Non c’è democrazia senza conflitto

Il dibattito sulle primarie di programma proposte a tutto il centrosinistra come pratica di democrazia partecipativa rischia di porsi, a mio avviso, in contraddizione con l’esperienza di movimento che come partito, ma in particolare come Giovani Comunisti, abbiamo fatto negli ultimi anni. Nell’ultimo congresso nazionale e nell’ultima conferenza giovani, nei documenti di maggioranza, abbiamo scelto il movimento come priprorità dell’agire politico rispetto all’agire istituzionale e, fra i giovani, di contaminarci soprattutto con le aree più radicali del movimento, quelle con cui siamo stati al carlini, abbiamo smontato i Cpt, abbiamo occupato gli spazi sociali, abbiamo costruito la May day e abbiamo provato a bloccare i treni della morte. In queste esperienze abbiamo imparato che il conflitto sociale non cresce senza democrazia partecipativa, ma anche che in questa società non c’è democrazia partecipativa senza conflitto sociale, e questo ci ha fatto spesso parlare della necessità di costruire una “democrazia dei conflitti”. Mi è sempre sembrato ben poco realistico pensare ad una democrazia dei conflitti con noi impegnati in un nuovo Governo Prodi con cui dovremmo confliggere un giorno si e l’altro pure. L’idea del rispetto del vincolo di maggioranza dopo le primarie ha confermato i miei dubbi, e fa cadere, a mio avviso, la possibilità della democrazia partecipativa. Saremmo infatti pronti a rinunciare al conflitto sociale, rovesciando di fatto la priorità che ci siamo dati nell’ultimo congresso: prima il quadro istituzionale e poi il movimento.

Molti sostengono però che questa proposta dinamizza lo scenario politico. Sempre guardando a ciò che abbiamo imparato in questi anni di movimento, abbiamo visto invece come solo lotte reali e movimenti reali dinamizzano il quadro politico, dando una qualche efficacia alla nostra presenza istituzionale a tutti i livelli, dai consigli di facoltà ai consigli regionali. Solo l’impatto di un movimento imponente ha costretto infatti l’Ulivo ad accodarsi alle manifetsazioni oceaniche contro la guerra (seppur con mille distinguo per lasciarsi la via d’uscita), non improbabili primarie. Sono talmente convinto di ciò che mi sembra demagogico dire, come fanno i compagni dell’Ernesto, che dobbiamo fare l’accordo di Governo con l’Ulivo ma portando dei punti irrinunciabili. A me sembra evidente, infatti, che la maggioranza del centrosinistra ha un progetto politico di gestione della globalizzazione liberista, dunque totalmente differente dal nostro e ben poco contrattabile se non con operazioni di facciata. Per questo credo che si possa essere efficaci solo se la nostra priorità rimane la crescita del movimento, che può imporre le proprie piattaforme e può veramente sconvolgere il quadro politico del bipolarismo e dell’alternanza, cosa che sicuramente non è ancora avvenuta. Allora ciò che mi chiedo è perchè nel nostro partito non discutiamo delle proposte da fare a tutto il movimento per rendere più forte e efficace il prossimo Fse di londra? Come facciamo a far divenire inclusiva dei conflitti sociali degli ultimi mesi da Scanzano a Melfi ad Acerra agli autoferrotranvieri, la manifetsazione del 29 ottobre contro il trattato costituzionale europeo delle banche (e di Prodi)? Come rilanciamo il movimento contro la guerra?
Su questi elementi, unici in grado di dinamizzare veramente il quadro politico e di ottenere dei risultati a prescindere dalla nostra presenza al Governo (fatta salva ovviamente la necessità di mandare a casa Berlusconi, per cui la parola desistenza è tuttaltro che impronunciabile), tutti tacciono e i tanti giovani protagonisti del movimento in questi anni rischiano di arrivare all’autunno disorientati o, peggio, demotivati. Per questo penso che anche come Gc dovremmo prendere di petto questa discussione visto che siamo la punta di lancia del partito nella sua capacità di innovazione e di internità al movimento. Già molti Gc sono rimasti fortemente disorientati dalla scelta del quinto eletto alle europee che ha penalizzato l’investimento nel movimento, oltre ad aver saltato completamente la partecipazione democratica alla decisone. Adesso molti si chiedono se, per un vincolo di maggioranza determinato anche dal voto di Montezemolo, la prossima volta rinunceremo a bloccare i treni della morte solo perchè sotto la bandierina dell’Onu.

Giulio Calella