Noi negli occhi degli altri

Stavolta, ho davvero corso il rischio di oltrepassare il limite consentito alla sfida. E sì che a Napoli certe convenzioni contano, soprattutto se hanno a che vedere con la ritualità magica, talvolta dissacrante ma sempre sorprendente, della cabala. Mi riferisco, manco a dirlo, alla ritualizzazione dei comportamenti che si è affermata quale “paradigma” della sorte da ricercare, invocare e perseguire fino alla fine, contro il malocchio, anche, anzi soprattutto, in occasione del trionfo mondiale della Nazionale di calcio. Con un aggravante in più, in questa circostanza, che ha accentuato i contenuti di sfida, quasi drammatica, perfino epica in certe sue sfumature, che hanno accompagnato la finale del Mondiale di Calcio (che dico? l’intero Mondiale di calcio). Forse definirla un’aggravante è un po’ troppo: in fondo si trattava solo della “variabile anagrafica”, qualcosa di ovvio e necessitato, per destino (e su quello non c’è davvero niente da fare, a meno di non credere, come noi non crediamo, al disegno sovra-ordinatore superno…) e per meriti (altrui) e demeriti (nostri, cioè di una Nazionale di calcio che tanto ci ha fatto patire ed appassionare nelle ultime edizioni del Mondiale, ma che continuava immancabilmente a non vincerlo da 24 anni). Era prevedibile sin dall’inizio, ma ce ne saremmo resi conto solo nel guardarci in faccia, trepidare insieme davanti allo schermo, e, infine, esultare all’ultimo rigore e precipitarci in piazza per la festa finale cosiddetta di popolo: nessuno dei presenti, tutti tra i 23 e i 27, aveva mai visto o – per lo meno – ricordava una vittoria mundial. Al punto che qualcuno di noi era quasi finito per assuefarsi ad una ripetitività “fatale” della storia, qualcosa che spontaneamente si consegna all’altro, come dimostravano, del resto, anche i pronostici della vigilia, che davano il solito Brasile favorito nelle quotazioni dei nostri personalissimi bookmaker. Una sorta di “spontaneità” del “fato”: che poi è tornata inesorabile nelle ritualità dell’interrogazione della buona sorte: tutti sullo stesso terrazzo, gli stessi effettivi sulle stesse sedie, le stesse sigarette ogni dieci minuti, la stessa telefonata (augurale anche quella) nell’intervallo tra il primo ed il secondo tempo, tra il primo ed il secondo supplementare e alla fine, quando ormai le linee sovraccariche finivano per rifiutare i vari (e vani) tentativi. Una sorta di moderna e imperscrutabile “aruspicina”, scienza del fato e di una incredibile religiosità pagana, della quale si è affetti per opera e virtù, purtroppo non dello Spirito Santo, ma della moderna (e dominante, in tutti i sensi) comunicazione di massa. Vi ha a che fare, del resto, anche la richiesta di santità immediata (seppure goliardica) dei vari Buffon, Cannavaro, Totti (santi subito!) e chi più ne ha ne metta. Festa popolare, dunque? Mi permetto di conservare i miei dubbi. Ma almeno questa volta, a finale conclusa, rito pagano consumato e Coppa del Mondo archiviata, mi permetto anche di esternarli. Non volevo fare da uccello del malaugurio, ma davvero non sarebbe stato così amaro quel Mondiale in cui, a batterci in finale, fossero stati i bleus d’Oltralpe: se non altro per acconsentire ad una riflessione sul perché i Francesi non sono “antropologicamente” spocchiosi come li si continua a considerare (e definire, anche davanti allo schermo della finale…) e su come abbiano saputo (vuoi caso, vuoi necessità) presentare alla ribalta mundial una squadra multi-etnica, di eroi osannati nelle banlieu come nelle metropoli del “centro”. Altro che unificazione del Paese di cui ha parlato Prodi al discorso di benvenuto (di quelli che non a caso, e giusto per sfatare l’ennesima mitologia sulla Nazionale di calcio “operaia”, sono stati accolti come “gladiatori”, celebrati “in trionfo” ed acclamati al Circo Massimo sulle note della Colonna Sonora di “Ben Hur”, alla faccia della democrazia che non ha bisogno di eroi…). La vittoria della Nazionale francese, multi-etnica molto prima che (ammesso e non concesso) spocchiosa, quella sì avrebbe potuto consentire ben altri discorsi (e retoriche, la strumentalizzazione politica non mi sfugge ed è sempre in agguato…) soprattutto all’indomani dell’ennesima rivolta nelle banlieu della Capitale, rivendicando diritti e chiedendo uguaglianza e giustizia sociale, quella vera, non quella sbandierata nelle promesse del demagogo (leggi Sarkozy) di turno. Non a caso, le comunità migranti presenti sui nostri territori, anche stavolta, non hanno perso la buona occasione di dirci qualcosa di più sensato: sul perché fossero più propensi a tifare Francia e sul come (soprattutto i “palestino-napoletani”) così tanto si sorprendessero di fronte a scene di autentica convulsione euforica che in tutte le strade e le piazze (e a Napoli in primo luogo) si sono moltiplicate. Sguardi interrogativi che, sullo sfondo delle tragedie di quel popolo (proprio in concomitanza dell’ennesima mattanza genocida nella Striscia di Gaza, e al diavolo chi ritiene di fare i propri conti con l’antisemitismo liquidando l’anti-sionismo, anche a sinistra), interrogavano soprattutto noi, le nostre responsabilità, la nostra percezione, sovente caricaturale, comunque approssimativa, dell’altro. Abbiamo fatto davvero, fino in fondo, in questa atmosfera propizia da notti mundial, lo sforzo di provare a vedere noi stessi negli occhi degli altri?