Non mi perdonano di essere viva

Trema e piange Giuliana Sgrena. Singhiozza quando è costretta a ricordare i momenti della sua liberazione: «La morte di Nicola addosso a me ha cancellato il mese del mio sequestro». E il dolore esplode ancora con più forza quando dice quasi riflettendo ad alta voce: «Se ti salvi la vita e non sei morto allora sei preda del cannibalismo. Mi ha trattata peggio la stampa italiana che Bush. Che cosa indegna! E c’è anche chi accusa il migliore agente segreto italiano di superficialità».

Non ha toccato cibo l’inviata del Manifesto e l’altra notte non ha dormito granchè per i dolori lancinanti al polmone: «Ho voluto fare l’eroica e non ho preso l’antidolorifico», spiega. «Per fortuna che è venuto il parrucchiere a lavarmi la testa: avevo ancora dei grumi di sangue nei capelli». Sul tavolino accanto al suo letto all’ospedale militare del Celio c’è ancora il vassoio del pranzo: minestra con piselli, bastoncini di pesce panati e cavolfiore. Ovunque, mimose e cioccolatini. Poco prima, la Sgrena ha fatto un appello per la liberazione di Florence Aubenas.
Ha fiducia nelle inchieste Italia-Usa o si sta trasformando tutto in un dibattito politico invece che giudiziario?

«Non ho fiducia nelle inchieste. Sappiamo bene come sono finite in altri casi. È invece importante che grazie alle nostre affermazioni – mie e dell’agente del Sismi, e per l’interesse di verità anche del presidente Ciampi – l’inchiesta si è imposta. Altrimenti sarebbe stato tutto archiviato nel giro di due giorni come già si era cercato di fare, definendo il tutto come un tragico incidente. Non ho fiducia nell’inchiesta: l’indagine non porterà a nulla. Sarei soddisfatta se portasse almeno al cambiamento delle regole d’ingaggio. Fare chiarezza, per Nicola: sarebbe il massimo».

Che idea si fatta su ciò che è accaduto dopo la sua liberazione: come si sono mossi il governo, le forze politiche la stampa e le tv? Ha detto che non tornerà a Baghdad, come si reinventerà cronista di guerra?

«Nel momento in cui ti salvi scatta una sorta di cannibalismo. Si deve infierire su una persona. Mi sento sotto accusa: per essermi fatta sequestrare e salvare. E Nicola è sotto accusa per avermi salvata: il migliore agente segreto italiano è accusato di superficialità. Giornalisti di grande esperienza parlano di Bagdad ma parlano di cose di cui non hanno idea. Trasmissioni intere anche alle tv: una cosa indegna»

Faccia i nomi: Eugenio Scalfari, e poi?

«Non voglio fare nomi. Nicola la sua verità non la può più raccontare. Restano solo altre due persone, molto diverse tra loro: l’agente del Sismi che guidava la macchina venerdì 4 marzo e la giornalista del Manifesto. Di Scalfari ho molta stima, ma è sceso in questa cosa, speculando su cose che non conosce: per esempio, cosa voglia dire fare giornalismo di guerra non restando dentro un albergo. Un discorso a tavolino: molto grave. Gli volevo scrivere una lettera, poi non l’ho fatto».

Il faro, i proiettili, le telefonate di Calipari. Si è contraddetta, per qualche segreto da non poter rivelare o perchè?

«Non mi sono contraddetta affatto. Sono imputata perchè sono stata sequestrata, liberata e sono ancora viva. Ma la mia versione è identica alla prima che ho dato ai magistrati: è tutto scritto, verificabile sul fascicolo in procura. Faro: la luce è arrivata dopo gli spari. Telefonate: Nicola non ha mai parlato in inglese. E per quanto riguarda i proiettili ho parlato di centinaia, non di 3-400 colpi. Questo l’ha detto l’agente del Sismi non io, anche se io ho avuto la stessa sensazione ma non sono esperta: ho visto un mucchio di proiettili. Ora si dice che erano schegge di vetro».

Eppure nel suo incontro con la vedova Calipari ha detto tutt’altro.

«C’è la deposizione al magistrato che fa testo. Calipari ha parlato solo in italiano e non spettava a lui parlare con gli americani. Chi ha scritto questo cose che non ho mai detto le deve dimostrare. L’incontro con Rosa Calipari era riservato, non ho voluto testimoni nella stanza. L’hanno scritte perchè hanno orecchiato: altro che giornalisti, hanno fatto Novella 2000».

La Toyota di Calipari e l’ipotesi della seconda auto. Ha detto che non esclude che ci potesse essere un’altra vettura quella sera della sparatoia. Ha qualche sospetto? ha sentito altri rumori?

«Non saprei riconoscere l’auto con la quale ho viaggiato insieme a Nicola: ero bendata. E le bende le ho tolte 4-5 minuti dopo che ero a bordo. Non ho avuto l’impressione di essere seguita da un’altra automobile. Penso sarebbe stato pericoloso fare un convoglio di auto».

Perchè le bende non sono state tolte prima? C’era qualcuno o qualcosa che non doveva assolutamente vedere?

«Per sicurezza, credo. Per non vedere dove ero stata sequestrata. Comunque ero terrorizzata e preferivo non vedere. C’erano i miei sequestratori che guardavano come ce ne andavamo via»

Una curiosità: a Falluja non ha avuto l’impressione che qualcuno potesse tradirla? E i suoi sequestratori, mettavano al primo posto il Corano o l’Iraq libero?

«Dai profughi di Falluja ci sono andata grazie all’aiuto di un amico fotografo. L’imam era disponibile ma impegnato nel venerdì della preghiera. Ho subito trovato molta ostalità: c’era chi mi rispondeva con slogan. Un uomo con gli occhi di ghiaccio, il più ostile fra tutti, mi disse: “Chi mi dice che non sei una spia”? Io invece volevo parlare con la gente, raccontare storie di vita materiale. E le donne mi hanno subito circondata: credevo che l’ostilità fosse superata. Ma sono stata imprudente: sono rimasta troppo. Mi aveva rassicurata però il ritorno del fotografo alla Moschea, anche se lui aveva la scorta. All’uscita c’era una piccola guardiola, con le guardie. E dei blocchi di cemento, ormai ci sono ovunque in Iraq: servono per evitare le autobombe ma anche per favorire i sequestri».

Come il suo?

«Sono state le guardie della moschea a dare il là, credo. Sono stata presa che ero già in auto, lontana 20 metri dalla Moschea. Due o tre auto, una ci ha seguito anche dopo. Che volete?, ho chiesto: la risposta è stata: che fai un appello a Berlusconi per ritirare le truppe, poi ti liberiamo. Escludo che i miei rapitori fossero delinquenti comuni o terroristi. Piuttosto un gruppo iracheno della resistenza armata».