resiste nella società, è forse “pensare alle lezioni come l’alfa e l’omega della propria vita”?
Quarto. E’ vero che si è esaurito un ciclo politico e se ne è aperto uno nuovo e che il punto di svolta è l’autonomia. Ma si può pensare di ridurre tutto ciò ad una autonomia elettorale forzata dalla scelta del Pd di correre da solo? Non si dovrebbe, al contrario, scegliere l’autonomia a partire dalle riflessioni sul governo che sopra indicavamo, da un’analisi della sussunzione piena del Pd stesso nel quadro del dominio del neo-liberismo globalizzato senza più nemmeno le pulsioni di moderazione di tale processo ma con l’obiettivo semplicemente di “governarlo” meglio della destra populista? E non si dovrebbe cogliere l’occasione della campagna elettorale, così come qualsiasi altra occasione pubblica, per rilanciare e riprendere, non “il dialogo” o “le relazioni” con i movimenti, bensì il “fare” conflitto ed il “fare” movimento.
Cogliere l’occasione per rimettere le cose a posto: spostare da un lato l’orizzonte del governo e del governiamo e rimettere il baricentro del processo della rifondazione comunista nella società che resiste e contrattacca, praticare la presenza nelle istituzioni come elemento importante ma secondario della nostra prospettiva. Lo abbiamo detto dopo Genova, lo abbiamo ripetuto a Venezia. Come dici tu: “dopo averlo detto, ora facciamolo”.

*Segr. prov. Prc-Se Bologna
**Resp. movimenti Prc-Se Bologna