«Non c’è spazio per voi»

Lo spazio deve essere solo americano e deve essere usato per aumentare la potenza militare degli Stati uniti. E’ la nuova linea ufficiale di George Bush ed è tutta nero su bianco, ma di fatto nessuno la conosceva fino a ieri, quando il Washington Post si è incaricato di raccontarla. E’ stata formalmente «licenziata» due settimane fa senza annunci ufficiali e per diventare pubblica ha avuto bisogno di arrivare prima sui tavoli degli specialisti della materia. La «revisione della politica spaziale americana», secondo il titolo che le è stato dato, è in pratica la proiezione nello spazio della dottrina secondo cui gli Stati uniti intendono difendere – se necessario attraverso la guerra preventiva – la loro supremazia militare nel mondo e quindi se qualcuno si azzarda a sviluppare armamenti capaci di competere con quelli americani deve essere «persuaso» in tempo a desistere. Nella spazio questa linea si manifesterà in due modi: uno, distruggendo o danneggiando tecnologicamente nuovi satelliti «inquietanti» che dovesserio spuntare nello spazio; l’altro, respingendo lo stabilimento di qualsiasi nuova regola internazionale – eventualmente usando il diritto di veto di cui Washington gode alle Nazioni unite – che dovesse mettere al bando l’uso militare dello spazio.
E’ infatti da tempo che nella comunità internazionale si sta cercando di mettere in piedi una norma di questo tipo, ma ogni tentativo si è regolarmente scontrato con l’opposizione degli Stati uniti. La differenza fra il passato e oggi è che mentre finora gli Stati uniti si erano limitati – ogni volta che una proposta di questo tipo veniva presentata alle Nazioni unite – ad astenersi per far conoscere il loro «sgradimento», Washington ha deciso di essere più esplicita e nell’ottobre scorso, all’ennesima proposta presentata, per la prima volta hanno votato contro: unico paese sui 161 che hanno partecipato alla votazione. Sembrava solo un modo un po’ più brutale di far conoscere il dissenso di Washington (così almeno vollero gli ottimisti si erano sforzati di interpretare quel voto) e invece era il preludio a questa nuova policy, in pratica un altro modo di infischiarsene di quanto di buono la comunità internazionale riesce faticosamente a produrre, di cui per di più si viene a conoscenza proprio all’indomani dell’aspetto peggiore di questo atteggiamento: la firma di Bush alla legge che ha posto gli Stati Uniti nel novero dei paesi che torturano.
Non è che una prosecuzione della politica di Bill Clinton, dicono gli uomini di Bush, ma nessuno può dirlo con certezza perché molte parti delle norme dettate da Clinton (come molte parti di queste dettate da Bush) sono segrete. Stando però alle parti note, la differenza c’è e si vede. Lo scopo dichiarato di Bush, per esempio, è di «rafforzare la nostra leadership in campo spaziale e rendere le nostre capacità disponibili agli ulteriori obiettivi di sicurezza nazionale e di politica estera». Lo scopo dichiarato di Clinton invece era di «sviluppare la conoscenza della terra, del sistema solare e dell’universo», nonché di acquisire le capacità americane di «controllo per assicurare la libertà d’azione nello spazio» in modo « compatibile con gli obblighi dei trattati”.
Gli specialisti cui si deve la «scoperta» di questo sviluppo della dottrina Bush non mostrano dubbi sull’intenzione di militarizzare lo spazio, non fosse altro – è la tesi Michael Krepon, del Centro Henry Stimson che studia proprio gli armamenti spaziali – per il rifiuto di negoziare con chicchessia. E quanto a Theresa Hitchens, del Centro per le informazioni sulla difesa, il tono usato è «estremamente unilaterale». Oltre tutto, stando a Donald Kerr, capo del governativo Ufficio nazionale di ricognizione spaziale, tutto è cominciato quando un laser cinese ha «illuminato» un satellite americano, forse nel tentativo non riuscito di distruggerlo, più probabilmente a scopo «dimostrativo». Ma Bush, naturalmente, non discute: si arma.