Nodo Hezbollah per il via ai soldati

Caschi blu italiani: domani il «via libera» alla missione in Libano. Il consiglio dei ministri accenderà il semaforo verde. Pochi dettagli, poche cifre. Forse nessuna. Un «via libera» politico, aspettando notizie da New York, dove l’Onu, proprio in queste ore, sta mettendo a punto le regole d’ingaggio. Non è detto che siano chiare per le nove di domani mattina, quando il consiglio dei ministri sarà riunito, e se pure lo fossero – in tempi così ristretti – sembra difficile confezionare un decreto che affianchi al «via libera» una dimensione operativa. Quindi un punto è certo: le truppe italiane, in Libano, ci saranno. Ma con quali compiti ancora non lo sappiamo. E non è un dubbio da poco.
«I lavori a New York sono già cominciati e proseguiranno domani», dice Prodi, riferendosi al comitato tecnico dell’Onu. Poi conferma: «Eseguiremo con rigore il mandato che riceveremo». E illustra la fibrillante tabella di marcia di governo e parlamento: «Domani, dopo il consiglio dei ministri, si riuniranno le commissioni parlamentari, dove i ministri degli esteri e della difesa andranno a riferire. Quando saranno note le regole di ingaggio, prepareremo il necessario provvedimento legislativo: un decreto che porteremo in Parlamento. La sequenza è molto rapida ma rispetterà pienamente le camere».
Intanto, però, le commissioni esteri e difesa non sembra perfettamente in linea. O meglio: al senato la pensano in un modo, e alla camera in un altro. Le commissioni della camera, presiedute da Umberto Ranieri (Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa) hanno presentato già una bozza di risoluzione, con la quale «impegnano il governo ad adottare ogni iniziativa per assicurare il sostegno umanitario alla popolazione libanese, e a predisporre le iniziative necessarie a che l’Italia partecipi, con un proprio contingente militare, alle forze Unifil, secondo le regole d’ingaggio definite dall’Onu». Una bozza che quindi sposa in pieno le richieste avanzate da New York e in fase di definizione in queste ore. Al senato, però, la pensano diversamente: sia Lamberto Dini (presidente della commissione esteri) sia Sergio De Gregorio, (presidente della commissione difesa), hanno voluto integrare la bozza con una nota nella quale si specifica che l’Italia «non partecipa al disarmo del gruppo Hezbollah». E proprio su questa nota ieri sono intervenute pressioni sia dal governo, sia dal gruppo dell’Ulivo, affinché Dini e De Gregorio si astenessero dall’aggiunta. Un nodo che dovrebbe essere sciolto proprio questa mattina, con un incontro tra Dini e De Gregorio, che decideranno come comportarsi. Pressioni che però lasciano intendere qualcos’altro: dover disarmare Hezbollah, per le truppe italiane, forse è più di una mera eventualità.
È quella che De Gregorio chiama una trappola mortale: «Dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza emerge che potrebbe essere richiesta la nostra collaborazione per imporre il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano. L’ipotesi che questo possa trasformarsi in una richiesta di disarmare Hezbollah, per le nostre forze armate, rappresenterebbe un’operazione rischiosa, dai contorni non prevedibili».
Nonostante queste tensioni interne, che domani mattina potrebbero già essere state risolte, Prodi continua a mostrare determinazione e sicurezza. Soprattutto su un versante: quello della coesione politica con l’opposizione.
«Sento regolarmente Berlusconi», ha detto ieri Prodi. E aggiunge: «In Libano non va soltanto una parte dell’Italia. Dobbiamo veramente ricercare un’azione in cui tutto il paese è rappresentato. Ho un dovere di lealtà costituzionale: quello di informare di ogni aspetto l’opposizione».
Per quanta chiarezza il presidente del consiglio voglia mettere in campo, però, resta una certezza: pur sostenendo la missione, la Cdl non rinuncerà a dargli filo da torcere.
«La Casa delle libertà ritiene che la missione vada fatta – dice l’ex ministro della difesa Antonio Martino – ma il governo deve dire la verità, perché in apparenza sembra una missione di peace keeping, mentre in realtà non è così». Maurizio Gasparri (An) parla di 1ambiguità» del governo mentre Francesco D’Onofrio, dell’Udc, conferma che il suo partito è favorevole alla missione, ma precisa: «Bisogna evitare di mandare allo sbaraglio le truppe italiane, nel caso fossero prive di adeguate regole d’ingaggio». Un argomento che in queste ore tiene in ansia anche la sinistra radicale.