Non ci sarà pace senza ritiro e senza negoziato, anche con Hamas

Era un giorno variopinto a Bil’in. Bandiere di differenti colori sventolavano nella brezza frizzante. Sullo sfondo , i vivaci manifesti elettorali e i graffiti multicolori. La manifestazione di alcuni giorni fa è stata la più grande che si sia vista da molto tempo nel villaggio assediato dal muro e si è intrecciata con la campagna per le elezioni palestinesi. Marciavo felice nel sole invernale, tenendo alto l’emblema di Gush Shalom, con le bandiere di Israele e Palestina affiancate. Ci stavamo avvicinando allo schieramento dei militari armati che ci aspettava, quando all’improvviso mi resi conto che ero circondato dalle bandiere verdi di Hamas. Un comune cittadino israeliano sarebbe rimasto sbalordito. Ma come, i terroristi assassini in corteo insieme ai pacifisti israeliani? Israeliani che marciavano, parlavano e scherzavano con potenziali attentatori suicidi? Impossibile! Ma era del tutto naturale. Oramai tutti i partiti palestinesi prendono parte alle manifestazioni insieme agli attivisti israeliani e internazionali. Il verde delle bandiere di Hamas, il giallo di Fatah, il rosso del Fronte Democratico e il bianco e azzurro della bandiera di Israele sui nostri emblemi armonizzavano, come le persone che le portavano. Alla fine, molti di noi hanno improvvisatouna sorta di concerto. Schierati lungo la barriera di sicurezza in ferro battevamo su di essa ritmicamente con le pietre, producendo una sorta di tam tam africano che poteva essere udito a miglia di distanza. I coloni ortodossi della vicina Modiin-Illit devono essersi chiesti cosa significasse. La partecipazione di tutti i partiti era di per sé un evento importante ma dimostrava anche l’importanza che il muro ha assunto agli occhi dei palestinesi. Anni fa, quando la costruzione della barriera era ancora agli inizi, chiesi di incontrare Yasser Ararafat per suggerirgli una lotta comune contro di essa. Ebbi l’impressione che l’idea che il muro fosse un serio pericolo gli fosse estranea – i vertici palestinesi non avevano ancora afferrato il suo significato. Ora è in cima all’agenda nazionale. Alla vigilia delle elezioni nelle quali Hamas guadagnerà una porzione consistente dei voti, vedere attivisti dell’organizzazione marciare a fianco dei pacifisti israeliani è stato importante. Perché Hamas siederà nel Parlamento palestinese e, forse, anche nel governo. Condoleezza Rice ha criticato aspramente le elezioni per la partecipazione dei «terroristi», facendo eco alle dichiarazioni della sua omologa israeliana, Tsipi Livni, secondo la quale non sarebbero «elezioni democratiche» a causa di Hamas. Quel che sta emergendo è un nuovo pretesto del nostro governo per evitare di negoziare con la leadership eletta palestinese. I pretesti cambiano di volta in volta ma il proposito resta lo stesso. Prima si asseriva che Israele non avrebbe dovuto negoziare finché il nuovo presidente palestinese, Mahmud Abbas, non avesse smantellato l’ «infrastruttura terrorista». Questa era, in verità, una delle condizioni poste dalla Road Map – ma lo era anche quella, completamente ignorata da Ariel Sharon, di rimuovere le centinaia di insediamenti messi in piedi dopo il suo arrivo al potere. Poi si sostenne che l’Autorità Palestinese era in uno stato di anarchia. E come si può negoziare con l’anarchia? Ora si afferma che Israele non può assolutamente trattare con una leadership palestinese che includa Hamas, un’organizzazione che ha compiuto molti attentati suicidi e, almeno ufficialmente, non accetta l’esistenza di Israele. I pretesti sono molteplici, e molti altri se ne potranno produrre. Eppure la presenza di Hamas nel prossimo governo palestinese non dovrebbe essere un motivo per rifiutare il negoziato ma, al contrario per accelerarlo. Significherebbe che negoziamo con l’intero schieramento palestinese (tranne soltanto la piccola Jihad). Se Hamas entra nel governo, sulla base della politica di pace di Mahmud Abbas, è manifestamente maturo per negoziati, con o senza armi, basate su una hudna (tregua).

Trent’anni fa, quando ho avviato contatti segreti con i vertici dell’Olp, ero praticamente la sola persona in Israele favorevole alla trattativa con l’Olp, l’organizzazione che a quel tempo era ufficialmente definita «terrorista». Ci sono voluti vent’anni perché il governo israeliano cambiasse opinione. Ora iniziamo di nuovo dallo stesso punto. Perché le organizzazioni palestinesi rifiutano di consegnare le loro armi. Non prendiamoci in giro: le armi sono una sorta di riserva strategica. Se i negoziati con Israele falliscono, la lotta armata verrà probabilmente ripresa.

Anche se Mahmud Abbas volesse disarmare Hamas, non potrebbe farlo. La debolezza della sua posizione lo rende impossibile. Questa debolezza, che trova espressione nella Fawda («anarchia») ha un’origine precisa: gli astuti sforzi di Sharon. Per l’ex premier, l’ascesa di Abbas ha costituito un serio pericolo. Essendo favorito dal presidente Bush poiché considerato un esempio del suo successo nel portare la democrazia e la pace in Medioriente, minacciava il rapporto esclusivo tra Usa e Israele, aprendo la strada a pressioni americane su Israele. Per impedirlo, Sharon ha negato anche la minima concessione politica, come il rilascio dei prigionieri (si ricordi Marwan Barghouti), la modifica del tracciato del Muro, il congelamento degli insediamenti, il coordinamento con Abbas del ritiro da Gaza ecc. Una campagna che ha avuto successo. L’autorità di Abbas è stata indebolita in modo significativo. Ora i successori di Sharon usano questo debolezza come pretesto per rifiutare seri negoziati con lui e con il prossimo governo palestinese. Viene in mente la storia del ragazzo che, avendo ucciso i suoi genitori, si appella alla clemenza della corte: «Abbiate pietà di un povero orfano!».