Non è un inganno

Ha ragione Andrea Colombo sul manifesto di domenica: rispetto allo spazio mediatico che gli è stato dato il centro appare a tutt’oggi inconsistente. Ma non credo che esso sia un inganno. E’ l’orizzonte cui tende ad assestarsi la classe dirigente nelle difficoltà evidenti del nostro bipolarismo. Ora, per funzionare, un bipolarismo esige, paradossalmente, premesse condivise: la prima delle quali riguarda il perimetro del campo politico e i suoi margini di variabilità. Soltanto in questo caso l’alternanza fra un polo e l’altro, anche se non riducibile a mera tecnica amministrativa, non è minacciata dalla pressione delle sfere di società e di idee che ne sono rimaste escluse. Non è il caso dell’Italia. La semplificazione del quadro nella camicia di forza dei due poli è stato il successo più forte del berlusconismo: ci siamo soltanto noi, anzi io, e loro, anzi i comunisti. Che metà dell’elettorato abbia preso per buono questo quadro, indica il grado di confusione e delusione seguito al primo governo del centrosinistra.

Ma è una semplificazione che non tiene. Di qui i sussulti ricorrenti in un polo e nell’altro. Si comprende come l’abbraccio sempre più stretto fra il premier e Calderoli metta in difficoltà Follini e non solo; ne viene un identikit dell’Italia che la dice lunga su certe forme di marcescenza che spiegano l’impazienza dei Montezemolo. Si comprende meno che nella coalizione di centrosinistra una breccia si apra non fra Margherita e Rifondazione, dove le ragioni di differenza sono grandi, ma nel triangolo Margherita, Ds, Prodi, dove è in ballo una più modesta questione di leadership per il dopo elezioni. Rutelli è meno preoccupato di catturare l’erratico elettore di centro che di garantirsi fin d’ora una variante al governo che Prodi vorrebbe unitario; egli pensa a un centro che Mario Monti ha definito nel modo più chiaro osservando che la linea europea della Commissione e dei Trattati è politicamente troppo avanzata per essere portata avanti dalla Cdl e socialmente troppo liberista per essere sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra.

Se infatti il solo cemento della Cdl è ancora Berlusconi, quello che lega il centrosinistra è il solo obiettivo puntuale: liberarsi dal bossi-berlusconismo. Per questo a Montezemolo non vanno bene né il primo né il secondo. E al discorso di Monti e Montezemolo sono attenti non solo Follini e Tabacci da una parte e Rutelli e Cacciari dall’altra, lo sono certo gli ex dc in Forza Italia, ma anche l’intera Margherita e il quasi intero Ds. Se Prodi non avesse tirato le redini imponendo le primarie, che non hanno nessun altro senso che fermare l’ala rutelliana della Margherita, si sarebbe già visto.

E si vedrebbe se si votasse con la proporzionale. Questa strada, la sola che ogni costituzionalista, salvo il professor Pasquino, considera pulita, è oggi preclusa dal tremolio delle due coalizioni. Anche questo si capisce. Quel che si capisce meno è perché il centrosinistra, sul quale la problematica del che fare rispetto al piatto offerto dall’Europa cadrà non appena abbia vinto le elezioni, non vi si prepari con un programma che indichi, al di là dei «valori condivisi», una rotta di governo capace di dare una risposta all’insieme del suo schieramento. Non è semplice. Prodi non rinuncerà all’asse europeo dei Trattati ma neppure a cercare una mediazione con Bertinotti, non fosse che per non ripetere lo scenario del 1998 uscendo per sempre di scena. Bertinotti non accetterà di reggere da sinistra l’asse economico del Trattato costituzionale con tanti saluti alla pressione sociale crescente; ma non metterà Prodi davanti a un aut aut senza aver tentato una mediazione. Quel che è imperdonabile è che il 13 per cento che votò contro i «riformisti» di questa eventuale mediazione non abbia finora approfondito confini e lineamenti perdendosi in una corsa ai seggi che dimostra soltanto di quanto siano vaghi il movimentismo dei partiti e l’antistituzionalismo dei movimenti, o di chi dice di rappresentare. Pensare che una linea di governo nasca dalla semplice sommatoria tra Fiom, più sviluppo compatibile, più fine dell’occupazione americana in Iraq (che ormai sta a cuore anche a Bush) è francamente al di sotto di ogni necessità.