New Orleans: in frantumi la presidenza di guerra di Bush

“Vecchio pompiere disposto farsi abbracciare da presidente Stati Uniti cercasi, anche usato”. Anzi: molto meglio se usato, fango e sudore sulla divisa, maniche rimboccate. E, sotto l’elmetto, il volto impavido marcato da cento battaglie…Dovesse qualcuno, oggi, riassumere in un piccolo annuncio pubblicitario la strategia politica di George W. Bush, questo, non v’è dubbio alcuno, sarebbe il testo da trasmettere alle apposite sezioni dei quotidiani. Perché proprio questo è, in effetti, ciò che il presidente va da una settimana disperatamente invocando: un’immagine – o, come si dice in gergo una “photo-op”, un opportunità fotografica – capace di restituirgli almeno in parte il fulgore, l’eroico alone che, quattro anni fa, aveva marcato la sua pur tardiva visita alle macerie del “ground zero”. Molti certo ricorderanno: 14 settembre 200. Dopo tre giorni d’enigmatica latitanza – e dopo i sette, celebri minuti d’attonito silenzio con cui, in una scuola elementare di Miami, aveva accolto l’annuncio dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono – George W. Bush aveva fatto il suo spettacolare ritorno sulla scena. Ed aveva regalato all’America, al mondo e, soprattutto, a se stesso, una sequenza televisiva destinata a diventare un pezzo di storia patria e, ciò che più conta, il perno d’un interminabile spot elettorale: quello incentrato su un uomo, o meglio su un “leader” che, sullo sfondo della carcassa del World Trade Center, megafono alla mano, cingeva con amore e, insieme, con rassicurante ed assai “presidenziale”energia, le robuste spalle d’un anziano “firefighter”, pronunciando, nel contempo, poche, ma essenziali parole…
È stato a quell’immagine – non per caso scelta come ossessivo “highlight” dell’ultima Convention repubblicana – che, per tre anni, Bush ha, con pressoché quotidiana frequenza, fatto riferimento nel definire se stesso un “presidente di guerra”. Ed è di quell’immagine che, in queste ore difficili, sta vanamente cercando un’accettabile replica. Le ha provate tutte, il presidente. Per due volte ormai – pur mantenendosi alla periferia del disastro ed evitando accuratamente situazioni in cui la rabbia delle vittime della tragedia potesse spontaneamente trasparire – Bush ha visitato i luoghi dell’alluvione. Ed ha baciato bambini, stretto mani di soccorritori, consolato vedove, distribuito bottiglie d’acqua e coperte, in ogni circostanza sforzandosi di mostrare, di fronte alle telecamere, tutta la gamma d’espressioni che l’occasione richiede: commozione, orrore, indignazione, pazienza e soprattutto, una ferrea determinazione. Ma, in questo frenetico via vai, George W. Bush non è fin qui riuscito – metaforicamente parlando – ad incontrare alcun vecchio pompiere. E di se stesso non ha di fatto potuto mostrare – quale che fosse l’accoppiata della “opportunità fotografica” – che un unico volto: lo stesso con il quale, l’11 settembre del 2001, in Florida, aveva per un’eternità – lo sguardo smarrito d’un bambino perduto nella folla, nudo come il re della favola di Andersen – continuato ad ascoltare il famoso “racconto della capretta”. Quasi che proprio un maleficio da favola l’avesse costretto a ripetere all’infinito quei lunghi istanti di paura e, insieme, di verità. Perché? Per quale ragione le esibizioni televisive post-disastro di Bush sono stavolta diventate – a dispetto degli sforzi d’una macchina propagandistica da tutti definita formidabile – soltanto una galleria di “brutte figure”, o la sistematica conferma di quel che erano chiamate a nascondere (vale a dire: l’assenza di leadership testimoniata dall’ovvia impreparazione di fronte alla più preannunciata delle catastrofi)? Perché il “presidente di guerra” non è, questa volta, riuscito a convincere il paese?
La risposta è, a suo modo, assai semplice: per la guerra. O meglio: perché proprio la guerra che ha definito la presidenza del “presidente di guerra” è essa stessa – e da tempo – una “brutta figura”.

Sempre, ovviamente, che così sia lecito chiamare la carneficina senza fine prodotta da quella che, quattro anni or sono, venne definita la “dottrina Bush”. Già prima della tragedia di New Orleans (i cui effetti, dal punto di vista del consenso, ancora non sono stati credibilmente misurati dalle agenzie specializzate) gli indici di gradimento del presidente apparivano congelati poco al di sopra del 40% (al punto che molti osservatori avevano cominciato a chiedersi se Bush avrebbe infine potuto battere o, quantomeno, avvicinare, il record storico di impopolarità detenuto da Harry Truman, anno 1952, con un, presumibilmente insuperabile, 23%). E, con tutta evidenza, la prima ragione del crescente malessere della pubblica opinione era proprio la guerra in Iraq.

La stessa guerra che, in queste ore, va emergendo dal fango come la sotterranea eppur visibilissima concausa del disastro che ha affondato “The Big Easy”. Basta leggere quello che, sulla base di cifre e fatti inoppugnabili, il Times-Picayune aveva scritto (in un’infinità di articoli) fin dalla fine del 2003. L’Amministrazione Bush – denunciava con inequivocabile chiarezza il principale quotidiano di New Orleans – ha dirottato verso l’Iraq i fondi destinati al Southeast Louisiana Urban Flood Control Project. E ancora, all’inizio di quest’anno, ha tagliato la quasi totalità dei 27 milioni di dollari che il US Army Corp of Engineers (il nostro genio militare) aveva richiesto per rafforzare gli argini oggi sovrastati dall’uragano.

Due giorni fa, Bush ha giocato la sua ultima carta. E, ritornando una volta ancora – e da “presidente di guerra” – sul luogo del delitto, ha solennemente assicurato a vittime e soccorritori che non permetterà “alla burocrazia” di interporsi lungo il cammino degli aiuti e lungo quello d’una ricostruzione che lui stesso, da “commander in chief” della Nazione, si propone di guidare in prima persona (così come proprio lui guiderà i lavori della commissione d’inchiesta chiamata ad accertare le cause dei ritardi del suo governo). Prima mossa: inviare sui luoghi del disastro, come implacabile e permanente commissario del popolo, nientemeno che il vice-presidente (o vero-presidente, come molti lo chiamano) Dick Cheney. Evidente (sfacciato, lo ha definito qualcuno) il senso dell’operazione: rinverdire, una volta ancora, il mito dell’impavido condottiero. O, più esattamente: creare un generico responsabile della tragedia – la burocrazia, grigia metastasi ingigantita dalle politiche socialisteggianti dei democratici – destinato, come il drago di San Giorgio, a finire immancabilmente trafitto dalla lancia del grande ed amato leader…Troppo poco e troppo tardi, probabilmente. Perché troppo evidente, di fronte alla realtà della tragedia, è il fatto che il “nemico” – la “burocrazia”, per l’appunto – è chiaramente colpevole per assenza e non per presenza, non un gigante (o un drago), ma un nano che la politica della stessa Amministrazione ha azzoppato per finanziare una spedizione militare che doveva, a sua volta, diventare una “photo-op” – anzi la “photo-op” – dell’album del “presidente di guerra”. Ed il tutto, ormai, con quasi grottesche ed impietose sovrapposizioni d’immagini.

Qualcuno lo ha ricordato. Il giorno in cui, dopo una settimana di cammino, Katerina è infine calata su una città lasciata senza difese, il “grande leader” si trovava nella base navale di San Diego, in California, intento a difendere, a parole, le ragioni della sua guerra. E, nel contempo, intento a nasconderle, quelle medesime ragioni, sul piano delle immagini e dei ricordi. Narrano le cronache come gli esperti del team presidenziale avessero, prima del discorso, accuratamente studiato la sistemazione del podio per evitare che, sullo sfondo, apparisse la sagoma della USS Lincoln, la portaerei sulla cui tolda, travestito da pilota, il primo maggio del 2003, Bush aveva – sotto lo striscione “Mission Accomplished” – già celebrato la vittoria in Iraq.

La tragedia di New Orleans non è in fondo che questo: l’ultimo anello d’una catena di menzogne che ormai si è spezzata. Micheal Lind, un columnist conservatore, lo ha scritto ieri sul Financial Times: “I sostenitori della guerra in Iraq avevano previsto, che con l’intervento americano, l’effetto domino avrebbe sconvolto tutto il Medio Oriente. E’ invece in America che stanno, una dopo l’altra, cadendo tutte le pedine…”. Quanto in basso possano scendere, ora, gli indici di gradimento di Bush, nessuno può dirlo. Ma una cosa è certa: all’indomani del passaggio di Katrina ad andare in pezzi – in un’America che si sente vulnerabile e tradita – è proprio la “presidenza di guerra” di George W. Bush. E non c’è vecchio pompiere, a questo punto, che possa ricomporne i cocci.