Non fare il disarmo atomico è un crimine

Un 6 – 9 agosto tutto diverso quest’anno. Non un semplice anniversario. Giornate piene di eventi simbolici e politici, con una partecipazione vivace e cordiale di persone che antepongono la pratica feriale della pace alla legittima esigenza di ferie e – fatto nuovo – responsabili di enti locali che accolgono l’invito a intraprendere percorsi nuovi e inediti. Manifestazioni davanti alle basi atomiche di Ghedi e di Aviano con sindaci e gonfaloni, momenti culturali forti per prendere coscienza della realtà drammatica in cui ci troviamo, per scambiarci delle indicazioni politiche. Il tutto con la presenza e la testimonianza bruciante di Seiko Ikeda, una hibakusha, una sopravvissuta. «Mi hanno tolto la pelle del volto e anche quella dentro», ama ripetere, ma nonostante questo è viva e tutta la sua vita è impegnata affinché non ci siano mai più Hiroshima, mai più Nagasaki. In lei, realtà e memoria ancora in carne viva. Confida sempre che la pace possa nascere dall’accoglienza della sofferenza degli altri.
Con gli incontri, le testimonianze e gli spettacoli abbiamo voluto che i segni della forza e della violenza impattassero con la forza dei segni, affidati al silenzio e ad appropriati commenti musicali. Ne usciamo, da queste giornate, più coinvolti e più determinati. Siamo consci che la lotta contro il nucleare militare è uno dei tanti rivoli e impegni per costruire la pace. La scoperta amara, anche per noi, è che deve ridiventare prioritaria. Come “beati” abbiamo ogni anno cercato di attualizzare il 6 – 9 agosto con iniziative per la pace, ma mai come quest’anno abbiamo sperimentato la necessità di ripartire sul versante specifico del nucleare. C’è la bagarre sul terrorismo e sull’Iran oggi. Come sempre, l’Occidente sa come puntare i fari fuori dal proprio corpo e dai propri crimini. Il fallimento della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nel maggio scorso a New York all’Onu, nonostante la pressione e la vivacità delle organizzazioni di società civile, è il risultato della prepotenza di chi progetta e costruisce nuove atomiche più “maneggevoli” e quindi utilizzabili, di chi vuole mantenersi al di fuori e al di sopra di ogni legalità. Le armi nucleari per loro natura sono illegali e immorali, ha sancito la Corte internazionale di giustizia nel 1996. E non solo se vengono usate, ma anche se sono solo possedute, in quanto costituiscono minaccia permanente di distruzione indiscriminata.

Vogliamo citare due testi per noi emblematici, di due staunitensi. Uno del 1976 di Padre McSorley: «Il cardine della violenza nella nostra società di oggi è la nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare. Una volta accettato questo, tutto l’altro è un male minore a confronto. Fino a quando non ci poniamo la questione del nostro consenso all’utilizzo delle armi nucleari, tutta la speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento». L’altro dell’81 di Monsignor R. Hunthousen, allora arcivescovo di Seattle: «Le armi nucleari proteggono i privilegi e lo sfruttamento. Rinunciarci significherebbe che dobbiamo abbandonare il nostro potere economico sugli altri popoli e il nostro posto privilegiato in questo mondo.

La pace e la giustizia camminano alla pari. Sul cammino che seguiamo attualmente, la nostra politica economica verso gli altri paesi ha bisogno delle armi nucleari».
Nei giorni scorsi abbiamo parlato anche delle atomiche francesi e inglesi, del Mediterraneo e delle scorribande dei sottomarini atomici. Un senatore della commissione Difesa ha affermato che la voce disarmo non compare nei programmi della Unione Europea e nemmeno dell’Unione. Un ex sottosegretario agli Esteri sloveno ha raccontato nei dettagli qual è stata la funzione della sinistra europea perché la Slovenia accettasse l’entrata nella Nato, rinnegando il proprio impegno internazionale in favore del disarmo nucleare.

A chi rivolgerci e come rimetterci in strada?

Se l’atomica è crimine dobbiamo seguire anche la via giuridica nei confronti di chi continua a delinquere. Bloccare il processo di disarmo atomico oggi è un crimine contro l’umanità. Ma la via giuridica è impegnativa e di difficile partecipazione.

Sul piano politico non possiamo continuare a fare appelli ai governi degli Stati europei, che ancora non hanno avuto il coraggio di affrontare la contraddizione della difesa europea con la presenza dell’atomica. Come facciamo a declinare l’atomica con l’Europa che vogliamo? L’adesione cordiale di molti responsabili di amministrazioni locali alle iniziative proposte quest’anno, l’accoglienza fatta alle proposte del sindaco di Hiroshima ai “Sindaci per la pace” a livello mondiale, suggeriscono altre strade che possono saldare movimenti e istituzioni, per arrivare nei fatti dal quartiere all’Onu.

Vedendo il coraggio di molti sindaci di manifestare, per la prima volta, anche davanti alle basi, ci è venuta un’idea che può sembrare balzana, ma che potrebbe diventare dirompente. Tutti i sindaci intervenuti hanno affermato di non avere alcuna competenza sulle basi militari. Le loro richieste di conoscere la realtà e di poter predisporre di un piano di sicurezza per le popolazioni in caso di emergenza hanno sempre trovato il silenzio assoluto: nessuna risposta. Le uniche informazioni le attingono come gli altri cittadini dai vari mezzi di comunicazione. Esattamente come a Chernobyl. Noi riteniamo che amministrare una comunità e un territorio significhi assumere la responsabilità per la convivenza, la salute e la sicurezza dei cittadini. Le atomiche su un territorio costituiscono la massima insicurezza, il pericolo estremo per la vita stessa dei cittadini, e la complicità nella minaccia della distruzione totale di altri popoli. E’ vero che le amministrazioni locali non hanno competenza né autorità sulle scelte militari, ma è anche vero che, non ribellandosi alla illegalità e immoralità permanente dei potenti, mancano totalmente alla loro responsabilità di fronte alle comunità e al territorio e su questioni gravissime per la salute e la sicurezza. Le persone singole di fronte al crimine della guerra hanno fatto obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari. Con ogni probabilità, i responsabili degli enti locali, se vorranno sbloccare l’attuale situazione di impasse, dovranno impegnarsi in obiezioni di coscienza istituzionali, per esercitare sul serio la loro responsabilità e riportare concretamente sul proprio territorio la legalità.