Nicaragua, il ritorno di Ortega Difende i poveri. In nome di Gesù

I sandinisti sono ancora lì, con le loro bandiere rossonere. Gli americani pure, impegnati a fare il possibile affinché i comunisti non vincano nel loro cortile di casa. E’ sempre al suo posto Fidel Castro, il cattivo maestro. E’ pieno di acciacchi, ma ha al fianco Hugo Chavez, l’ erede pronto a lanciarsi nella mischia centroamericana. Echi di guerra fredda in Nicaragua, il piccolo Paese che negli anni Ottanta era l’ Iraq dei giorni nostri. Merito soprattutto della longevità politica del protagonista assoluto di quegli anni, il comandante Daniel Ortega Saavedra. In Nicaragua si vota il 5 novembre prossimo e il leader della rivoluzione sandinista, già presidente dal 1985 al 1990, è dato per favorito dai sondaggi. Ortega ha oggi 61 anni, un pò di capelli in meno, ma ancora nerissimi, non porta più gli occhiali e ha sfoltito i baffi. L’ uomo che «fa vedere rosso a Ronald Reagan», come titolò una copertina di Time del 1986, ha abbandonato la divisa verde-militare e usa camicie bianche a maniche corte. Non è più guerrigliero da tempo, gira in Mercedes, ma del ruolo ha mantenuto tenacia e pazienza. Soprattutto tenacia: è la quarta volta, da quando l’ illusione sandinista si spense in un disastro economico, che Ortega si presenta nelle urne. Parte sempre favorito. Ma ha sempre perso. Stavolta però il ritrovato interesse degli americani per il Nicaragua lascia pensare che il ritorno sia una possibilità concreta. A un mese dal voto Ortega conta sull’ appoggio del 31% degli elettori, davanti al conservatore Eduardo Montealegre, ex banchiere, che è attorno al 25%. Altri due candidati viaggiano attorno al 15%. Il sistema prevede un’ elezione a doppio turno, ma il presidente viene eletto subito se raggiunge il 35% dei consensi e un vantaggio di almeno 5 punti sul secondo collocato. Qualche giorno fa Dan Burton, un influente congressista di Washington, sollecitato dalla lobby degli emigranti nicaraguensi negli Usa, ha preso un aereo per Managua. Si è incontrato in segreto con i candidati di centrodestra per spingerli a una mossa, a suo parere, decisiva: unire le candidature per fermare Ortega. Montealegre, il secondo nei sondaggi, ha accettato, gli altri no. Ancora più esplicito l’ ambasciatore Usa a Managua, Paul Trivelli. «Una eventuale vittoria di Ortega – ha detto il diplomatico – ci forzerebbe a rivedere le relazioni e gli accordi commerciali in corso». Gli Stati Uniti non hanno precedenti felici in Nicaragua. Il finanziamento illegale dei «contras», negli anni Ottanta, fu uno scandalo internazionale. Anche interventi più recenti in Sudamerica – seppure solo verbali – si sono dimostrati controproducenti, come il tentativo di influenzare il voto in Bolivia (dove poi fu eletto Evo Morales) o di indebolire la posizione di Chavez in Venezuela. Ortega è convinto che anche la Oas, l’ organizzazione degli Stati americani, finanziata da Washington all’ 80%, voglia influire sulle elezioni. La sua campagna, in linea di continuità con le tre precedenti, è caparbia ma moderata. I suoi sventolano bandiere rosse ma anche rosa, hanno ricucito con la Chiesa e Ortega nomina Gesù Cristo e l’ aldilà assai più spesso del socialismo. La lotta alla povertà e alle diseguaglianze resta il suo cavallo di battaglia. Il Nicaragua è uno dei Paesi più poveri del continente, con l’ 80% degli abitanti che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e la vita quotidiana non molto diversa da quella che provocò la rivoluzione. L’ ambasciatore Trivelli dice che il problema non è più l’ incubo rosso. «Siamo preoccupati perché Ortega è un finto democratico. I sandinisti hanno sempre usato lo Stato per il proprio tornaconto personale. Il fatto che abbiano lo stesso leader da 25 anni la dice lunga sulla loro idea di democrazia». Ma il vero spauracchio si chiama Hugo Chavez. Come altrove in America Latina, i petrodollari venezuelani pesano e hanno sostituito i fucili nella sfida contro Washington. Alcuni sindaci sandinisti hanno firmato un accordo per comprare greggio da Caracas a prezzo politico. E se vincerà, Ortega ha promesso che i medici cubani arriveranno anche nei miserabili villaggi del Nicaragua.