No degli Usa ai diritti umani

L’Assemblea generale delle Nazioni unite ha finalmente partorito, ieri, il topolino tanto atteso: il nuovo Consiglio per i diritti umani che prenderà il posto della squalificatissima Commissione per i diritti umani basata nella sede Onu di Ginevra, che avrebbe dovuto iniziare i suoi lavori annuali lunedì ma è stata rinviata – senza rimpianti – in vista del voto al Palazzo di vetro newyorkese. Gli Stati uniti si erano detti frontalmente contrari al nuovo organismo ma, dopo telefonate fra la signora Rice e il suo vice Nicholas Burns al segretario generale dell’Onu e al presidente di turno dell’Assemblea Jan Eliasson, hanno deciso di rinunciare, dopo avere strappato tutte le concessioni e garanzie possibili, al tentativo di far saltare in aria il tavolo e ricominciare tutto da capo. Pur annunciando il loro voto contrario ed esigendo che la proposta a cui ha lavorato intensamente Eliasson negli ultimi mesi fosse messa ai voti anziché passasse «per consenso» (ciò che avrebbe impedito la presentazione di emendamenti).

Così ieri mattina si è andati al voto dall’esito scontato in Assemblea, dove siedono i 191 paesi membri dell’Onu. Risultato, accolto da un grande applauso: 170 sì e 4 no. I soliti, Stati uniti e Israele più due paesi-fantasma: Isole Marshall e Palau (che non è in Sardegna). Iran, Venezuela e Bielorussia si sono astenuti.

Il Consiglio, rispetto alla Commissione, conterà 47 paesi membri anziché 53; l’elezione dei suoi componenti avverà a semplice maggioranza dei 191 paesi dell’Assemblea generale (e non più del Consiglio economico e sociale dell’Onu e non dai due terzi come voleva la proposta originale di Annan e poi gli americani) e sarà soggetta a «restrizioni» (ma sulla base di un gentleman agreement e non scritte nel testo costitutivo, come volevano gli americani) nel senso di un impegno di ciascun paese (come ad esempio i 25 dell’Unione europea) di non votare candidati che siano sotto sanzioni per violazione dei diritti umani da parte del Consiglio di sicurezza; la sua capacità d’intervento nelle situazioni di crisi sarà maggiore in quanto sarà vigente per tutto l’anno (con tre riunioni annuali per un totale di 10 settimane) e non solo per le 6 settimane l’anno della Commissione ginevrina; i paesi «violatori sistematici» potranno essere sospesi dal Consiglio con il voto dei due terzi dell’Assemblea generale. Anche il nuovo organismo come il vecchio vedrà i suoi 47 seggi distribuiti per blocchi regionali: 13 all’Africa, 13 all’Asia, 6 all’est europeo, 8 all’America latina e Caraibi, 7 per i paesi dell’Occidente.

In tutta evidenza si tratta di una soluzione di compromesso che non esclude affatto la possibilità dell’uso politico e sbilanciato dello strumento diritti umani che ha portato all’inesorabile agonia della Commissione ginevrina. Ma, una volta fallita la grande riforma delle Nazioni unite (a cominciare da quelle del Consiglio di sicurezza) proposta da Annan, l’alternativa era il ritorno al punto zero. Come voleva l’ambasciatore Usa John Bolton.

Bolton ha motivato il suo no affermando che gli Usa «non hanno sufficiente fiducia in questo testo» e che le nuove regole non sono abbastanza strette da evitare che qualche paese «violatore» sia eletto nel Consiglio. Tuttavia ha aggiunto che Washington «coopererà con altri paesi membri perché il Consiglio abbia la forza e l’efficacia che può avere». Parole ambigue che non lasciano presagire il futuro. A cominciare dal problema del finanziamento del nuovo organismo fissato dall’Onu in 4.5 milioni di dollari iniziali, di cui il 22% dovrebbe pagarli gli Usa.

Eliasson ha fatto pressioni fino all’ultimo anche su altri paesi che avevano dubbi e riserve. Come Cuba e molti paesi islamici. L’ambasciatore cubano Rodrigo Malierca alla fine ha votato a favore nonostante molte obiezioni sollevate. Prima fra tutte quella dell’uso del nuovo Consiglio che teme possa essere lo stesso della vecchia Commissione. Per i cubani il Consiglio è un« «creatura dell’Occidente» e non sono affato convinti dalla chiassosa opposizione degli Usa: il testo approvato, ha detto Malierca, «è stato pensato e negoziato dietro le quinte per compiacere le richieste americane sacrificando interessi vitali dei paesi del sud». Vedremo.