NO GLOBAL IN CAMPO, E IL MOVIMENTO DIVENNE PARTITO DELLO “ZERO VIRGOLA”

Il «movimento dei movimenti» che, parola di Bertinotti, aveva rotto con l’irruzione sulla scena del G8 «l’egemonia politica e culturale della globalizzazione neoliberista» mostrandosi «in grado d’attirare gruppi sempre più consistenti di popolazione», ha finalmente misurato la propria forza. E nel cuore della provincia forse più globalizzata d’Italia, quella di Treviso, dove era venuto a muover guerra con una propria lista e un proprio candidato alla presidenza, ha raccolto 1.854 voti, pari allo 0,45%. Ben scavato, vecchia talpa.
Erano mesi che andava avanti il tam-tam sulla immensa forza rigeneratrice dei no-global. E che tutto veniva buttato nel calderone ribollente dei Social Forum: dai trionfi del libro di Naomi Klein alle comparsate tivù di Vittorio Agnoletto, dalle incursioni pacifiste filopalestinesi a Betlemme ai cortei romani coi finti kamikaze, dal camping transatlantico e transulivista di Puerto Alegre alle battaglie contro i succhi di frutta transgenici e giù giù fino ai successi dei «99 Posse»: «E nuie chistu treno amm’ ’a agguantà / ’e chesta globalizzazione amm’ ’a parlà / si no, saie quanta danne ca fa, / fra pummarole mudificate, fruntiere chiuse / e libbero mercato ce ritruammo sotto controllo / organizzato a discrezione dello stato / ’o controllore a mé sulo ’o biglietto vò…». E c’era chi a sinistra temeva quest’ignota onda montante e chi la cavalcava teorizzando una saldatura: «La sinistra deve ripartire da qui».
Finché Luca Casarini e qualche altro non ci hanno creduto sul serio. Basti rileggere la risposta di sfida data poche settimane fa dal leader delle “tute bianche” a chi come Fabio Martini, ironizzava sulla presentazione alle provinciali di Treviso della lista “AltraMarca” chiedendo se per caso non avesse in mente di farsi eleggere un giorno, magari con una «Lista Porto Alegre», a Strasburgo: «Perché no?», era sbottato, «serve un vento forte, un vento nuovo per abbattere le logiche dei vecchi partiti, nessuno dei quali è capace di rappresentare il movimento».
I verdi veneti, per bocca del presidente regionale del partito Paolo De Marchi e del vice-presidente nazionale Gianfranco Bettin, non si erano tirati indietro. E venerdì, ultimo giorno utile, avevano sancito il loro appoggio a Sergio Zulian, l’uomo di punta di “AltraMarca”, nonostante il candidato ulivista Diego Bottacin fosse un ambientalista già sindaco di Mogliano e aderente al movimento dei sindaci di Cacciari: «Chiediamo a tutti gli ambientalisti e gli elettori verdi di dare il proprio voto ad AltraMarca che, in provincia, rappresenta anche le idee e l’impegno dei Verdi per una società solidale e sostenibile».
Macché: i trevisani sono rimasti sordi. Né hanno ascoltato gli appelli non meno alternativi del neo-comunista Alessandro Sabiucciu che, in una provincia in cui la destra già va oltre la media veneta del 56%, aveva pensato bene di rafforzare la sinistra aggiungendo la sua candidatura. Premiata con 7.798 voti: meno della metà di quelli che Rifondazione aveva preso il 13 maggio 2001. Una catastrofe. Che per un pelo però (1.224 voti) non ha consentito alla Casa delle Libertà di portare al ballottaggio non solo il trionfante Luca Zaia ma anche l’avversario intestino Francesco Giacomin.
Quello trevisano è però soltanto il più vistoso dei naufragi delle barche “no global” varate sotto la spinta di un equivoco comune a una fascia di verdi e neocomunisti. Quello che le manifestazioni di piazza e i cortei dei professori fiorentini di “Pancho” Pardi e i raduni al Palavobis e perfino i girotondi e gli appelli morettiani e il pensatoio degli intellettuali che hanno segnato la primavera di riscossa della sinistra fossero sì mossi da un voglia di unità che rifiutava ogni divisione e chiedeva unità, unità, unità. Ma fossero comunque nella scia delle giornate del G8 genovese. Frutti, per citare ancora Fausto Bertinotti che più di tutti è stato il cantore di quella breve stagione, dell’emergere di «una generazione che finalmente ha rotto gli argini». E di un «movimento senza precedenti nella storia dei movimenti mondiali, perché non dice che il capitalismo è il modello da superare. La discriminante è esser contro la guerra e tutte le politiche neoliberiste».
Domanda: è davvero da lì che la sinistra deve ripartire? Da una «sinistra più a sinistra» legata ai movimenti, ai centri sociali, ai no-global, ai collettivi, ai cobas? Una risposta arriva da Cuneo dove Rifondazione, alle politiche del 13 maggio, aveva 1200 voti: «Abbiamo tentato un esperimento», spiega Fabio Panero, «Forse ci eravamo illusi per alcuni segnali, qualche manifestazione riuscita, una certa aria che tirava… Siamo andati da soli come “Sinistra Alternativa” mettendo in lista, su 40 nomi, 17 dei nostri e 23 che venivano un po’ da tutte le parti, a cominciare dal “movimento”». Risultato: meno di 600 voti, una batosta storica e l’accusa d’aver fatto saltare l’elezione al primo turno dell’ulivista Alberto Valmaggia.
Un’accusa scampata a Chioggia solo perché l’Ulivo, con Fortunato Guarnieri, ce l’ha fatta subito. I voti raccolti dai Verdi-no-global sono stati 1022, quelli presi da Stefano Ranzato, leader del centro sociale “Tonita” inserito nella lista e spinto da Casarini per «abbattere le logiche dei vecchi partiti», sono stati 57, lo 0,18%. Una tranvata peggiore di quella incassata dal movimento a Jesi, dove «Jesi Città aperta» gongola per aver preso col suo candidato sindaco 456 preferenze. A Feltre, dove l’accordo coi no-global ha fruttato a Rifondazione 61 voti più (0,5%) di quelli presi l’anno scorso. O a Cosenza, dove la Lista Ciroma (in dialetto vuol dire chiasso) che per una volta appoggiava il candidato ulivista, ha raccolto 156 voti sonanti.
Pochini, per rovesciare il mondo.