«Noi, sopravvissuti nel cantiere infernale della Salerno-Reggio»

Salvatore Abatemarco è sopravvissuto, e un paio di mesi fa è tornato al lavoro. Ma Angelo Maria Vitirici, che quel maledetto giorno di luglio del 2005 era accanto a lui quando un carrello di cemento armato pesante alcune tonnellate li schiacciò al suolo all’imbocco di un traforo buio e umido, ha lasciato una vedova e tre figli. Il suo nome, ha proposto ai vertici dell’Anas il segretario generale della Cgil di Salerno, Franco Tavella, venga scolpito sul marmo di una lapide. Salvatore non ama ricordare, ma il terrore gli è rimasto negli occhi. Ora fa l’impiegato, grazie alla determinazione di Luigi Ciancio, un «capatosta» segretario della Uil edili di Salerno. Ma nel cantiere della morte non ha voluto più metterci piede. Neanche il mese scorso, quando tra una folla di telecamere e di autorità schierate in prima fila, il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ha dato il colpo di piccone all’ultimo diaframma dell’ultima galleria.
Autostrada Salerno-Reggio Calabria, maxilotto Sicignano-Polla. Il più grande cantiere in esercizio della Penisola. Il più pericoloso. Trenta chilometri di gimkana e maledizioni per gli automobilisti, una ventina di paesi lambiti, più di mille operai al lavoro dal 2001, e chissà per quanto tempo ancora: l’Anas dice 6-7 mesi; i sindacati, più realisticamente, parlano di un anno, un anno e mezzo. Più che un pezzo di Meridione d’Italia impegnato ad arpionare un’illusoria fetta di modernità, sembra la Cina: centinaia di camion che trasportano pietrisco ondeggiando paurosamente su crepacci da incubo, gru gigantesche che si fanno largo lungo tracciati sconnessi, un mare di caschi gialli, molti dei quali – anche questo ha scoperto il sindacato – nella fase iniziale erano stati assunti a forfait.
Rischio di incidenti elevatissimo. Per la tipologia dei lavori, sottolinea Tavella: una quindicina di viadotti altissimi ricostruiti, o ancora da ricostruire, ex novo; dieci nuove gallerie (5 per ciascun senso di marcia) ricavate spolpando la dorsale che divide gli Alburni dal Vallo di Diano. E, quel ch’è peggio, possibilità di controllo e prevenzione prossime allo zero.
I sindacati lo chiamano «effetto spezzatino»: è la polverizzazione dei subappalti praticata scientificamente dal «general contractor» aggiudicatario della commessa, un affare da 445 milioni di euro. Una frammentazione che ha fatto saltare tutti i filtri, in primis quello della sicurezza. «Attualmente, su questo maxicantiere operano un concessionario, la Cmc di Ravenna; tre affidatarie, la Aleandri, la Fingeo e la De Santis; e almeno una ottantina ditte subappaltatrici. La legge Obiettivo, scellerato lascito del governo Berlusconi, mette il contraente generale nelle condizioni di non dover rispondere a nessuno del proprio operato. E la tutela della salute dei lavoratori è avvertita come un fastidio», mastica amaro Ciancio, che ha commissionato uno spot sulla sicurezza nei cantieri al regista Pasquale Squitieri, con tanto di patrocinio del Capo dello Stato.
All’atto della stipula del contratto, per la sicurezza nei cantieri del maxilotto furono stanziati 15 milioni e 664 mila euro: in pratica, 15.664 euro per ogni operaio, addirittura 522.134 euro a chilometro. Il risultato? L’anno scorso i sindacati unitari, in blocco, sono stati costretti a chiedere alla prefettura la rescissione del protocollo d’intesa sulla sicurezza, sottoscritto a suo tempo tra Anas, Comitato paritetico territoriale e contraente generale. Era un’integrazione al contratto, che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto trasformare il maxilotto in un posto super sicuro, stava diventando una pericolosa foglia di fico: «Prevedeva controlli periodici e formazione continua per tutti i lavoratori impegnati. È rimasto per quattro anni completamente inapplicato», racconta il segretario della Uil edili. E i soldi? Che fine hanno fatto? «La sicurezza è diventato un business, il modo di far disperdere in mille rivoli i soldi si trova sempre». E così, può capitare che nei tunnel lungo i trenta chilometri del cantiere gli operai restino esposti ai veleni sprigionati dai gas di scarico di camion scampati alla rottamazione. E che il delegato sindacale alla sicurezza nelle gallerie, venga da un giorno all’altro destinato alla segnaletica stradale. O che si muoia di superlavoro, come il geometra Sergio Sagliocco, un marcantonio di due metri svenuto per lo stress e travolto da un camion nel cantiere di Campagna ad aprile del 2001. Fu il primo morto. Sono passati quasi sei anni, il lavoro quotidiano nella fabbrica eterna della Salerno-Reggio è rimasto un giro di roulette russa.