Noi, per la rifondazione

L’intervento di Claudio Grassi pubblicato su Liberazione del 25 febbraio a proposito dell’ultimo libro di Revelli mi pare meriti una risposta. L’articolo di Grassi va infatti ben al di là del libro in questione e riguarda – a mio parere – le ragioni di fondo della militanza in questo nostro partito nel momento in cui afferma: «Se il resoconto qui fornito delle tesi di Revelli è corretto, ne segue una conseguenza immediata: se si condividono tali tesi non è semplicemente possibile pretendere al tempo stesso di ritenere la rivoluzione una finalità positiva, il partito uno strumento utilizzabile e il comunismo (rifondato fin che si vuole) l’obiettivo a cui dedicare la propria azione militante».
Tre mi paiono i nodi che questa affermazione solleva. Grassi dice: «Se il resoconto qui fornito delle tesi di Revelli è corretto (…)». A mio parere, Grassi per parti significative del suo articolo, opera una falsificazione del pensiero di Revelli. Questo è evidentissimo nel paragrafo sul socialismo reale, in cui alcune citazioni sparse sono usate per attribuire a Revelli cose che il libro non dice, in particolare che «Revelli fa proprio senza remore lo schema-base del revisionismo storico». Quella di Revelli è una disamina – discutibile ma non falsa – della tragedia dello stalinismo e dei milioni di morti ad essa connessa. In quella disamina Revelli ribadisce ad ogni passaggio la differenza qualitativa, ontologica tra lo stalinismo e il nazismo, presentato come “il male assoluto”. Per non fare che una citazione, all’inizio del libro, parlando di Auschwitz, Revelli afferma: «Ci troviamo, è facile vederlo, in un quadro concettuale esattamente opposto a quello precedente» (il comunismo, ndr) e prosegue «l’orrore di Auschwitz, potremmo dire la sua “unicità”, – ciò che lo rende diverso da ogni altro evento storico, da ogni altro massacro e abominio, facendone un riferimento etico negativo assoluto -, sta proprio nel carattere finale dello sterminio». Per concludere «E’ questo (…) che rende Auschwitz diverso da ogni altro eccesso manifestatosi nella storia; diverso dal “massacro degli Armeni, dall’inferno di Verdun, dalle torture in Algeria, dal terrore staliniano, dalle violenze segregazioniste in America, e dalla notte di San Bartolomeo”, facendone un esempio di ferocia ontologica». Non voglio proseguire riportando per citazioni tutti il libro di Revelli, ma a me risulta evidente che la tesi di Grassi secondo cui «Revelli fa proprio senza remore lo schema-base del revisionismo storico» è completamente falsa e priva di ogni fondamento. Invito quindi tutti i compagni e le compagne a leggere il libro in questione per rendersene conto di persona.
Una valutazione di “Oltre il Novecento” Non vi è qui lo spazio per fare una seria analisi di un libro complesso, articolato – a volte contraddittorio – come quello di Revelli (ne ho svolto una sul numero 1 della rivista Alternative/i, in corso di pubblicazione); penso che in questo libro vi siano molte cose giuste e molte cose sbagliate tra loro intrecciate. Per certi versi il libro mi pare una testimonianza viva e sofferta della difficoltà a fare i conti con il fallimento dei tentativi novecenteschi di uscita del capitalismo; un libro che giustamente fa discutere e che non può essere affrontato sulla base di scomuniche. In estrema sintesi penso che Revelli abbia ragione a sostenere che un’analisi critica del comunismo novecentesco deve essere fatta fino in fondo, tirando fuori tutti gli scheletri dall’armadio. Discutibile come la fa ma giusta l’esigenza e inconfutabili i dati che porta a sostegno della sua argomentazione. Lo stalinismo è stato un disastro per il comunismo e la critica a quell’esperienza e agli elementi di cultura politica che lo hanno reso possibile deve essere svolta fino in fondo. Il secondo luogo, penso che Revelli abbia ragione a segnalare il fallimento dell’idea – onnipotente – secondo cui l’enorme concentrazione di potere resa possibile dallo sviluppo tecnico renda possibile il plasmare la società a proprio piacimento. Il libro ci segnala come l’uomo prometeico, con la sua illusione di potenza illimitata, di poter tutto produrre, tutto trasformare e plasmare, che incarna l’idea di un potere sovrano senza vincoli, sia fallita. Troppo spesso si è trasformata nella tragica figura dell’apprendista stregone, che non è in grado di controllare gli effetti dei processi da lui stesso messi in moto. Lo abbiamo capito in questi anni a proposito dei disastri ambientali; Revelli ci ricorda che il problema è ben più generale ed ha attraversato – sia pure in modi diversi – le diverse culture in campo nel novecento. Penso invece che Revelli abbia radicalmente torto su altri terreni. In primo luogo sulla “filosofia della storia” che soggiace alla costruzione del libro. Emerge una lettura unilaterale e sostanzialmente a-dialettica del ’900 in cui la storia non è affrontata nella sua contraddittorietà ma presentata, con qualche risvolto nostalgico, come un regresso, come una “caduta”. Anche il militante comunista non sfugge a questa lettura a tutto tondo, eccessivamente organicistica, mitica, letteraria, a prescindere dalla concretezza assai più variegata degli uomini e delle donne in carne ed ossa. In secondo luogo penso che Revelli – proprio a partire da una visione “totale” della sconfitta – abbia completamente torto a prospettare la ricerca di una alternativa al capitale sostanzialmente al di fuori del terreno dei rapporti di classe e al di fuori della politica. Un libro quindi provocatorio e contraddittorio che non ha nessun senso proporre nello schema “prendere o lasciare”.
Essere comunisti oggi Ma veniamo all’ultimo e più importante nodo: Grassi parla di «comunismo (rifondato fin che si vuole)». Io credo che il nostro problema sia proprio quello della qualità e della profondità della rifondazione. Oggi le parole comunista/comunismo coprono idee, pratiche e politiche assai diverse ed è – a mio parere – necessario fare chiarezza. Ad esempio io penso che lo stalinismo, nato dentro il movimento comunista, nato proprio lì dove i comunisti avevano vinto, non abbia nulla a che vedere con il comunismo ma anzi ne costituisca la negazione. Lo stalinismo rappresenta il rovesciamento dei principali elementi che caratterizzano il comunismo così come Marx lo definisce (libertà, eguaglianza, autogoverno, eccetera). Non si tratta solo dei milioni di morti prodotti dalle repressioni, si tratta della negazione degli ideali di liberazione che stavano alla base della rivoluzione d’ottobre. Credo cioè che lo stalinismo sia qualcosa di più di una degenerazione: ha mantenuto i simboli della rivoluzione d’ottobre cambiandone completamente di segno i contenuti; non a caso il regime staliniano ha fatto fuori fisicamente quasi tutti i quadri dirigenti protagonisti della rivoluzione d’ottobre. Penso quindi che non si possa oggi – dopo tutto quello che sappiamo e dopo il fallimento a cui abbiamo assistito – essere comunisti senza essere antistalinisti. Si tratta di fare i conti sia sul piano politico che culturale con l’esperienza storica della Terza Internazionale così come Lenin seppe farli con la Seconda Internazionale. Così come Lenin pose il problema della rottura radicale con quella storia per evitare che il tradimento delle socialdemocrazie di fronte alla prima guerra mondiale portasse al disastro l’intero movimento dei lavoratori, noi oggi di fronte al completo fallimento dei tentativi di costruzione del socialismo nei paesi dell’Est dobbiamo praticare una rottura netta e completa. Lo stalinismo rappresenta una negazione della prospettiva di liberazione delle masse del tutto omologa a quello delle socialdemocrazie che votarono i crediti di guerra, ha screditato la parola comunismo agli occhi di milioni di proletari. Voglio precisare nel modo più chiaro possibile che la necessità di essere antistalinisti oggi non ha nulla a che vedere con un giudizio morale sulla militanza di milioni di compagne e compagni che hanno vissuto il loro essere comunisti nel cuore del secolo e per cui il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica era parte integrante della propria identità. Non solo perché oggi sappiamo cose che allora non sapevamo, ma perché per lunghi anni non sono esistite – a livello di massa – altre modalità concrete di essere anticapitalisti e comunisti, cioè di guardare in faccia il padrone senza chinare il capo. Noi siamo figli di quella storia, di quei compagni e di quelle compagne, ma proprio per questo abbiamo il dovere morale e politico di analizzare senza indulgenze o doppiezze questa nostra storia, per evidenziarne gli errori al fine di non più ripeterli. Analizzare a fondo lo stalinismo, rompere con la sua cultura politica, costruire un’altra cultura politica comunista vuol dire fare i conti con lo stalinismo che è in noi. Noi dobbiamo oggi liberare il comunismo dall’abbraccio mortale dello stalinismo. Lo dobbiamo al nostro essere marxisti scientifici e non nostalgici; perché una scienza procede riconoscendo gli errori e correggendoli. Lo dobbiamo a noi stessi, per ricostruire una identità comunista che non abbia scheletri nell’armadio. Lo dobbiamo all’efficacia dell’azione del nostro partito, perché solo con una rottura, completa ed esplicita con lo stalinismo, la sua cultura e le sue pratiche, possiamo riproporre il comunismo come prospettiva comprensibile e condivisibile nella lotta contro il capitalismo.
Per concludere Non ho visto nell’articolo di Grassi questa attenzione forte alla rifondazione, alla necessità di una rottura con lo stalinismo dentro la nostra storia e questo lo considero un errore. Il punto non è allora il sì o il no al libro di Revelli. Il punto è che la storia è sempre complessa, ha sempre tante sfumature e non è mai bianca o nera, ma compito della politica è quello di sciogliere un prevalente, di formulare un giudizio e di proporre una strada. La scelta della rifondazione, del legame fondante con la rivoluzione d’ottobre ma della rottura con l’esperienza del socialismo reale costituisce a mio parere un fondamentale atto politico. Atto che abbiamo compiuto sin dalla nascita decidendo di chiamarci partito della Rifondazione comunista. Il nostro scegliere di essere comunisti che lavorano per la rifondazione (teorica, politica, organizzativa) del comunismo ci permette di collocarci efficacemente dentro il dibattito che attraversa oggi la sinistra anticapitalista. Io voglio litigare con Revelli sui numerosi elementi sbagliati che ci propone, sia nella lettura storica che sulla prospettiva politica, non in nome del socialismo reale ma proprio a partire da una sua radicale critica. Così come Gramsci nel momento delle scelte decisive seppe schierarsi a fianco dell’operaio anarchico Maurizio Garino e contro i vari D’Aragona e Turati, noi oggi dobbiamo scegliere come terreno del confronto – e dello scontro – quello della lotta anticapitalista per come oggi si presenta e lì far valere le nostre ragioni di comunisti che hanno saputo fare i conti con i propri errori. Fuori da questo indirizzo politico e culturale temo che saremo condannati ad una identità debole e nostalgica e all’impotenza politica.