“Noi combattiamo la guerra, e combattiamo quindi perchè la strage degli innocenti finisca”

A chi ci chiede ragione della proposta avanzata da Claudio Grassi, membro della Direzione nazionale del Partito della Rifondazione comunista, di nominare Giovanni Pesce – conosciuto nella Resistenza con i nomi di battaglia di “Ivaldi” (a Torino) e di “Visone” (a Milano) – senatore a vita, nulla ci sembra più indicato, come risposta, della frase che egli – uno tra i più valorosi gappisti della nostra Resistenza – trovò per spiegare per cosa combattevano i partigiani, ed in particolare i partigiani comunisti: “Noi combattiamo la guerra, e combattiamo quindi perchè la strage degli innocenti finisca”.
Gappista Giovanni Pesce lo divenne a Torino, tra i primi – agli albori della Repubblica Sociale – a dar inizio alla Resistenza armata, dopo essere stato costretto – i fascisti già sulle sue tracce – a rifugiarsi nel capoluogo piemontese dalla natìa Acqui Terme, sulle cui colline aveva cominciato, subito dopo l’8 settembre, ad incontrarsi con un piccolo gruppo di resistenti, ex garibaldini di Spagna come lui, ragazzi del luogo, soldati lì giunti dalla vicina caserma dopo che l’armistizio , con la sua vergognosa assenza di ordini chiari, aveva causato lo sbandamento dell’esercito e messa in atto, a mezzavia tra l’organizzazione e la spontaneità, la prima grande azione di Resistenza di massa: l’aiuto della popolazione ai militari abbandonati a se stessi dalle gerarchie e dalla monarchia, un intero esercito rivestito con abiti civili dalle donne, le quali divennero protagoniste indiscusse di una grandiosa opera (così la chiamiamo oggi) di “Resistenza civile”. Una Resistenza a tutti gli effetti, non alternativa (come qualche revisionismo nostrano recita) bensì spesso propedeutica alla lotta armata: furono infatti quelle stesse popolazioni, quelle stesse donne, a raccattare e a nascondere le armi che molti soldati abbandonarono o lasciarono nelle loro mani; a trovare nascondigli impensati, nella case della città come nelle cascine delle campagne, per quelle che furono asportate direttamente dalle caserme, lasciate sguarnite da gerarchie militari per lo più incapaci di assumere su di sè la responsabilità necessaria a rivolgere le armi contro il “nemico” vero, l’occupante tedesco.
“Visone” ha chiara la consapevolezza che quella ribellione di massa costituisce l’inizio di un percorso del tutto nuovo, cerca immediatamente il collegamento con il Partito, ad Alessandria, poi a Torino, e si mette a disposizione e all’opera con una serie di azioni capaci di far pensare ad una forte organizzazione in campo, mentre ad agire sono in pochissimi. E’ Arturo Colombi il suo riferimento, responsabile del PCI in Piemonte, “uomo di poche parole. Grosso, silenzioso, ostinato, scarta le nostalgie con un gesto della mano. Organizzerò due brigate di gappisti. Colpirò i fascisti dove e come ordinerà il comando. Due brigate? Dove trovare gli uomini? I contatti sono quasi impossibili. Ogni incontro, ogni colloquio può essere l’ultimo. Quando parlo con un compagno sento la polizia alle spalle […]. L’ora della paura è arrivata anche per noi. Siamo stati capaci di tenerla lontana per lungo tempo, ma ora, è inutile nasconderlo, ci è addosso” (G. Pesce, Senza tregua. La guerra dei Gap, Milano, Feltrinelli, 1995).

“Non ci sono bandiere spiegate, in questa guerra”

Paura, dunque. Un sentimento che “Visone” non nega, la rintraccia anzi nelle diverse forme di lotta, di Resistenza, di guerra guerreggiata che ha dovuto combattere nella sua all’epoca ancor giovane vita. Garibaldino in Spagna nelle Brigate Internazionali per combattere il fascismo di Francisco Franco – una decisione presa dopo aver ascoltato le parole di Dolores Ibarruri, La Pasionaria, e che l’ha portato ad attraversare due volte la frontiera con la Francia, il Paese in cui era emigrato al seguito del padre minatore, divenendo ancora ragazzino minatore egli stesso – Pesce capisce subito che la Resistenza è un’ altra guerra, e mette di fronte il partigiano, la partigiana, ad un altro tipo di paura: “Non ci sono bandiere spiegate, in questa guerra, non c’è l’ eroismo del bel gesto in faccia alla moltitudine degli amici e dei nemici”, soprattutto quando si sceglie di diventare gappisti, la punta di diamante della lotta armata, e gappisti comunisti: “Non è il rischio, è l’isolamento a logorare il gappista. In realtà nulla è più lontano dallo stile, dalla mentalità dei comunisti, delle imprese nichiliste, isolate dal movimento delle masse”. Ed è anche per questo che ciò che si prova nel preparare, aspettare, effettuare un’azione è una cosa diversa dalla paura provata sul fronte: “A casa? un gappista non ci spera neanche: non ha più casa, solo dei recapiti. Era diverso in Spagna: là, quando infuriava la battaglia […], quando non trovavi più un pensiero in cui rifugiarti […], quando la fredda ala della morte ti sfiorava il volto e le resistenze morali si affievolivano, allora anche gli eroi inventavano speranze assurde di sopravvivenza per contenere la paura, per salvarsi dalla follia. I combattenti che hanno vissuto quelle ore […] tutti hanno avuto un solo pensiero: uscirne a qualsiasi costo pur di tornare a rivivere la umile e grigia vicenda di ogni giorno, purchè ci siano passi, sguardi, parole, pane, cielo, silenzio”. Ed è nella ricerca delle cose vere l’anello di congiunzione con la sua esperienza di gappista, perchè “Soprattutto i gappisti erano uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano ad un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo, da calcoli meschini. Erano dei superuomini? No di certo. Erano soltanto degli uomini”.
Ferito tre volte in Spagna , “Visone torna in Italia nel marzo 1940, quando il suo paese d’adozione, la Francia, è già largamente occupata dai tedeschi. IL patto di non aggressione firmato nel 1939 tra l’Unione Sovietica e la Germania, mette i comunisti all’estero in grosse difficoltà: “Per un comunista come me, italiano per giunta, schierato idealmente con l’Unione Sovietica, la vita era diventata molto precaria. Fui costretto a stringere i tempi e ad affrontare il viaggio di rientro. Molti compagni, assistiti dal partito comunista italiano, che aveva due centri operativi a Parigi e a Marsiglia, erano già tornati o sarebbero tornati in modo clandestino, sfidando la rete della polizia fascista” (Giannantoni,Paolucci, Giovanni Pesce “Visone”, un comunista che ha fatto l’Italia, Varese, Arterigere, 2005). Giunto ad Acqui, poi a Torino, la sua esperienza di operaio della Fiat durò poche ore, perchè già nella notte del primo giorno di lavoro la polizia lo arrestò ed il tribunale lo condannò ad un anno di reclusione (che scontò nel carcere di Alessandria) e a cinque di confino a Ventotene, la “ciabatta in mare” – come ebbe a definirla Camilla Ravera, anch’essa lì confinata – in cui conobbe “gli uomini che avevano fatto la storia dell’antifascismo militante, i dirigenti dei partiti clandestini, comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani, anarchici”, “volti sconosciuti, nomi che – racconta – avevo solo sentito mormorare”, tra cui Umberto Terracini, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, Eugenio Curiel, lo stesso Arturo Colombi che lo avrebbe poi avviato a diventare gappista, Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e Sandro Pertini , Giuseppe Di Vittorio e Luigi Longo . Liberato dopo la caduta di Mussolini, fu nella Resistenza torinese fino al maggio 1944, data in cui assunse a Milano, fino alla Liberazione, il comando del 3° Gap “Rubini”. Sposò la sua “bellissima” staffetta, Nori (Onorina Brambilla), nome di battaglia “Sandra”, arrestata, torturata e deportata, che non si lasciò sfuggire alcuna informazione, alcun nome, che potesse mettere in pericolo non solo il “suo” Giovanni, ma qualunque altro resistente. La sua indomita azione gli valse la proclamazione di “eroe nazionale” da parte del Comando delle Brigate Garibaldi e poi, nel dopoguerra, la medaglia d’oro al valor militare. Dirigente del Partito comunista, dell’ANPI, oggi in Rifondazione comunista, la sua battaglia attuale è contro il revisionismo, a cui oppone il forte senso della vita di chi, giovanissimo, ha dovuto scegliere di combattere perchè la “strage degli innocenti” che la dittatura fascista, la guerra, l’occupazione tedesca e l’asservimento al nazismo rappresentavano, finisse.