«Niente Tav, la sinistra mantenga le promesse»

Punto uno: ci si attende dialogo al posto dei manganelli. Punto due: nelle pagine del programma elettorale di Prodi l’Alta Velocità non è fra i passi prioritari, dunque se ne riparla con calma e buonsenso collettivo. Vista così, la vittoria, seppur risicata, del centrosinistra fa pensare a un sollievo, a una porta aperta o a una tregua su un problema tanto locale quanto nazionale, tanto civile quanto di piazza. E in parte più che tregua è fiducia, anche se per Romano Prodi e la sua maggioranza sarà – si può scegliere – una prima gatta da pelare o una prima spina nel fianco.
Quassù, in Val di Susa, le posizioni non sono cambiate, nonostante il leader dell’Ulivo avesse detto chiaro in campagna elettorale che «la Tav si farà». Davvero? e come? con il sì di quei partiti che pur nella sconfitta piemontese della sinistra si sono imposti grazie al voto del popolo No Tav? Se in Alta Valle alla Camera la Casa delle libertà si è portata via il 61,72% dei voti, in Bassa Valle, quella più interessata dai treni-razzo, l’Unione si è presa il 57,54%, sempre o quasi sempre a favore di quelle forze che si sono opposte al Grande Progetto. A Venaus – bellissimo posto sconosciuto e amaramente reso noto dagli scontri – Verdi e Rifondazione hanno quasi fatto saltare il banco da soli con il 43,22% dei voti (l’Unione al Senato il 66,7%). A Bussoleno il 27,15%, a Susa il 22,54. A Mompantero, altro luogo caldo, il 35,87%.
Qui hanno creduto, scelto e votato. Considerano passata la stagione dei blitz notturni, si giocano una Pasquetta serena e assolata nel presidio di fronte al sito degli scavi, soltanto una piccola strada – quella del corteo dei trentamila – fra loro e due civilissimi e pacati carabinieri («tutte le proteste sono legittime, la violenza come strumento no, da ogni parte»). Ma proprio qui si aspettano molto.
«Il programma dell’Unione parla di opere pubbliche, ma non è contemplata la Lione-Torino», dice il presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa, Antonio Ferrentino. E poi: «Adesso si può discutere, senza assalti violenti contro la gente. Discutere di costi e benefici e di rapporto con il territorio. Non siamo mai stati messi in grado di dire la nostra, ci aspettiamo di poterlo fare: e non sto parlando di gelosia di un’area, bensì di economia e tecnica. Ho fiducia nel dialogo dopo che tutto si era radicalizzato con la notte del 6 dicembre, quella delle ruspe e delle botte, dell’arroganza dei grandi poteri, Ferrovie comprese. Partiti nazionali, da Bertinotti a Pecoraro Scanio, avevano assunto una posizione netta e hanno avuto il riscontro dalla popolazione. Ora devono far fede».
Non è «dare e avere», ma è comunque: dimostrami che potevo fidarmi. Se il problema del traffico è quello degli snodi sulle tratte ferroviarie, quello della politica sta negli snodi nella compagine di governo e si allarga anche alle realtà regionali e locali. Senza polemica, senza alcun tono di contrasto o scontro il pacato e riflessivo sindaco della zona calda di Venaus, Nilo Durbiano (Rosa nel pugno), si domanda come Sergio Chiamparino («per il quale nutro molta stima») spiegherà ai torinesi che «la loro alta velocità non arriverà a Porta Nuova né a Porta Susa, bensì a Chivasso». Non lo dice, ma fa pensare che si farà più in fretta da Lione a Chivasso che da Chivasso al centro della città.
Tav è una sigla che con il governo Berlusconi-Lunardi-Pisanu è arrivata allo scudo contro scudo (compresi quelli dei centri sociali). Ora è una sigla che, anziché fronteggiare uno schieramento, serpeggia al suo interno guardando tutti in faccia e chiedendo conto se non altro una chiarezza, a qualcuno un «ti ricordi di me?», a tutti un dialogo che porti uniformità. Durbiano: «Ora possiamo riferirci alla politica anziché alle forze dell’ordine, al buon senso anziché alle prese di posizione». Tav si farà, sindaco: «Tav deve essere dialogo, Tav della Val di Susa è discorso italiano, non valsusino e basta. Quando si paga per un fantasma, parlo di costi e benefici, che si vedrà fra venticinque anni, riguarda tutti, perché pagano tutti, da Nord a Sud. C’è stata troppa arroganza, troppa superficialità. Quello che chiediamo a questa maggioranza, composita quanto vuole, è dialogo, attenzione. Non entro nel dettaglio di quello che sarà di certi scali, come Orbassano, della giusta proposta di un passante da una parte di Torino all’altra. Parlo di tecnica e politica a un tavolo. Ambiente, economia, trasporti, benefici, costi, non prendiamoci in giro, soluzioni ce ne sono e più semplici e rapide. Vogliamo davvero risolvere fra trent’anni il problema che tutti oggi lamentano dei Tir?».
Malinconico, ma non sfiduciato il sindaco Durbiano. Per niente malinconica, dura e sorridente Marina Mancini, assessore di Rifondazione comunista a Avigliana, principina alle panche della Pasquetta No Tav: «Nel programma non c’è. Alternative ce ne sono, e tante. La gente ha fiducia e la fiducia non si tradisce. Non si fa». Signora, c’è una maggioranza da tenere in piedi. «La tengano in piedi, senza di noi. Si è data fiducia. Si toglie. Non è una guerra di principio. E’ il ragionamento del territorio, della salute, dei vantaggi e dei costi, dell’inutilità di una grande opera che fra trent’anni sarà il nulla. Quando si poteva fare molto in due o tre anni». C’è una coalizione, signora. «Ci sono elettori, ci sono cittadini».