No global war!

1. All’indomani dell’11 settembre quasi tutti i giornali, sull’onda dell’emozione, hanno usato la metafora di Pearl Harbor. Una metafora fuorviante, perché al tempo stesso sopravvaluta e sottovaluta ciò che è accaduto.
Pearl Harbor non ha iniziato una guerra, ha solo coinvolto gli Stati Uniti — fino a quel momento riluttanti — in una guerra che durava da tempo, era nata in Europa, in cui era possibile individuare i torti e le ragioni e che non a caso si concluse, sia pure solo in parte e a prezzi mostruosi, con un mondo relativamente migliore. La strage ‘al cuore dell’America’ è invece non l’inizio, ma solo l’annuncio, di una grande guerra, che ancora si può evitare, ma che, se si sviluppasse, sarebbe una guerra civile mondiale di lunga durata, anzi un conflitto tra civiltà, che condurrebbe a una comune rovina e di cui a pagare il maggior prezzo, nel senso della sua stessa degenerazione, sarebbe probabilmente il vincitore.
L’errore di analisi non è innocente, né privo di conseguenze. Già comincia a definire un percorso possibile quanto sciagurato. Bush ha assunto infatti subito quella metafora per dire: siamo in guerra. Non solo retoricamente. Ha già strappato in poche ore al Congresso i pieni poteri di un presidente in guerra. Sta imponendo ai suoi alleati l’applicazione dell’art. 5 del Patto Atlantico, trascurando anche quel tanto di garanzie che esso stesso conteneva1.
Perché ha invece rifiutato la convocazione del tanto amato G8 dove avrebbe ottenuto la solidarietà attiva nella lotta al terrorismo dalla Russia, che pure opera in aree del mondo cruciali per tale lotta? Perché non ha sollecitato una riunione dell’Onu, pur potendo contare sul consenso della Cina e quindi dell’intero Consiglio di Sicurezza per catturare ovunque i diretti responsabili dell’attacco terroristico, e avrebbe potuto ottenere una dichiarazione di solidarietà pressoché di tutti i paesi rappresentati anche nell’Assemblea generale? In questa apparente ottusità c’è una logica rivelatrice.
L’intento è quello di avere in partenza le mani libere, sul quando, il come, contro chi operare azioni di rappresaglia e interventi armati. Di produrre, tra i governi e nell’intera società dell’Occidente, una union sacrée che cancelli differenze o discussioni, stronchi in anticipo il dissenso, proprio in un momento nel quale crisi economica, fragilità delle rappresentanze politiche, e l’insorgere di un movimento di massa contestativo, cominciavano ad aprire le prime incrinature nell’assetto del potere.
Con quale prospettiva? Ce lo ha fatto intravedere con estrema e allucinata lucidità un articolo di Forsight pubblicato senza commenti su «la Repubblica» (ben più delle solite approssimazioni di Luttwak). Non basta — egli scrive — per affrontare il nuovo terrorismo, limitarsi alle azioni, sia pure militari e su territori di altri Stati, ma rivolte solo a catturare o uccidere guerriglieri accertati, o loro capi, e non bastano neppure azioni ancor più spettacolari di rappresaglia contro paesi ritenuti (da chi, con quali prove?) direttamente corresponsabili: occorrono due cose molto più radicali. Da un lato, classificare una serie di Stati, magari non direttamente complici, ma sul cui territorio i terroristi abbiano uno spazio, trovino un consenso, godano di collegamenti, e renderli ‘reietti’, impedire cioè loro di scambiare beni e ottenere capitali dall’esterno e di far atterrare o decollare aerei, espellerli dalle relazioni internazionali «usando il nostro immenso potere economico per isolarli e rovinarli»; e occorre «accettare, all’interno del nostro mondo capitalistico-democratico, che l’ossessione per i diritti civili deve andare a sedersi una fila più indietro, se non vuole ci sia un altro 11 settembre». Tutti i terroristi e i loro complici vanno messi nella stessa categoria, compresi l’Ira, i Baschi e così via: anche per loro regime di guerra.
Noi pensiamo che questa linea non sia affatto un’esercitazione accademica ma stia già nel grembo delle cose, e sia, oltre che sciagurata, suicida per l’Occidente stesso. Che si possa e si debba quindi contrastarla a viso aperto e senza tattici compromessi, ma nel contempo con un grande sforzo di argomentazione e di convinzione, rivolgendoci a una tradizione civile e democratica, per isolarla e batterla perché non produca tragiche conseguenze. Il primo sforzo deve essere dunque di analisi, e di proposta alternativa, su un modo diverso e anche più efficace di stroncare la spirale di violenza e il moderno terrorismo.

2. Per non essere prima bloccata, poi rimossa e travolta dal muro dell’irrazionalità e dell’intolleranza, dal clima dell’ union sacrée, una discussione seria ha però bisogno — lo sottolineiamo proprio noi che abbiamo sempre detto la verità sulle malefatte e le violenze che il nostro sistema e la nostra civiltà hano perpetrato e prodotto — di partire da una posizione ben chiara, irreversibile, non solo sul terrorismo in generale, ma su ‘questo terrorismo’, che non permette esitazioni nella condanna e nella ripulsa, che non merita scusanti di nessun tipo. Il terrorismo ha infatti a volte percorso e attraversato altre fasi nella storia dei movimenti democratici, di quelli indipendentistici e della lotta di classe, quando essi si trovavano di fronte una macchina repressiva sproporzionata e impenetrabile. Ma contro il terrorismo la tradizione cui apparteniamo non ha mai evitato di esprimere un rifiuto di principio e una lotta pratica. Ora però ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente nuovo, che impone un discrimine ancora più netto. Il terrorismo dell’11 settembre è diverso da ogni altro.
Diverso nel suo metodo: non colpisce un monarca assassino, non avviene nel corso di una guerra nella quale l’avversario tortura e massacra. Esso oggi colpisce nel mucchio, anzitutto popolazioni civili e incolpevoli, e già in ciò è intrinsecamente barbaro, inaccettabile quand’anche fosse efficace.
Diverso anche, e ancor di più, nella sua motivazione e nel suo obiettivo di fondo: non una forma inaccettabile di lotta per fini umanamente rispettabili, ma soltanto di distruzione dell’avversario, che non è solo un certo sistema sociale, ma una intera civiltà, per imporre con le armi e nel modo più intollerante una propria visione del mondo e una propria religione a tutti coloro, anche oppressi e diseredati, che non l’accettano. Perciò non permette alcuna giustificazione, alcuna scusa, è l’esatto contrario di ciò per cui noi ci battiamo, anzi una estremizzazione di ciò contro cui ci battiamo. E proprio a noi, a chi lotta per cambiare la nostra società, produce le difficoltà più grandi.
Può sembrare che affermarlo sia quasi superfluo, perché nel nostro mondo, e in particolare nel movimento di massa oggi in risveglio, non c’è alcun dubbio al riguardo. Anche nelle sue componenti più radicali in questo movimento è ormai saldo l’ancoraggio alla lotta pacifica e democratica, il riconoscimento del pluralismo. Ma invece è importante ripeterlo, e continuare a farlo, perché in molte parti del mondo, sottoposte alla quotidiana violenza politica e alla disperazione sociale, non è affatto improbabile che una tale discriminante non sia chiara; e perché più difficile sarà mantenerla chiara quando le cose precipitassero ulteriormente e ci trovassimo di fronte all’escalation repressiva indiscriminata.
Di più, c’è un altro passo da compiere: rilanciare quella cultura della non violenza, e quel movimento pacifista, che ha percorso ma non unificato, la cultura della sinistra, ha prevalso alla conclusione della seconda guerra mondiale, aveva ripreso grande vigore negli anni ’80, e poi è tornato ai margini negli ultimi anni — ad esempio sul tema del disarmo, anzitutto atomico — e non è rifiorito contro la guerra del Kosovo per la colossale mistificazione dell’intervento umanitario.

3. Veniamo ora, sommariamente, al merito della questione che si è aperta. Perché la linea della ‘nuova guerra giusta’ a difesa dell’Occidente è suicida? Qual è la natura e la portata del ‘nuovo terrorismo’ e come affrontarlo con strumenti anzitutto politici?
Il terrorismo dell’11 settembre non è il prodotto di una setta fanatica e isolata, non è la strategia delirante di uno o più Stati, e neppure l’espressione generica e occasionale di una rivolta dei dannati della terra. Lo dimostra già in sé la dinamica dell’operazione. Essa non era pensabile, e non è stata prevista, perché vi hanno concorso, indispensabili, tre elementi: la scelta del suicidio da parte di decine di uomini, non in un raptus ma attraverso una lunga preparazione (il che fa ritenere che molti altri siano pronti a proseguire l’opera); un altissimo livello di organizzazione e di comunicazione tra molti soggetti attivi in molti paesi; la capacità di padroneggiare di tecnologie complesse e la disponibilità di consistenti risorse finanziarie. Ciò è impossibile senza un retroterra di consenso e una potenziale base di reclutamento molto ampia; senza un’ideologia forte nella quale fanatismo e capacità razionale possano coesistere (non basterebbe un miliardario mitomane che dia ordini a pastori invasati).
E d’altra parte proprio l’obiettivo estremo della guerra santa praticata con la strage di massa, che non esclude ma anzi sollecita e sconta la rappresaglia più dura, non può essere condivisa neppure dal più estremo dei regimi governanti che sarebbero le vittime predestinate della rappresaglia.
Tutto ciò disegna un identikit, non del diretto responsabile ma del fenomeno di fondo che costituisce il vero problema. Ed è l’identikit di un protagonista storicamente già in campo. L’identikit del fondamentalismo islamico, un arcipelago complesso ma al tempo stesso una grande spinta storica: ancora differenziata e oscillante, ma che cresce e attraversa il mondo dall’Asia estrema al Medio Oriente al Maghreb, che ha come avversario non il capitalismo ma l’Occidente, e anzitutto quella potenza egemone che lo veicola a livello globale, ma anche i governi corrotti e miserandi che lo sostengono. ***
Ma è proprio questo il primo problema con il quale fare i conti e su cui divergono sia l’analisi che le conseguenze da trarne.
Sostenere — da quanto ho letto in Baget Bozzo — che l’idea di imporre una religione con la violenza, o — da quanto ho ascoltato da Buttiglione — che il fondamentalismo islamico è analogo al fondamentalismo della riforma protestante, è una totale falsità che spinge a errori fatali.
L’Islam, pur essendo nato in un popolo nomade, semibarbaro nel suo tempo, e nel contesto di una guerra di conquista per secoli vittoriosa, ha dimostrato poi una sorprendente capacità di sincretismo culturale, e di convivenza politica: basti accennare alla fioritura politica e culturale del califfato di Bagdad in rapporto con il mondo ellenistico — bizantino, o alla cattedrale di Cordova nella quale convivessero a lungo pacificamente riti musulmani, ebraici e cristiani. L’idea della ‘conquista, — presa in mano dai turchi più che dagli arabi — convisse dunque, per secoli, con l’idea del dialogo e della conversione. Come e ancor di più di quanto seppe fare la cristianità al tempo delle crociate, o della conquista dell’America (la Spagna cattolica più che i pellegrini protestanti).
Anche dopo la dissoluzione e la regressione allo stato coloniale di colonie disperse, quando, nel nostro secolo, maturarono le condizioni della liberazione dal colonialismo e l’utopia dell’unità araba, l’egemonia di quel movimento fu nazionale e laica piuttosto che integralistico-religiosa. Nasser fu uno dei costruttori del movimento dei non allineati. I palestinesi, pur costretti con la violenza (anche terroristica)2 alla diaspora, erano o divennero la élite più coltivata e più laica di tutto il Medio Oriente.
Il fondamentalismo islamico è stato invece rievocato, quasi prodotto, dall’Occidente e dalle sue scelte politiche. Direttamente, con l’uso del nazionalismo israeliano (il mito del ‘ritorno’), il finanziamento del suo espansionismo, come centro subimperiale di controllo del bacino petrolifero contro la nazione araba: la guerra di Suez, la liquidazione di Mossadeq in Iran, la guerra colonialista francese dal Madagascar all’Algeria; il riconoscimento, contro le risoluzioni dell’Onu, della annessione israeliana della Cisgiordania e del Golan. E indirettamente: sostenendo, anziché contrastare regimi arabi non solo corrotti ma sorretti spesso proprio dal fondamentalismo religioso, favorendo anziché contrastare il riciclaggio speculativo anziché l’uso per lo sviluppo degli enormi capitali arrivati dopo il ’75 ai paesi del Medio Oriente, sollecitando Saddam, quando era loro agente, alla guerra con l’Iran che costò un milione di morti, aiutando il fondamentalismo islamico nella guerra dell’Afghanistan, sostenendo contro l’India neutrale il Pakistan e il suo riarmo atomico, favorendo il colpo di stato, la liquidazione di Sukarno e l’eccidio di un milione di comunisti indonesiani, tollerando in silenzio guerre armate religiose in Sudan. Ed è una storia anche recente: la guerra del Golfo, per l’annessione prima permessa poi sbrigativamente repressa del Kuwait e soprattutto prolungata nel quotidiano genocidio di civili provocato da un insensato embargo; poi con il bluff dell’Accordo di Camp David cui i palestinesi furono leali e Israele ha fatto fallire clamorosamente. Potremmo continuare, perché è una storia che ancora dura.
Non ci interessa dire: siete vittima delle vostre macchinazioni. Ci interessa sostenere, in base a fatti indiscutibili, lontani e vicini, che il fondamentalismo islamico è anche e soprattutto il prodotto di scelte politiche occidentali ispirate a una logica di pura potenza, ed è ormai un fenomeno di tali dimensioni, con tali radici nella ideologia e nelle esperienze drammatiche di grandi masse che pensare di liquidarlo con la repressione è stolto. Questo è il retroterra del terrorismo. Già il successo del massacro dell’11 settembre gli offre un moltiplicatore, e una maggiore base potenziale. Il solo modo ragionevole di fermare questa dinamica è perciò invertire la direzione delle scelte politiche: affrontare e risolvere secondo giustizia il dramma palestinese, sostenere una diversa leadership, meno corrotta e dispotica, e una diversa politica economica, in paesi che hanno tutte le risorse per vincere la povertà. L’esempio dell’Iran e della sua graduale evoluzione (in parte anche quello della Libia), dimostra già che un tale recupero è possibile. Ma una tale correzione di linea non è in atto in Israele, e neppure nella politica dell’Europa che ha a suo tempo altamente contribuito al disastro e oggi è latitante e silenziosa. Anche l’Italia, che per un periodo era stata capace di fare una politica verso il mondo arabo moderatamente autonoma, oggi paradossalmente si allinea al più piatto americanismo.
Ma al fondo, cioè al di là delle scelte immediate, conta anche il modello di civiltà che oggi l’Occidente propone di fronte all’islamismo, come a tutto il sud del mondo: che non è il modello della democrazia e del dialogo, ma quello di un altro fondamentalismo, quello economicista, dell’individualismo, del relativismo etico, che già apre tensioni rispetto alla migliore tradizione cristiana, ma è radicalmente incomponibile con valori e tradizioni in cui ancora vive, nel male e nel bene, una civiltà premoderna. Se non si rompe i canali di comunicazione tra terrorismo e fomdamentalismo, e tra fondamentalismo e Islam, la ‘guerra di civiltà’ non si evita, si può solo arginare per ritrovarsela più forte: come appunto è già accaduto.

4. Il problema si complica ulteriormente per un fattore che ancora sta ancora sullo sfondo ma incombe, ancora più compelsso, sul futuro del mondo e già oggi produce tragedie ancora più grandi. La condizione generale del sud del mondo.
Ciò che non solo i marxisti hanno chiamato imperialismo non è infatti un problema concellato dalla storia; anche se si è convenuto — non so se a ragione — di archiviarne il nome. La nuova globalizzazione non ha, nel suo insieme, superato né sta superando la polarizzazione del mondo tra febbrile ricchezza e degradante povertà: tutti gli indici sono noti e non occorre ripeterli.
Dopo il crollo dei sistemi coloniali, la crisi dei movimenti di liberazione che l’avevano imposto e il crollo del socialismo reale che comunque garantiva un equilibrio bipolare, qualcosa di profondo è certo cambiato. Complessivamente, un trasferimento gigantesco e costante di plusvalore prodotto, dalla periferia al centro metropolitano, continua e aumenta. Ma non più sulla forma del dominio politico diretto, né principalmente come rapina delle materie prime; piuttosto attraverso la mediazione di nuove classi dirigenti neocompradore, e soprattutto con una nuova divisione internazionale del lavoro che trasferisce nel sud del mondo l’industria manifatturiera (soprattutto i suoi settori a minore valore aggiunto e maggiori prezzi ambientali), sfrutta il costo del lavoro incredibilmente basso, o drena capitali finaziari dai redditi delle classi privilegiate locali, sposta di continuo gli investimenti secondo immediate convenienze, manovra le ricorrenti e vaganti crisi finanziarie regionali tutelando i creditori della metropoli nei loro avventurosi investimenti e imponendo i cosiddetti ‘aggiustamenti strutturali’ ai paesi poveri.
Tale meccanismo non produce un impoverimento assoluto generale e diffuso. Al contrario ha radicalmente differenziato il sud del mondo. Da un lato alcuni paesi (non solo piccoli e marginali, come le Tigri asiatiche, ma ormai anche i più grandi come Cina e India) sono coinvolti da anni in un processo di industrializzazione e di sviluppo impetuoso legato all’importazione di tecnologice e alle joint ventures, anche se finanziate prevalentemente dal risparmio locale in cambio di tecnologie e di sbocchi per l’esportazione. Questo sviluppo si trasferisce dentro la società di quei paesi in modi molto diseguali, più o meno in relazione ai governi che lo gestiscono (la Cina non è l’India) e comporta prezzi pesanti in termini di diritti sociali, di degrado ambientale, di corruzione, ma garantisce una speranza di misero benessere e ottiene una dose di consenso. Esso stesso, in prospettiva, però ha basi fragili — perché dipende dalla congiuntura mondiale — e pone comunque un problema geopolitico colossale: cosa saranno e come peseranno questi grandi stati emergenti nell’equilibrio mondiale? Cosa sarà la Cina del futuro, e l’India già oggi governata dal fondamentalismo religioso? L’ossessione di Bush sullo scudo stellare non è in questo senso una vuota stupidaggine, è una risposta preventiva e ottusamente militare a quest’ordine di problemi.
Dall’altro lato però un’altra parte dell’ex Terzo mondo, miliardi di uomini, interi continenti, è ulteriormente precipitata nel degrado e nell’impoverimento assoluto, più che mai ‘dannati della terra’ (l’Africa, parte della Asia), o oscilla drammaticamente sul crinale tra queste alternative (l’America Latina). Tale realtà drammatica è troppo frammentata e troppo prostrata per costruire già ora una minaccia, ma nel frattempo è percorsa da guerre tribali, massacrata da faide religiose interne, un’accumulazione di odio, un’abitudine alla violenza irrazionale che coinvolge un’intera generazione. In un mondo di guerra, di terrorismi e repressioni diventerebbe progressivamente anch’essa una riserva di disperazione e di violenza.
Come affronta, anche solo discute, tutto ciò l’Occidente? C’è stato un tempo in cui una parte almeno dell’Occidente ha saputo presentarsi come un interlocutore, una speranza: è un merito storico del movimento operaio — a volte socialdemcoratico e cristiano, più spesso comunista — di aver integrato, culturalmente e praticamente, questo tema in una visione politica, democratica e razionale, internazionalista: sostegno ai movimenti di liberazione, aiuti pubblici allo sviluppo, garanzie e istituzioni di legalità internazionale.
Poi l’eurocentrismo ha ripreso il sopravvento: il destino globale è stato affidato agli automatismi di mercato, la Nato si è trasformata esplicitamente nel poliziotto del mondo, il ruolo dell’Onu è crollato, le istituzioni economiche di regolazione escludono tutti i paesi del sud. Altro che ‘governo mondiale’: il ritorno al congresso di Berlino. Anche la sinistra ha subito tale deriva: governi progressisti totalmente subalterni alla logica della nuova globalizzazione e al ricatto dei mercati finaziari e delle multinazionali, silenziosi o solidali con gli interventi armati, crollo degli stessi aiuti pubblici. Perfino movimenti e partiti critici e alternativi hanno di molto ridotto interesse, riflessione, lotte, su questo terreno, riducendosi alla generosa, dovuta, ma circoscritta questione della tutela agli immigrati. Solo nell’ultimo anno il movimento no-global ha avuto il merito straordinario di riportare questo tema — Nord-Sud — in primo piano nella sua agenda. In termini però ancora molto generali, con grande radicalità ideale ma anche con una lettura semplificata della globalizzazione che non coglieva l’aspetto geopolituico e non solo economico-sociale e culturale del processo, marginalizzando i temi immediati dello scontro (ad esempio la disattenzione sulla questione palestinese, il silenzio sul genocidio del Ruanda), proponendo obiettivi di grande valore simbolico ma anche minimalisti (Tobin tax, cancellazione dei debiti dei più poveri, quelli inesigibili), assumendo esclusivamente nel Terzo mondo interlocutori giusti e vitalissimi ma ancora circoscritti e nascenti (Marcos, i Sem Terra).
Se non si opera, gradualmente ma per tempo, una svolta sui punti decisivi della politica verso il sud del mondo, che solleciti movimenti ampi anche al suo interno, sposti equlibri e orientamenti nei governi locali, imponga una riconversione effettiva delle tecnologie e degli stili di vita dello stesso Occidente, questo problema diverrà col tempo un nuovo vettore della guerra di civiltà, destino del XXI secolo. Si ha un bel dire: riforma dell’Onu, o del fondo monetario, e via dicendo. Ma è possibile che l’Onu governi, se non cambiano gradualmente ma credibilmente governi rappresentati, strategie di ricerca, orientamenti di politica economica, stili di vita e senso comune sia nel nord che nel Sud del mondo? Se non si rimette cioè la politica anziché le armi e la finanza al primo posto, e se la politica non riacquista autonomia e potere reale?

5. Ultima. ma non secondaria questione che l’11 settembre ha messo in evidenza per la breve e per la lunga prospettiva: l’intrinseca fragilità del centro dell’impero. Parlo di una fragilità non solo generale ma anche specifica rispetto alla guerra endemica, alla violenza terroristica. I fattori che la producono sono strutturali quanto evidenti. Ne citiamo qualcuno come esempio.
a. La civiltà occidentale della nostra epoca per sua natura ha bisogno, e promuove anche oltre il bisogno, un’incessante mobilità di persone e capitali. Come si può distinguere in essa il virtuoso dal minaccioso? Quale grado di controllo preventivo è necessario per distinguere il turista che porta soldi, o lo studente e l’emigrato che si vuole utilizzare dal malavitoso o dal terrorista suicida che tra non molto potrà portare in una singola valigia una bomba atomica rudimentale? Dove collocare il discrimine del sospetto e come garantirsi dall’isteria e dall’arbitrio? Come stabilire il colore dei dollari e i loro percorsi, se non si è riusciti a farlo per la mafia, il riciclaggio del capitale criminale, il narcotraffico?
b. Il controllo sociale della pericolosa devianza è stato tradizionalmente garantito, prima e più che dalle leggi e dalle polizie, da una società coesa per rapporti forti di comunità, e per riconosciuti valori, catene interiori con tutto il carico anche di pregiudizi e pressioni sull’individuo che ciò comportava. Ma l’attuale civiltà occidentale per sua natura dissolve questi legami, isola l’individuo, relativizza nel suo animo i discrimini fondamentali tra il bene e il male, premia col rispetto di sé e dell’altro intraprendenza e successo piuttosto che coerenza morale, cultura e ideali.
Può riconoscersi e mobilitarsi come civiltà, accettare i sacrifici nella sua difesa, legittimarsi fuori di sé, se non in nome di un privilegio minacciato? Si è sperato di aggirare il problema del consenso con la guerra tecnologica che facceva vittime solo tra gli avversari, affare di esperti. È possibile risolverlo di fronte a una guerra diffusa e cruenta per tutti senza elevare gradualmente l’isteria e la paura?
c. Una ‘guerra non breve’ e costosa come l’ha già definita Bush ha bisogno di un consenso duraturo e dunque di un’identità da difendere. In passato lo ha garantito prima l’identità cristiana, più tardi quella nazionale, infine l’idea della democrazia. Ma ora siamo nell’epoca della società multietnica e multireligosa. Capace di imporre una gerarchia di redditi e larghe esclusioni. Non però di stabilire un dialogo, una competizione, e via via sintesi tra diverse culture, ma al contrario di creare comunità separate e ostili che convivono solo nel compromesso del relativismo etnico, culturale e morale. Lo stesso valore politico comune apparentemente indiscusso — la democrazia rappresentativa, e il suo strumento più efficace per decidere di fronte a una crisi, il presidente — non godono in questa fase storica negli Stati Uniti e in Occidente di ottima salute. Anzi c’è una disaffezione e un’apatia clamorosa verso le istituzioni politiche, e un crollo di autorevolezza del loro vertice. Bush è un caso limite: la correttezza della sua elezione è ritenuta dubbia, il suo livello di intelligenza e di competenza è ritenuto tanto basso da aver notoriamente spinto molti elettori a votarlo perché più facilmente si identificavano nella sua mediocrità o ritenevano di potersi fidare di più di un politico di complemento. È questo il condottiero saggio e lungimirante?
d. Gli apparati di sicurezza — chiave di una nuova guerra civile mondiale — non sono affidabili. Ad esempio, per incapacità o inquinamento non sono mai arrivati a conclusioni sugli assassini di Kennedy, di Luther King e i loro mandanti. In passato hanno preso granchi enormi in quasi tutte le operazioni di commandos come quella della liberazione dei prigionieri a Teheran, o l’impresa della Baia dei Porci, o i tentativi di assassinio di Fidel. Ora dispongono di strumenti straordinari di controllo, come Echelon, ma probabilmente Echelon, come Internet, è largamente occupato da comunicazioni a luci rosse. Perché in poche ore dall’11 settembre sono stati ‘identificati’ i membri degli equipaggi suicidi ormai sciolti dal fuoco? Evidentemente erano già in un elenco di piloti sospetti e sono in quel momento spariti: ma quanto labili dovevano essere quei sospetti per permettere loro di abbattere le torri di Manhattan, e quanto approssimativi restano a posteriori i fili che permettono di risalire la scala delle responsabilità e individuare una rete da colpire con la punizione esemplare? È su informazioni di questo tipo che si può decidere contro chi fare una azione di guerra, o chiedere l’applicazione dell’art. 5 ai paesi Nato? Le bombe probabilmente sono diventate intelligenti, anche se alcune sono finite sull’ambasciata cinese di Belgrado: ma i cervelli sono diventati molto più stupidi di quelli di cui ci parlava Le Carré.
e. Un’ultimo, ma forse il più grande elemento di fragilità. Il rapporto tra economia e guerra. Gli investimenti militari sono stati uno straordinario elemento propulsore dell’economia americana: in termini congiunturali come sostegno della domanda nelle fasi di ristagno; e come incessante laboratorio della tecnologia di avanguardia quando essa era troppo costosa e richiedeva più tempo. E per certi versi continuano ad esserlo: lo scudo spaziale è visto anche così. Ma gli effetti sarebbero ben altri quando dall’investimento militare si passasse a guerre effettive, lunghe e a bassa intensità, combatute lontano. Il Vietnam lo insegna: è stato una manna per il Giappone, un disastro per l’America.
Comunque, in questo caso i termini della questione sono del tutto diversi: al centro c’è il problema di una instabilità generale e di lunga durata. Oggi più che mai, in particolare per l’America, la prosperità non manca di tecnologie, né di braccia, né di cervelli, né di capitali. Dipende anzitutto, a parere di tutti, dal quadro delle aspettative. Il punto sofferente è il consumo. Il consumo interno americano è stato per anni in crescita impetuosa, non per l’abbondanza di un risparmio precedente, ma perché drogato dal ricorso all’indebitamento. A drogare le aspettative di reddito futuro con il quale pagare i debiti era ‘l’effetto ricchezza’, cioè il patrimonio nominale acquisito con la Borsa alle stelle. Nella bolla borsistica soffiava l’incessante afflusso da prestiti dall’estero (patrimoniali, di rifugio, speculativi o per investimenti) che hanno fatto degli Usa il maggior debitore. Tutto ha retto sulla fiducia. Questa fiducia è ormai da qualche tempo incrinata. Per questo anche economia reale è in recessione. Quante complicazioni possono venire da una serie di guerre rischiose, non si sa dove e come, con quali possibili ritorsioni, in particolre in una zona così cruciale per il petrolio e il suo prezzo, e per i traffici di denari in generale?

È per questa serie di ragioni e di ragionamenti — che tutto possono apparire ma non dettati da pregiudiziali ideologiche o da astrazioni intellettuali — che la via che le potenze occidentali stanno oggi imboccando o possono imboccare a noi appare non solo costosa per tutti, probabilmente vantaggiosa per i terroristi, ma soprattutto un passo che prepara una prospettiva tragica di lungo periodo. Il suo solo, ma decisivo punto di sostegno, sta nella forza di inerzia: nel fatto che essa esprime e rafforza tendenze già avviate, fotografa una gerarchia di poteri già riconosciuta, trova un rimedio ai disastri politici e sociali già provocati senza dover cambiare strada né colpire interessi e modi di pensare già consolidati, impiega gli abbondantemente strumenti militari già costruiti e ammassati. È la risposta logica se non si vuole e non si può politicamente cambiare altri fondamentali elementi del quadro. Anzi probabilmente è anche il modo di allentare o soffocare pressioni che si cominciavano a verificare sul fronte interno, di ricompattare e rafforzare alleanze precarie e consensi ormai incerti, portare al potere forze dirigenti nuove, impazienti di liberare antichi e inconfessati istinti. Stroncare insomma la speranza di un cambiamento vero.
Perciò è possibile, quasi probabile, che se le cose seguiteranno a diventare più drammatiche, se cresceranno i costi, nascano dubbi, incertezze, divisioni, anche tra coloro che Bush chiama oggi a raccolta, del cui sostegno o della cui complicità ha bisogno, in paesi diversi, tra classi e culture diverse, tra quelli che rifiutano e vogliono cambiare la società nella quale viviamo, ma anche tra quelli che vi si adattavano e ancora non sanno se e quanto vogliono cambiarla. A tutti dobbiamo e possiamo rivolgerci, farci capire senza tacere un momento la nostra volontà di cambiare radicalmente il mondo, ma sapendo che la prima condizione per cambiarla in meglio è di fermare una dinamica di guerra che è ancora evitabile e bisogna evitare.
È un compito che ci riguarda tutti ed è tremendamente difficile. Perché i nuovi avvenimenti spiazzano tutta la sinistra occidentale, per ragioni diverse la trovano impreparata, quasi scavalcata dagli eventi, la obbligano a ripensare molto di sé. Spiazzano infatti radicalmente la cosiddetta sinistra di governo, che si è estenuata nelle sue motivazioni ideali, è stata complice di scelte che hanno aperto la strada all’unipolarismo, alla nuova configurazione della Nato, alla ‘guerra umanitaria’, all’ammirazione del modello americano, al fondamentalismo liberista, e tuttora sono dentro lo stesso meccanismo, sdrammatizzano i rischi, censurano i fatti, cadono nella trappola del ‘siamo tutti americani’ con la convinzione di poter così condizionarne le scelte, di ridurre i danni.Le posizioni prevalse nel nostro centro-sinistra sono agghiaccianti.
Ma spiazzano, mettono in difficoltà, anche la sinistra radicale e quel movimento di massa che è la più grande e nuova risorsa in campo, ma cui tolgono spazio per crescere e maturare, e che sono fermati o possonoessere indotti in errore, da una cultura di rifiuto della politica, della necessità di una alternativa credibile, della necessità di stabilire una gerarchia tra i vari obiettivi e tra i diversi avversari di tessere alleanze larghe contro la guerra.È già accaduto nel secolo scorso, non deve accadere di nuovo, gli esiti sarebbero appunto la rovina comune.
Nell’immediato ci sono obiettivi precisi da perseguire: il rifiuto dell’articolo 5, il rifiuto della rappresaglia allargata e degli ‘Stati reietti’, il rifiuto dell’ union sacré la difesa della legalità interna e internazionale. Su queste discriminanti, senza esitazioni e compromessi, occorre battersi subito con tutte le forze della volontà e le risorse del’intelligenza. Non è l’equidistanza più o meno dichiarata tra Bush e Bin Laden, tra due civiltà che reciprocamente si rifiutano; è la critica rigorosa a Bush e alla sua versione di Occidente anche per poter sconfiggere stabilmente Bin Laden, e salvare anche ciò che di migliore e universale l’Occidente ha pure prodotto e ancora potrebbe dare per un ordine più umano e più civile del mondo.