Niger, così un’intera generazione sarà cancellata dalla fame

Reportage dal paese africano che attraversa la peggiore crisi alimentare degli ultimi 20 anni. L’allarme dell’Unicef: è una catastrofe.

Aereo Ilyushin 76 del Programma alimentare mondiale, aeroporto di Brindisi. Velivolo imponente con delle ampie finestre che coprono la prua. Un ampio cargo nel retro della cabina di comando carico di aiuti alimentari, pare un retaggio di uno di quei film post-guerra nucleare con tanto di equipaggio russo-tagiko ignaro delle sorti del mondo e proiettato dal post-comunismo nel settore dei servizi aerei alle operazioni umanitarie. Gli interni vantano comandi antidiluviani, manopole e leve con scritte in russo, cavi, fili elettrici, spie, lucine, ganci e traini a vista, comfort da stamberga di infima categoria e un equipaggio vestito ancora come quando Yuri Gagarin andò nello spazio. Baffi da cosacco, lenzuolo con i quattro nodi in testa e taglio alla marinaretto. In un mondo senza casa, dall’Africa all’Asia dello tsunami, questi uomini vivono fuori dal tempo. Decollano e atterrano, caricano e scaricano aiuti, hanno famiglie lontane in patria e passati come steward di bordo sull’Aeroflot, sono una ciurma un po’ abbrutita che trascura l’igiene e che vive in una perenne scampagnata fuori porta, con il frigo pieno di viveri, le penniche nelle brandine. E gli aeroporti, sempre diversi, Tripoli, Niamey poi Abdijan, Doha, Kuala Lumpur, Banda Aceh…

Niamey
Per le guide, Niamey, capitale del Niger, è stato fino al 1890 un piccolo villaggio sulle rotte commerciali del deserto che portavano ad Agadez. A capirne il potenziale strategico furono i francesi che vi stabilirono delle basi militari. Il secondo cambiamento epocale avvenne negli anni ’70. Il boom dei prezzi dell’uranio, ancora oggi rappresenta l’80% delle importazioni di valuta estera, mutarono la città dalla sera alla mattina. Vennero asfaltate strade e eretti lampioni, costruiti sontuosi edifici pubblici ed un museo nazionale, aprirono banche, uffici e alberghi. A differenza di altre capitali africane però, Niamey mantiene un equilibrio con il mondo rurale e non subì il fascino dell’ipermodernismo dei grattacieli che oggi aleggiano spettrali in altre città come Nairobi o Lagos. Se è vero che ancora oggi pascolano in città nel quartiere delle ambasciate mandrie di vacche, non c’è quel degrado urbano e le baraccopoli che fioriscono altrove. Questo non significa che non ci sia povertà visibile. Le strade principali asfaltate lasciano spazio alle vie laterali in sabbia rossa. Le case con mattoni di fango sorgono accanto ai baracchini dei venditori al mercato costruiti in lamiera. Una morfologia in perenne evoluzione che muta ad ogni pioggia con strade allagate e muri da ricostruire. I sarti camminano per le strade con gli scampoli di tessuti legati sulla testa, bancarelle improvvisate con dei rami vendono sigarette, ricariche per il telefono, zucchero, sapone, té, tinozze e bicchieri di plastica, peperoncino, erbe medicinali, mango, pezzi di ricambio di ogni genere, spezie, collanine o borse di pelle lavorate dai Tuareg e qualsiasi altro oggetto che possa essere scambiato, venduto o mangiato. L’immondizia si accatasta ai bordi delle strade, preda di cercatori di ferro o plastica, di bambini che sgusciano i rimasugli di un pesce o cercano qualcosa con cui giocare.

Salif è tassista in proprio. Dopo anni in Costa D’Avorio è riuscito a comprarsi una macchina e a tornare a casa. Per un rosso ad un semaforo – ma lui dice giallo – i poliziotti gli hanno ritirato la patente. In realtà volevano 3mila Cefa (circa 5 euro) di “multa”, per Salif la metà di una giornata lavorativa. «Ho la mia macchina e non ho padroni, come gli altri miei colleghi che devono pagare a fine giornata 7mila Cefa al proprietario». Stranamente non sposato, Salif guida il suo taxi, anche con i turni di notte perché pagano di più, sperando di non incrociare la polizia.

Il Niger attraversa la peggiore crisi alimentare degli ultimi 20 anni, 3,5 milioni di persone hanno bisogno di aiuti ed è agli ultimi posti nelle classifiche di sviluppo con Liberia e Sierra Leone. Il 60% delle persone vive con meno di un dollaro al giorno, l’85% è nelle campagne, ma soltanto un terzo delle terre è coltivabile, il resto è deserto. La crisi alimentare che sta colpendo il paese viene da lontano ed era stata ampiamente annunciata. Lo scorso anno l’invasione delle locuste in Africa occidentale distrusse i raccolti. La successiva siccità fece il resto. Già nell’ottobre scorso il governo aveva lanciato l’allarme: un quarto dei circa 12 milioni di abitanti sarà minacciato da mancanze di cibo. Nove mesi dopo, nell’indifferenza della comunità internazionale, il fabbisogno alimentare ed economico è praticamente triplicato. E’ stato necessario l’arrivo della Cnn e della Bbc, con le strazianti immagini di bambini malnutriti, a scuotere le coscienze occidentali. Solo nell’ultima settimana il Pam ha visto confluire oltre la metà dei 16 milioni di dollari di fondi necessari alle proprie operazioni.

Radio Alternative
Da una decina di anni a questa parte il Niger ha avviato un percorso di democratizzazione. Due elezioni presidenziali consecutive, nel 2004 e nel 1999, hanno visto confermarsi alla presidenza del paese Mamadou Tandja. La stabilità e uno Stato laico – qui, a differenza dei confinanti stati del nord della Nigeria, non vige la Sharia, la legge islamica – hanno aperto l’etere alla radiofonia indipendente. Decine di stazioni radio sono state aperte in tutto il paese. Si danno consigli per la cucina o si salutano parenti in sperduti villaggi, si prega verso la Mecca o si fa politica. Proprio come fa Radio Alternative, «voce dei senza voce», come si autodefinisce.

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Nata come mezzo di comunicazione della società civile nigerina raggruppata sotto la sigla Societé Civile Democratique Nigerienne (Scdn), abbraccia tutte le tematiche del movimento altermondialista preservando tutte le peculiarità dell’Africa. La Scdn è parte integrante del Forum sociale africano e mondiale e rappresenta i principali sindacati del Niger, organizzazioni per i diritti umani, associazioni di promozione sociale e Ong. Radio Alternative è a tutti gli effetti un esperimento di comunicazione dal basso – dove la radio è il principale mezzo di informazione – aperto a tutte le categorie più deboli della popolazione: giovani disoccupati, i venditori informali che bazzicano sulle strade, le donne…

Un piccolo edificio dove campeggia l’antenna di trasmissione è l’anticamera agli studi. La sala dove siedono gli speaker è tappezzata con il poster del “Che”, il lampeggiante “On Air”, in diretta, e con foto di giocatori di calciatori francesi – spicca un poster autografo di Zinedine Zidane quando ancora aveva i capelli – si apre davanti alla sala regia con il mixer. In onda una trasmissione registrata su una cassetta che parla di cambiamenti climatici, effetto serra e desertificazione.

Il direttore dell’emittente, Moussa Tchangari, ci accoglie nel suo ufficio. Vorremmo andare al di là delle immagini dei bambini malnutriti per capire come mai un paese arriva a dover chiedere aiuti internazionali per sfamare la propria popolazione.

Assalto liberista
L’analisi di Moussa è chiara: «Il Niger è in uno stato di crisi permanente. Ogni anno va più o meno peggio. Nel 2005 abbiamo toccato il fondo anche per colpa delle cavallette che hanno distrutto i raccolti e delle piogge che sono terminate troppo presto. Ma non è solo una questione climatica, il mio paese è stato ridotto in questo stato da un sistema neo-liberista che ci ha imposto le politiche di aggiustamento strutturale che ci impoveriscono, ci riducono in uno stato di emergenza permanente e non ci danno vie d’uscita». Le riforme del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale hanno stravolto negli ultimi vent’anni i già precari equilibri del Niger. «Il primo settore ad essere stato preso di mira è stato quello agricolo. Ci hanno detto che uno Stato che sosteneva i coltivatori in un paese dove quasi l’80% delle persone vive di quello che cresce non era una cosa buona per il “mercato”. Dovevamo liberalizzare e aprirci alla concorrenza. Dovevamo coltivare dei prodotti da esportazione che non potevamo mangiare. Sono state chiuse le Casse rurali, ridotti i sussidi e smantellato il sistema di controllo statale dei prezzi. Quest’ultimo garantiva ai contadini dei prezzi di vendita allo Stato minimi, ma anche la certezza di poter comprare, se necessario, da mangiare a dei prezzi di poco superiori. Oggi assistiamo ad una crisi alimentare che colpisce 3,5 milioni di persone in totale balia degli speculatori che ad ottobre hanno comprato dai produttori a 8mila Cefa (circa 12 euro) al sacco e che oggi rivendono allo Stato ed al mercato a 23mila Cefa (quasi 40 euro)». Le liberalizzazioni e le privatizzazioni hanno colpito anche la sanità – dove non esistono più cure gratuite – l’educazione – abolita la scuola gratuita nel nome del principio della “sostenibilità”, che tradotto significa che genitori e comunità devono contribuire al mantenimento delle scuole – l’elettricità e l’acqua – in mano alla multinazionale francese Vivendi – e praticamente tutti i settori prima detenuti dallo Stato. L’approccio neo-liberista, e la volontà di farsi vedere come un buon alunno, hanno spinto, nel dicembre scorso, il governo del neo-rieletto Tandja ad approvare, in un sol giorno, una legge che allargava la base imponibile introducendo l’Iva su beni e servizi essenziali. Significava aumentare immediatamente i prezzi dei prodotti del 20%. «Questa iniziativa – racconta Moussa – è stata presa alla chetichella e soltanto due mesi dopo l’annuncio che in estate il paese avrebbe attraversato una gravissima crisi alimentare.

Per farsi belli davanti alle istituzioni finanziarie hanno colpito le fasce più deboli della popolazione con un provvedimento che non esito a definire criminale».

La reazione
La società civile ha reagito. Ci sono state manifestazioni e proteste. Moussa Tchangari, insieme ad altri quattro leader del movimento, è stato arrestato ed accusato di «complotto contro lo Stato». Uno sciopero generale ed altre manifestazioni sono servite a farlo uscire di galera dopo dieci giorni e a far aprire al governo un tavolo per i negoziati. Il congelamento del provvedimento è stata una vittoria, ma non ha impedito comunque il verificarsi dell’inevitabile (grazie anche alla mancata risposta dei donatori internazionali ai ripetuti appelli dell’Onu sull’imminenza della crisi). Per gestire la ciclicità delle crisi alimentari le riforme hanno portato alla creazione di una Cellula di Crisi Alimentare di nomina governativa. Il suo compito istituzionale è quello di gestione delle crisi acute grazie a degli stock di riserva e di predisposizione di interventi duraturi che migliorino la produttività degli agricoltori. I suoi fondi annui ammontano a 11 miliardi di Cefa (circa 18 milioni di euro), dieci provengono dai donatori internazionali mentre il Niger contribuisce simbolicamente con uno. «A Marzo il governo ha interpellato i donatori dicendogli: qui si mette male dovremmo utilizzare gli stock di viveri. Questi hanno risposto che non era ancora necessario. A giugno, durante un’altra riunione, il Niger ha chiesto di poter aprire i magazzini e di distribuire gratuitamente il cibo. Gli è stato detto che questo avrebbe provocato una dipendenza nella popolazione – perché noi africani siamo sempre indicati come fannulloni, stupidi e selvaggi – e che quindi andava evitata».

Eppure, secondo Moussa, il problema non è quello delle risorse, ma di volontà politica. «Il nostro paese si è piegato ai diktat delle istituzioni di Bretton Woods che non sono degli enti democratici, ma sono popolati da tecnocrati che non rispondono a nessuno. Il Niger ha, invece, un governo eletto dal popolo e deve quindi tutelare gli interessi della sua gente. Ma così non ha fatto. Ha atteso il peggiorare della crisi e l’intervento dei donatori internazionali senza agire e venendo meno al diritto all’alimentazione di tutti. Ma noi i soldi per comprarci da mangiare li abbiamo. Ogni anno spendiamo 129 miliardi di dollari (20 milioni di euro) nel servizio del debito. Uno Stato responsabile – perché non possiamo aspettarci gesti di generosità da chi ci ha messo coscientemente in questa condizione – avrebbe detto ai creditori: siamo in crisi e questi soldi non ve li diamo perché dobbiamo sfamare la nostra gente. Ma non lo ha fatto. Questo è irresponsabile da parte di uno Stato che ha l’obbligo di tutelare i propri cittadini».

Secondo un rapporto dell’agenzia Onu per il Commercio (Unctad), l’Africa ha ricevuto, tra il 1970 ed il 2002, 540 miliardi di dollari in prestiti. Ad oggi ne ha ripagati tra interessi e capitale circa 550 miliardi e ne deve ancora altri 295. L’Africa sub-sahariana ha accumulato debiti per 294 miliardi, ne ha rimborsati 268 e ne dovrà versare altri 210. «E’ sfatato così il mito degli Stati africani debitori e della generosità del donatori internazionali. Anzi, a ben guardare, siamo noi i generosi sovvenzionatori degli Stati del nord del mondo e non il contrario. Ma siamo purtroppo anche noi a continuare a morire di fame».

Unicef «bolscevica»
«Mi sono vergognato quando ho visitato con il ministro della Sanità nigerino i campi per i bambini malnutriti. Vederlo così impotente davanti alla catastrofe, mi ha fatto pena». A parlare il direttore dell’Unicef in Niger, Aboudou Karimou Adjibade, dal vicino Burkina Faso: «Venti anni fa l’Unicef aveva annunciato che le politiche di aggiustamento strutturale avrebbero distrutto lo Stato sociale nei paesi in via di sviluppo. Quando si comincia a dire che bisogna tagliare le spese i primi ad essere tagliati sono sanità, educazione e mai le spese belliche o gli stipendi dei parlamentari. Quello a cui assistiamo oggi è il risultato di queste politiche che hanno lasciato senza protezione gli strati più vulnerabili delle nostre popolazioni: le donne – già in difficoltà in un contesto patriarcale – anziani e bambini. La liberalizzazioni non hanno portato alcun beneficio perché il privato, a differenza dello Stato, cura solo i propri affari e se ne frega dello sviluppo». Questo fa sì che in un sistema senza reti di protezione, davanti ad un deficit del 10% sul fabbisogno alimentare (230mila tonnellate) il 25% della popolazione, pari a 3,5 milioni di persone, sia a rischio.

Di questi, secondo le stime dell’Unicef sono 350mila i bambini malnutriti, tra casi severi e moderati. Per Karimou questa è di per sè una sconfitta pesantissima. «Ho gli incubi al solo pensiero che questa sarà tutta una generazione perduta. Quando sei malnutrito ed hai meno di cinque anni le conseguenze dirette sono non solo la debolezza fisica, ma soprattutto il mancato sviluppo celebrale. Questo significa che questi bambini saranno un passo indietro ai loro coetanei senza averne una colpa». Forse non a caso «ci dicono che l’Unicef è un covo di bolscevichi, ci sono addirittura dei paesi che non ci finanziano. In realtà oggi sono le stesse istituzioni finanziarie che hanno fatto qualche passo indietro sulle loro politiche. Hanno detto che è possibile fornire dell’educazione gratuita. Finalmente ce l’hanno fatta, anche se sono anni che noi lo diciamo».

Eppure il lupo perde il pelo… A marzo scorso la Banca mondiale ha concesso al Niger di attingere ad un fondo di 40 milioni di dollari per comprare dei viveri. I soldi però non sono stati donati. Sono stati stornati da quelli per lo sviluppo e dovranno essere rimborsati. La questione economica relativa ad un’emergenza umanitaria è altrettanto rilevante. Se nove mesi fa si fosse risposto agli appelli quando si sarebbero risparmiati molti soldi. «Ad ottobre avevamo chiesto 1,35 milioni di dollari, poi c’è stato lo Tsunami ed il mondo si è dimenticato del Niger. Oggi servono 14 milioni e subito. La differenza è dovuta alle modalità di gestione della crisi. Nove mesi fa per portare degli aiuti potevamo usare un traghetto sul fiume Niger sino alle zone rurali. Ora siamo in emergenza e usiamo il ponte aereo. Prima pagavo dieci oggi 115. Quando sono andato a Parigi a Marzo con un rapporto ed un video che mostrava i primi bambini malnutriti, mi hanno risposto che la situazione non era ancora grave e che potevano farcela. Ieri ho visto in televisione il ministro degli esteri francese a Tahoua che mostrava la sua generosità davanti alle telecamere».