No alla sindrome da complotto. Sull’Afghanistan discutiamo nel merito

Non mi convince il modo con il quale su Liberazione Rina Gagliardi e, in alcune interviste, Franco Giordano, stanno rispondendo al problema di cosa fare di fronte al rinnovo delle missioni militari italiane, in particolare di quella in Afghanistan. Siamo sicuri che si debba rispondere a dubbi e domande evocando complotti e chiamando tutti a non favorire l’ascesa di Casini, essendo Berlusconi al tramonto? Davvero si possono accusare i vertici della Fiom di voler far cadere il governo, oppure Giorgio Cremaschi di volerlo fare, seppur in isolamento con il resto della sua organizzazione? Non è un bel modo di discutere. E soprattutto non credo che serva ricorrere alla vecchia tradizione comunista del ricompattamento nella fortezza assediata, per affrontare le difficoltà del presente.
Torno dunque alla questione di merito, per me decisiva, e sulla quale finora non ho avuto risposta. Ripartiamo dai fatti.

Quando, nel novembre di alcuni anni fa, fu votata per la prima volta la missione militare in Afghanistan, insediato da poco il governo Berlusconi, le forze che si richiamano all’Ulivo votarono sì assieme a quelle della maggioranza. Si opposero a quella missione Rifondazione, i Verdi, il Pdci, alcuni esponenti della sinistra Ds. Il fronte politico delle forze pacifiste. A me pare che la validità di quel voto contrario resti confermata non solo per una ragione di principio, ma per come concretamente si sono sviluppati i fatti.

La guerra in Afghanistan, seppure con tempi diversi, ha assunto sempre più una fisionomia simile a quella in Iraq. I liberatori sono diventati occupanti e il conflitto si è esteso. Oggi lo stesso primo ministro di un governo che controlla solo alcuni quartieri di Kabul chiede alle truppe occidentali di finirla di uccidere i civili.

Come abbiamo già detto e come ormai è nella realtà delle cose, la guerra, in tutte le sue forme, non solo è ingiusta, ma aggrava tutti i problemi che proclama di voler risolvere. La stagione delle guerre per la democrazia, contro il terrorismo e per i diritti umani, iniziata nel 1991 in Iraq, sta producendo un disastro su scala mondiale, che nessuno è in grado di affrontare se non se ne interrompe la causa principale: il meccanismo stesso della guerra.

Non credo che ci possano essere dissensi su questa analisi nel mondo delle forze pacifiste. Il punto è un altro e non può essere considerato di poco conto. Ripropongo quindi la domanda di qualche giorno fa: cosa fanno i parlamentari e le forze politiche che votarono no all’Afghanistan qualche anno fa, ora che sono al governo? Finora si è risposto che la missione in quel paese deve cambiare. Bene, ma cosa vuol dire? Le truppe italiane sono sotto comando Nato e, come nella guerra per il Kosovo, una volta entrati sotto quel comando ai suoi ordini bisogna stare. Se si vuole cambiare missione, cioè non partecipare né direttamente né indirettamente alla guerra per la riconquista del Sud, che forze Usa e Nato stanno intraprendendo, sono necessari atti concreti e conseguenti. Bisogna, come soci dell’Alleanza, bloccare l’azione della Nato, oppure ritirare le truppe da quel comando in attesa di definire la loro collocazione.

Io sono per il ritiro delle truppe da quel teatro di guerra, ma capisco che modifiche reali nelle regole d’ingaggio della missione e nei suoi concreti obiettivi sarebbero un fatto. Tutto questo però non è nell’aria. I ministri più direttamente competenti su questa materia, quello degli Esteri e quello della Difesa, hanno sinora accreditato la tesi per cui al rientro dall’Iraq corrisponderebbe una conferma o, addirittura, un incremento dell’impegno in Afghanistan.

Leggo sui giornali che, con certa solita furbizia, si direbbe di no ai cacciabombardieri Amx, ma sì agli aerei senza pilota Predator, che farebbero lo stesso lavoro. In ogni caso non vedo all’orizzonte atti formali che modifichino il senso di quella missione rispetto a come fu inizialmente votata alcuni anni fa. Non è così? Le forze della sinistra pacifista riescono ad ottenere un cambiamento reale, una vera moratoria e non un cappello di facciata che spieghi, come si è sempre fatto per tutte le missioni di guerra, che gli italiani sono là per la pace? Bene, se ci sono modifiche reali le valuteremo. Ma se non ci sono? Questo punto non può essere saltato, anche perché il problema della coerenza, in questo caso, riguarda solo ed esclusivamente le forze pacifiste. Perché, ripeto, l’Ulivo il sì alla guerra all’Afghanistan lo aveva già votato. In questo caso io penso che si debba votare comunque no alla missione, e che il centrosinistra debba prendere atto di questo no.

Ci sono questioni sulle quali non si può mediare e direi che il no alla guerra è la prima di tutte. Il rifiuto di essa non è per noi una questione identitaria, che va oltre qualsiasi calcolo politico sugli schieramenti e sulle maggioranze di governo? Se non è così, vuol dire allora che siamo disposti a dare valore diverso ai principi a seconda che siamo al governo o all’opposizione. E questo per me è distruttivo. Penso infatti che le generazioni che in questi anni sono scese in piazza per la pace senza se e senza ma non capirebbero un cambiamento di posizione delle forze pacifiste al governo. Sarebbe una lezione negativa, che porterebbe a un ulteriore distacco di tante persone dalla politica.

Ecco, queste sono le mie domande. Ho messo molti punti interrogativi, e non ho usato punti esclamativi, così evito, spero, il rimbrotto di Sansonetti che mi chiede di non urlare. Anche se, come ci ricorda Halloway, l’urlo è la prima forza del cambiamento. Ora credo che saranno i fatti, e la trasparenza delle scelte rispetto ad essi, che risponderanno alle mie domande.