NO BORDER, NO NATION, STOP THE OCCUPATION

La permanenza per sette giorni nei territori palestinesi è stata un’esperienza fantastica, difficile da ripetersi. Circondato da compagni straordinari ho affrontato momenti di tensione, come in piazza a Ramallah, e momenti di assoluta felicità.
Il nostro lavoro di osservatori internazionali alle elezioni del 25 gennaio è stato svolto con pieno profitto accumulando conoscenza e consapevolezza di un popolo, quello palestinese, impaziente di rimpadronirsi della propria esistenza, ormai schiava da troppi anni dell’occupazione israeliana.
Amo questo paese, questo Stato e la sua gente capace di (r)esistere ma nella continua ricerca di vivere..

Dopo questa doverosa premessa vorrei cominciare a raccontarvi la mia esperienza vera e propria nei territori.
Sin dallo sbarco all’aeroporto di Tel Aviv sono cominciati i primi problemi per 5 compagni fermati e interrogati per ore prima di ricevere il visto d’ingresso nello stato israeliano. Può apparire come un regolare controllo aeroportuale se non che sono stati bloccati proprio coloro che da più tempo attuano cooperazione dal basso con i palestinesi.
Il viaggio notturno che da Tel Aviv ci ha portati a Gerusalemme è trascorso senza interferenza alcuna tranne un rapido controllo ad un check-point volante lungo la strada nel quale i militari israeliani, armi in pugno,hanno perquisito alcuni di noi. Osservando fuori dal finestrino dell’autobus ho potuto scorgere una città distrutta dalla cementificazione e violentata, nel cuore della notte, da luci accecanti come in un set hollywodiano.
Gerusalemme si è aperta ai nostri occhi come una città caotica dove la convivenza tra arabi, ebrei e cristiani è più pacifica che altrove essendo un luogo sacro per le tre religioni rivelate.
Arrivati all’Hotel Victoria rapidamente occupiamo le nostre stanze, una doccia o una dormita e…si parte per Ramallah, la capitale, dove si tiene un incontro con emissari dell’ONU sulla gestione delle elezioni del 25 gennaio.
Nonostante l’ora mattutina per le strade un fiume di persone: donne che comprano nei mercatini, uomini che parlano di politica, musica da tutte le parti. Un primo risveglio fantastico in terra palestinese.
Cerchiamo un autobus per Ramallah..è difficile da trovare perché in questi giorni non tutti i palestinesi si fidano ad avvicinarsi ai check-point. Una volta trovato contrattiamo il prezzo, da 20 Nis a testa siamo scesi a 2 Nis, e partiamo per la capitale.
Dopo pochi minuti di viaggio arriviamo a Qalandiya: per un attimo il fiato rimane spezzato in gola, gli occhi sbarrati: c’è il MURO, c’è il filo spinato, ci sono i soldati pronti a sparare. Davanti a noi avevamo il più grande aeroporto della Palestina trasformato da Israele in un check-point o per meglio dire in un carcere a cielo aperto dove ogni minuto transitano centinaia di persone costrette ad un’umiliazione continua e a violenza indiscriminata da parte di soldati-ragazzini che giocano con la vita di palestinesi/e.
Le donne separate dagli uomini, le file infinite per passare, il visto e il passaporto sono la routine di Qalandiya.. Superato l’ostacolo israeliano con un altro pullman ci rechiamo nel luogo dove l’ONU ci ha dato appuntamento: un lussuoso albergo che risplende nella miseria.
Il nostro scopo non è questo: a noi piace stare in mezzo alla gente, provare le emozioni dei palestinesi… passano pochi minuti e ce ne andiamo nel centro città dove la vita pre-elettorale è rovente.
La piazza centrale è un pullulare di persone che cantano e ballano in nome di Allah, di bandiere che sventolano, di donne che ostentano orgogliose il proprio velo. Ramallah è la roccaforte di Fatah e non è di difficile comprensione visto che su ogni muro appaiono foto di Arafat e di Abu Mazen. La festa si interrompe bruscamente quando all’orizzonte appare un camioncino completamente ricoperto di bandiere verdi: ecco Hamas. Rimaniamo per un attimo in silenzio, timorosi. I militanti di Fatah lasciano passare gli avversari politici che, sotto una musica assordante, lanciano i loro slogan elettorali e se ne vanno. Ricomincia la festa…
Il nostro spirito di osservatori ci spinge ad andare in un luogo fondamentale della resistenza palestinese:la Muquata, dove l’esercito israeliano assediò Arafat e il suo gruppo durante la Seconda Intifada.
Nel cortile del palazzo, ancora sventrato, c’è la tomba di Yasser protetta dall’esercito personale del presidente ma anche alcune targhe che ricordano l’uccisione di alcuni Osservatori Internazionali che si trovavano sul posto durante i bombardamenti. L’emozione è forte e le foto ricordo si sprecano.
Esausti dalla giornata e dal fatto che non dormiamo da due giorni torniamo verso Gerusalemme sapendo di dover affrontare nuovamente Qalandiya e l’esercito israeliano.
Dopo poche ore di riposo e con tanto sonno sulle spalle la carovana è ripartita per un incontro con il sindaco di Hebron, una città nel cuore della Palestina ma dove la presenza di alcuni coloni spezza la tranquillità di un’intera popolazione.
Arrivati nella piazza centrale della città siamo stati immediatamente travolti dall’entusiasmo di bambini che si gettavano nelle nostre braccia con la speranza di essere fotografati come se una foto potesse renderli per 5 minuti divi di Hollywood.
Ci incamminiamo per il corso centrale del mercato, una via stretta e irregolare,straboccante di negozietti e uomini intenti nel vendere quei pochi prodotti che una terra malsana gli ha concesso: è in quel momento che mi sono innamorato di questo popolo perché, nonostante la vita precaria a cui è sottoposto, riesce a sorridere e guardare avanti come se un futuro migliore sia lì a portata di mano.
Gli uomini dentro ai negozi ci salutano e ci danno il benvenuto, offrono cafè e altri prodotti tipici della terra. Le donne, con più riservatezza, accennano un sorriso e continuano nella spesa quotidiana sfoggiando con orgoglio il proprio copricapo sgargiante…che meraviglia!
Tutto ad un tratto la mia felicità si interrompe alla vista di una cancellata metallica che separa il corso centrale del mercato. Siamo in prossimità della colonia ebraica dove 400 settlers si sono barricati e hanno costretto 12.000 palestinesi a vivere nel terrore a causa dei soprusi. Sul cancello appare una scritta “gas for Arab”.
Mi spiego meglio: i coloni sono riusciti ad impadronirsi delle case ai piani alti e,ricevendo aiuti dal governo israeliano, a ristrutturare le abitazione. Il piano terra, rimasto ai palestinesi, è quasi deserto in quanto la convivenza con questi settlers ortodossi renderebbe la vita un inferno. Non contenti i coloni sfruttano l’altura per gettare pietre, immondizia, e ogni altra cosa possibile nel tentativo di ferire qualche passante nel mercato.
Da tre anni a questa parte uno stoico gruppo di ragazzi nordamericani ha deciso di risiedere ad Hebron e fare interposizione passiva. Così facendo subiscono le stesse sofferenze dei ragazzi palestinesi che ogni mattina tentano di recarsi a scuola o a passeggio per il centro storico della città.
Il nostro viaggio per le vie del mercato prosegue fino ad arrivare ad un check-point che fa da guardia alla moschea dove è situata la tomba di Abramo e altri profeti; passiamo tranquillamente ma a questo punto mi viene raccontata una storia che mi fa rabbrividire: una diecina di anni fa un colono ebreo, fucile alla mano, uccise 20 palestinesi che stavano pregando nella moschea e da quel momento la stato israeliano ha deciso di dividere la struttura in due blocchi, una parte per gli arabi e una parte per gli ebrei…incredibile!!
Ma perché questi coloni vogliono vivere proprio ad Hebron? Il sindaco della città, palestinese di Fatah, ci spiega che la tomba di Abramo è la causa della contesa. Nell’incontro, durato circa 1 ora, aggiunge che la politica d’occupazione israeliana si basa sul togliere l’acqua ai palestinesi costringendoli ad emigrare in terre più prospere (infatti la collina del Golan, ricca di riserve acquifere, rimane in mano israeliana nonostante l’ONU abbia riconosciuto il diritto di sovranità alla Siria).
Finito l’interessante incontro in municipio,dove l’accoglienza è stata ottima, ci rechiamo a Betlemme.
A pochi chilometri a sud di Gerusalemme, tanto che le due città sono ormai praticamente contigue, sorge Beit Lehem, la casa di Lahama , dal nome di una divinità dei Cananei antichi abitatori del sito; storico insediamento ai margini di un territorio fertile, Betlemme è oggi cittadina palestinese vitale e ansiosa di sviluppo. Ma il suo fascino, legato al fatto di rappresentare un ponte tra Vecchio e Nuovo Testamento avendo dato i natali al re Davide e mille anni dopo a Gesù Cristo è remoto. Durante il giubileo dell’anno Duemila la città ha subito un piano di rinascita civile e urbanistica, con la riprogettazione di vari spazi e servizi esclusivamente a favore dei pellegrini ma non della popolazione palestinese che continua a vivere in campi profughi distanti poche centinaia di metri dalle baldanzose chiese cristiane.
Il sindaco ci accoglie in municipio offrendoci la possibilità di rilanciare l’economia cittadina ormai stagnante dall’inizio della seconda intifada acquistando i prodotti tipici di questa terra. Durante il dibattito scopriamo che una legge vigente in città obbliga gli abitanti ad eleggere un sindaco cristiano nonostante solo il 35% della popolazione si richiami ai dogmi della Bibbia; infatti il primo cittadino di Betlemme è di famiglia cristiana anche se la sua militanza nel Fronte Popolare, partito di sinistra, lo ha portato ad assumere posizioni più laiche. La sua candidatura, continua nel suo monologo, è stata appoggiata da Hamas per la sua predisposizione sociale in soccorso dei più bisognosi.
Finito l’incontro scendiamo nuovamente in piazza dove veniamo “assaliti” da bambini che tra una partita e l’altra di pallone chiedono elemosina. Con occhi lucidi e affamati si avvicinano speranzosi ma il nostro compito, suggeritoci da alcuni compagni palestinesi, è di allontanarli con tono minaccioso. Perché questa sgradevole reazione? La risposta è molto semplice: così facendo i ragazzi non si abituano a chiedere l’elemosina, preferendo andare a scuola, spezzando quel circolo vizioso che porta esclusivamente vantaggi ad Israele in quanto mantiene nell’ignoranza le nuove generazioni di palestinesi.
A poca distanza dalla piazza centrale di Betlemme si alza maestosa la chiesa della Natività e la Grotta del latte, luoghi sacri per i cristiani ma ricchi di pathos anche per coloro che non credono in quella religione.
In città,nonostante le poche ore che mancavano dal voto, non si respira l’aria euforica di Ramallah e approfittiamo della calma per visitare il Media Center aperto con il contributo dell’Arci e dei Giovani Comunisti. Lo stabile, posto su un colle, è gestito dal compagno Ashraf e da altri ragazzi palestinesi che dedicano il loro tempo all’educazione dei bambini che abitano i campi profughi limitrofi.
Pochi computer, pochi libri sono al momento disponibili per questo ci chiedono un maggior sostegno e da un’assemblea indetta al momento escono fuori alcuni progetti che, una volta in Italia, dovremmo discutere con tutti i compagni interessati.
Dopo i saluti di rito, le strette di mano ripartiamo per Gerusalemme dove ci attende una dura assemblea per discutere le città nelle quali andare a svolgere il ruolo di Osservatori Internazionali il giorno 25 gennaio.
La delegazione di Viareggio, di Brescia, di Bergamo ed alcuni altri compagni vengono dirottati a Betlemme mentre il resto della carovana si sposta a Tulkarem, Nablus ed Hebron.
Finita la laboriosa discussione usciamo per le strade di Gerusalemme Est. La città è deserta; il mercato pullulante di persone è già un ricordo. Passando per un vicolo stretto e buio scorgiamo alcuni ragazzini che giocano a calcio con un pallone consumato dal tempo. Decidiamo di avvicinarci al Muro del Pianto ma le guardie ci impediscono l’accesso vista l’ora tarda.
La stanchezza regna padrona nel gruppo e il richiamo del letto è così forte che sembra rimbombare nelle strade della città santa.
Il 24 gennaio è il giorno in cui la carovana si divide: da oggi inizia il lavoro degli Osservatori Internazionali.
Il viaggio per Betlemme è carico di tensione: alcuni compagni ci avvertono che ai check-point potrebbero esserci dei problemi in quanto Israele ha deciso di non far passare gli Osservatori accreditati. Alcuni ragazzi della comitiva, più esperti della zona, suggeriscono di prendere dei taxi e aggirare i controlli passando per alcuni campi profughi. Ovviamente accettiamo il consiglio e ci incamminiamo ma i pericoli sono dietro l’angolo: veniamo abbandonati dall’autobus in pieno deserto con gli Apache che ci volano sulla testa e alcuni coloni che ci osservano dalle finestre. Lo sconforto è totale: altri tassisti si affrettano a indicarci una via alternativa e si offrono per accompagnarci ad un costo molto basso (5 euro a taxi).
Finalmente arriviamo in piazza a Betlemme dove compagni palestinesi ci attendono per indicarci un albergo per le due notti seguenti: posiamo le ingombranti valigie nelle camere e usciamo per un primo contatto con la città.
Case lussuose, piscine e grandi alberghi fanno da contorno a zone periferiche completamente abbandonate a se stesse. Attraversiamo il campo profughi di Bert Jala e Assah dove alcuni ragazzini, spaventati dalla nostra presenza, lanciano alcuni sassi rischiando di ferire alcuni compagni.
Ashraf, la nostra guida, inizia a raccontare la storia di questa città fino a che non ci troviamo a ridosso del muro: un vergognoso blocco di cemento che si estende per 450 km al costo di 1 milione di dollari al metro. Il governo Sharon ha dato il via alla sua costruzione nel 2001 anche se il progetto risale al 1993.
Questo terrificante muro, presidiato dall’esercito e alto circa 8 metri, impedisce a molti palestinesi di vedere sorgere il sole alla mattina, di raggiungere un proprio familiare senza passare dai controlli israeliani.
La motivazione che Sharon ha dato e che il mondo intero accetta senza fare una piega (eccetto il movimento in favore della resistenza palestinese) è che il muro separa Israele dai terroristi arabi. Questo, possiamo facilmente notare, non è credibile perché lo stato israeliano è lontano dal “blocco di cemento” che ha come suo vero e vergognoso scopo quello di dividere la popolazione palestinese, famiglia da famiglia, madre da figlio.
Con questo muro dal percorso irregolare, gli israeliani stanno continuando a rubare terra alla Palestina e obbligano le famiglie che abitano nelle vicinanze ad abbandonare le case ed emigrare.
Sulla facciata del muro si notano dei murales e delle scritte (veramente tante) che esprimono il disprezzo verso la costruzione dell’opera e verso l’occupazione di questa terra.
Siamo giunti al 25 gennaio. Giorno storico per la Palestina: oggi si vota.
La sveglia suona quando fuori è ancora buio; colazione veloce e.. ai seggi per svolgere il nostro lavoro.
Per le strade c’è molta calma e serenità come se il popolo palestinese fosse abituato a giornate simili. Davanti ai seggi, scuole o centri culturali, la campagna elettorale è ancora attiva ma disciplinata: i militanti dei vari partiti consegnano volantini, accompagnano le persone anziane fino alla porta d’ingresso ma nessuno cerca di prevalere sull’altro. La polizia palestinese, molto più cordiale rispetto all’esercito israeliano, controlla che tutto accada senza problemi e rimprovera alcuni bambini che,lasciandosi prendere dall’euforia del momento, creano attimi di “simpatica” confusione.
All’interno dei locali la situazione è gestita in modo ottimale dal presidente di seggio (spesso una donna) e dagli inservienti che aiutano gli elettori a trovare le aule dove deporre la scheda elettorale. Tutto avviene con la dovuta calma e la dovuta chiarezza.
Ci spostiamo in un seggio all’interno del campo profughi di Assah dove la situazione, pur essendo più movimentata, non desta particolari problemi.
L’entrata del campo profughi è una piccola stradina gremita di persone entusiaste del giorno epocale che stanno vivendo: qui facciamo conoscenza con un gruppo di bambini dall’aspetto triste e malandato ma dal sorriso splendente.
Ci fotografiamo tutti assieme, prendiamo un tè ed entriamo a controllare il funzionamento nel seggio. Tutti in fila aspettano il proprio turno, nessuno cerca di infastidire gli altri, nessuno imbroglia.
E’ meraviglioso vedere facce di persone che vivono una quotidianità drammatica di miseria e sfruttamento sorridere in un momento delicato come questo. Solamente adesso posso dire di aver visto con i miei occhi la DEMOCRAZIA gestita dal basso.
Nel frattempo la vita fuori dal seggio scorre nella più totale tranquillità e molti ragazzi si lasciano intervistare sentendosi per pochi minuti politici di rilevanza internazionale…
Proseguendo il nostro lavoro in altri campi profughi ci imbattiamo in una nostra connazionale che vive a Betlemme da ben 11 anni perché sposata con un palestinese; il suo racconto mostra la crudeltà della situazione in questo paese visto che lei è ancora considerata una turista che ogni tre mesi ha l’obbligo di presentarsi in Israele per rinnovare il permesso di soggiorno nonostante o suoi figli sono nati e cresciuti in questa terra.
La chiacchierata prosegue su temi prettamente politici e veniamo a sapere che persino a Betlemme Hamas potrebbe conquistare molti consensi per la sua capacità di muoversi e radicarsi tra le persone più povere e bisognose. Nel frattempo ci raggiunge suo marito che in tono amichevole prega per noi e per le nostre prossime elezioni riservando critiche a Silvio Berlusconi.
Siamo giunti all’ora di pranzo e in un ristorante tipico palestinese, tra un narghilé e un falafel, ascoltiamo i primi exit-poll alla televisione che danno vincente l’ “armata verde” di Hamas. Proseguiamo il pomeriggio visitando altri seggi in campi profughi lontani dal centro città: qua, dove la povertà regna sovrana, la presenza dei fedeli di Yassin è molto forte; Fatah ottiene il suo solito consenso dovuto all’antica tradizione mentre una piacevole sorpresa ci è data dal Fronte Popolare che ha saputo insediarsi in questi luoghi devastati dalla miseria con una politica di sostentamento alle famiglie dimenticate dalla classe dirigente attualmente al governo.
Il tempo scorre veloce; sono le 19,00 e l’ora per votare è scaduta. Vengono chiusi i seggi e possiamo iniziare lo scrutinio: il caos è solo un ricordo, la calma la fa da padrona. Negli occhi dei palestinesi vediamo la soddisfazione per il risultato ottenuto e parlando con qualcuno di loro veniamo a sapere che qualsiasi partito vinca le elezioni sarà ben voluto dalla popolazione.
Per le strade ha inizio la festa: le macchine straboccanti di persone sfrecciano per i lunghi viali suonando trombette e colpi di mitra. I bambini sventolano orgogliosi la bandiera della loro nazione. Gli uomini di Fatah regalano caramelle ai passanti, la musica inneggia ad Allah e al suo popolo.
Scendiamo in piazza anche noi per unirci alla gioia di queste persone costrette a vivere nel dimenticatoio per troppi anni. Ci sentivamo e ci sentiamo tuttora parte di loro e vederli festeggiare ci riempiva di orgoglio e commozione.
La notte del 25 gennaio la passiamo in albergo aspettando i risultati finali delle votazioni: chi suggerisce di guardare la CNN, chi la televisione locale. Alle 5,00 in punto esce il verdetto finale: Hamas ottiene 76 seggi sui 132 disponibili mentre Fatah arriva ad occuparne solo 43.
Restiamo in silenzio per qualche minuto; alcuni esultano altri si disperano ma c’è un pensiero comune che unisce le divergenti idee: oggi in Palestina ha trionfato la democrazia anche se la comunità internazionale fa sapere che non riconoscerà l’esito del voto fino a che non vengano depositate le armi da parte dei miliziani di Hamas.
Il 26 mattina siamo accolti nella piazza di Betlemme da un corteo di macchine addobbate di verde che sfilano per la città con estrema calma e naturalezza. Un poliziotto palestinese del Fronte popolare ci racconta che il risultato lo spaventa un po’ non tanto per l’integralismo di Hamas quanto per l’ignoranza delle altre nazioni nel capire il motivo di questa eccezionale vittoria. “Credo che il popolo palestinese, continua il nostro amico dal baffo vigoroso, non abbia l’intenzione di rinunciare alla laicità dello stato ma abbia votato Hamas per protesta nei confronti della comunità internazionale e per la politica popolare del partito”verde” in aiuto dei più bisognosi”.
Lasciamo il compagno al suo lavoro e dedichiamo i pochi minuti rimasti prima della partenza per Ramallah a dei bambini che giocano spensierati a calcio nella piazza centrale di Betlemme. Il loro entusiasmo è indescrivibile ma è la voglia di normalità che contraddistingue questo popolo troppo spesso offeso e umiliato dalle tirannie occidentali e dai loro vassalli in Medio Oriente.
Lo spostamento verso la capitale destava un po’ di preoccupazione perché Israele aveva indetto lo stato di massima allerta dopo la vittoria elettorale dei “musulmani fondamentalisti”.Arriviamo a Qalandiya. Qualche giorno fa, sull’irritante cartello “The Hope of Us All” che campeggia all’ingresso, qualcuno aveva scritto con lo spray “Arbait Macht Frei”. Da poco la scritta è stata grossolanamente coperta con dell’altro spray nero. Oggi il check-point non è affatto affollato, i palestinesi hanno paura. Passiamo abbastanza velocemente i controlli mostrando il tesserino da Osservatore Internazionale e ci rechiamo verso Manhara, la piazza principale di Ramallah, a poche centinaia di metri dal parlamento dove si stanno scontrando le fazioni rivali di Fatah e Hamas.
Le strade sono piene di persone che urlano slogan di vittoria e di protesta; i kalashnikov non si contano più; l’aria satura di polvere da sparo; la tensione è alta. La piazza, un tempo ricoperta di bandiere e poster inneggianti a Fatah, ha assunto il colore verde dei seguaci di Yassin.. Violenti scontri sono scoppiati nel pomeriggio tra attivisti di Al Fatah e sostenitori di Hamas. Questi ultimi si erano raccolti in migliaia davanti al parlamento palestinese nel corso di una festosa manifestazione per celebrare la vittoria del movimento islamico alle elezioni politiche di ieri. Qualcuno è pure riuscito ad issare una bandiera di Hamas su uno dei pennoni antistanti l’edificio.
Gli attivisti di Al Fatah hanno lacerato le bandiere verdi di Hamas. Ci sono state sassaiole e si sono anche uditi colpi di armi da fuoco. Gli scontri proseguono, anche se la polizia ha cercato di disperdere i manifestanti. Ci sono stati scontri anche per una bandiera di Hamas piazzata sull’edificio. I tafferugli non hanno avuto particolari conseguenze se non quella di enfatizzare un clima di tensione che lascia presagire difficoltà per il dopo elezioni. In particolare in questo clima appare più difficile la collaborazione tra i due gruppi, nonostante Hamas abbia dato subito la disponibilità ad assumere l’incarico di guidare un governo con la partecipazione di membri del Fatah. A questi ultimi, in particolare, potrebbe essere affidata la gestione della cosa pubblica, ambito nel quale il partito che fu fondato da Arafat ha ormai maturato una notevole esperienza, e le relazioni internazionali. Hamas potrebbe invece mantenere il controllo delle deleghe sul sociale.
In questa situazione, per noi critica, mi ha sorpreso la tranquillità dei ragazzini palestinesi a loro agio nella folla impaziente di rivendicare le proprie idee.
Alcuni compagni spaventati chiedono di far ritorno a Gerusalemme visto l’aria incandescente della piazza. Con rammarico salutiamo Ramallah e la sua gente e ci incamminiamo nuovamente verso Qalandya.
La mattina del 27 è dedicata ad un incontro con l’associazione “Tayyush” composta da giovani refusenik israeliani e da palestinesi che da anni si impegnano nella lotta sociale antisionista.
L’Alternative Media Center ha sede nella parte Ovest di Gerusalemme. Il palazzo che ospita gli attivisti è molto accogliente con un piano rialzato adibito a salotto con tanto di bar e sala lettura.
Tayyush è un termine ebraico di origine araba che significa “tutti assieme, coesistenza” e lo scopo dell’associazione rispecchia in pieno la traduzione della parola.
Alla conferenza, organizzata da Roberto Giudici, partecipano un signore israeliano e una compagna palestinese; il tema della discussione è ovviamente l’esito delle elezioni appena trascorse.
La vittoria di Hamas ha creato molto entusiasmo nella classe dirigente israeliana perché considerata come il frutto della politica di Sharon. Infatti è stata una scelta del premier quella di evitare qualsiasi tipo di dialogo con il partner palestinese per portare avanti la sua linea politica e distruggere l’organizzazione centrale dell’OLP nascondendo alla comunità internazionale le violenze e gli abusi su di un’intera popolazione non protetta dalla propria classe dirigente. Israele non vuole dialogare con la Palestina perché è a conoscenza che qualsiasi negoziato, guidato dall’ONU, andrebbe a discapito del popolo ebraico; infatti dopo la morte di Yasser Arafat il nuovo presidente Abu Mazen non è riuscito ad imporsi nella comunità internazionale lasciando campo libero all’avanzata sionista sin dentro i territori occupati.
Il dibattito con gli attivisti prosegue vivacemente e senza interruzioni. Una compagna palestinese sottolinea che la situazione nella West Bank è drammatica e che la vittoria di Hamas può solo migliorare le condizioni delle persone che vi abitano (non fa grandi promesse, non è corrotta) anche se, insiste nel suo monologo, spera che i dirigenti del partito moderino il linguaggio al momento di dover trattare con qualche nazione straniera evitando una repressione già annunciata che metterebbe in ginocchio l’intera comunità palestinese..
La vittoria di Hamas, continua la compagna, è frutto del voto di protesta dei palestinesi nei confronti d’Israele e dei suoi alleati occidentali (tra questi anche l’ambiguo Iran), essi parlano di democrazia e dialogo con l’Islam ma distruggono e violentano una civiltà millenaria e pacifica.
Gli attivisti di Tayyush,nonostante la vittoria del partito islamico, continueranno nella cooperazione con il popolo arabo pur sapendo che i servizi segreti israeliani sono a conoscenza di ogni loro spostamento e ogni loro iniziativa.
“La stanchezza è molta e la paura regna padrona ma” aggiunge un signore israeliano “se anche noi abbandoniamo il popolo palestinese sarà costretto a vivere per sempre in questa situazione disumana”.
Dopo un applauso scrosciante e i saluti di rito la carovana di Action for Peace riparte per una visita alle colonie ebraiche e al muro nei pressi di Gerusalemme Est.
Sull’autobus sale anche una Refusenik (ragazzi israeliani che rifiutano la leva militare) per spiegarci alcune vicende della città santa: dopo la divisione della città nel 1948, la parte ovest agli ebrei e la zona est agli arabi, Israele dopo la guerra del 1967 ha riunificato municipalmente le due aree inserendo dei settlers per rubare sempre più case ai palestinesi.
Il governo dell’epoca offrì al popolo dalla Kefìa la residenza ma mai la cittadinanza israeliana; questo porta al palestinese pochi privilegi, come quello di utilizzare i mezzi israeliani, ma lo obbliga a vivere secondo le leggi e le usanze di uni stato che non lo vuole riconoscere.
In tutta la Cisgiordania la gestione abitativa è nelle mani di Israele che ovviamente favorisce l’insediamento israeliano a discapito dei proprietari palestinesi costretti ad emigrare in altre zone per sfuggire alle violenze quotidiane degli ebrei; infatti si può notare come i villaggi periferici di Gerusalemme riversino in stato di assoluto degrado dove dilaga la povertà e la disperazione.
Non contenti gli israeliani, a partire dal 2001, hanno cominciato la costruzione del muro che ha costretto molti palestinesi ad abbandonare le proprie case e le proprie attività commerciale perché ostruivano l’innalzamento di quel vergognoso blocco di cemento.
La politica astuta di Sharon e dei suoi “galoppini” obbliga molti giovani studenti a recarsi fuori dalla West Bank per continuare l’università visto che l’accesso alle aule è quotidianamente controllato dall’esercito israeliano. Molti ragazzi decidono di abbandonare gli studi nel tentativo di trovare un lavoro che possa migliorare la loro condizione sociale ignorando che senza una preparazione scolastica la vita li costringerà alla sottomissione nei confronti dei padroni con il colletto bianco che hanno avuto la possibilità di studiare nelle migliori università.
Rimanendo sul pullman ci avviciniamo al cancello di una colonia a poche centinaia di metri dal centro storico di Gerusalemme. E’ protetta da soldati armati di fucile e lancia razzi. Proviamo ad entrare ma siamo vergognosamente respinti. La ragazza israeliana che ci accompagni racconta che lo stato d’Israele riversa il 13% del P.I.L nelle casse delle colonie permettendo così ai vari settlers sparsi per tutta la Palestina di continuare la costruzione di case con l’intento di rubare sempre più terra agli arabi. Questi coloni, ricevendo i soldi dallo stato, passano le giornate a pregare, a costruire non dovendo neppure rispondere al servizio militare per la loro ossessionata ortodossia religiosa.
Nelle vicinanze della colonia sorge il muro protetto, anche qua, da alcune ragazzine in armi. Mi fermo ad osservare i loro occhi azzurri. Con un sorriso e un mezzo inchino mi danno il benvenuto. Non capisco cosa abbiano da sorridere visto che passano tre anni della propria vita proteggendo un blocco di cemento e rischiando inutilmente la vita in nome di un Messia che non è ancora sceso in terra da più di 3 mila anni. Scusate la rabbia ma non concepisco che si possa morire in una sanguinosa quanto inutile guerra in nome di una religione.
La settimana in Palestina è arrivata alla fine ma sappiamo che prima di ritornare in Italia bisogna superare i severi controlli in aeroporto.
Salutiamo i gentilissimi compagni che ci hanno accompagnato nei nostri percorsi per la West Bank e ci dirigiamo a Tel Aviv. Tra chi piange e chi dorme intoniamo alcune canzoni partigiane che rendono il viaggio meno estenuante.
Giunti in aeroporto veniamo incolonnati come criminali per passare al primo controllo dei passaporti. Come all’andata vengono fermati e portati in caserma 5 compagni ( i soliti) mentre noi subiamo per circa 4 ore accurati “abusi” e interrogatori da parte della polizia israeliane. Accanto a noi sfilano sorridenti molti uomini con la kippah che non ricevono nessun tipo di trattamento particolare eccetto un piccolo controllo alle valigie. Ecco la democrazia.
Dopo 5 ore di ispezioni tra vestiti mal odoranti veniamo rilasciati. Si monta in aereo e…di nuovo alla vita di tutti i giorni ma con un bagaglio di vita in più e con in mente lo sguardo intenso dei bambini palestinesi dei campi profughi.

FREE PALESTINE
STOP THE WALL