New Orleans, «Ci evacuano per ricostruire in tranquillità»

Reportage tra i superstiti di Katrina rimasti a New Orleans. Che vedono l’evacuazione forzata decisa del governo federale come un mezzo per fare piazza pulita e scatenare speculazioni edilizie

«Ho una pistola, e allora? Sono legalmente autorizzato», dice Paul («il cognome non lo citi per favore»), arrabbiatissimo perché la sua arma gli è stata confiscata. «E’ successo anche a tutti quelli che conosco», aggiunge. «I poliziotti non distinguono fra chi la pistola ce l’ha legalmente e chi no». E questa è una cosa che viene confermata anche da uno dei pochi ufficiali di polizia disposto a rispondere a qualche domanda prima di spazientirsi e ordinare di allontanarti dal posto di blocco. La ragione del sequestro, spiega, sta nella convinzione che il vero scopo di quelli che non vogliono andarsene è la loro intenzione di saccheggiare le case vicine quando i loro abitanti si saranno allontanati. E anche per questo Paul è arrabbiato. «In realtà ci disarmano perché proprio noi siamo quelli che hanno paura di vedere le nostre case saccheggiate. Togliendoci le armi vogliono toglierci la possibilità di difenderci dai saccheggiatori e quindi di indurci ad andarcene per salvare almeno la nostra pelle». Insomma quello di avere intrapreso la confisca delle armi viene preso come l’ultimo segnale che la rimozione forzata sta per cominciare, il che – se è vero – starebbe anche a indicare che il conflitto di competenze creatosi fra l’autorità locale che l’evacuazione la vuole e i militari che invece non la vogliono e intendono rispondere solo al Pentagono, è stato risolto.

Anche questa differenza fra potere statale e potere federale viene in qualche modo confermata dagli «irriducibili», se non altro sul piano dell’atteggiamento, molto più «gentile» quello dei soldati venuti da fuori rispetto a quelli locali, compresi i poliziotti. Anzi, uno di loro che non ha avuto problemi a dire il suo nome – Kenny Dobbs – a un inviato del New York Times che poi lo ha riferito, racconta perfino che due poliziotti qualche sera fa lo hanno fermato mentre camminava nei pressi di casa sua, in zona «asciutta», e gli hanno «confiscato» non l’arma che non aveva ma una bottiglia di whiskey e 50 dollari.

Dobbs, come tutti, ha sua personale teoria sul «vero» motivo per cui le autorità tengono tanto a farli partire. «Vogliono ricostruire senza tanta gente fra i piedi. Noi dovremmo essere quelli con cui coordinarsi e invece siamo diventati un disturbo». Ma altri sono meno benevoli e hanno l’ossessione della «scomparsa» della città. Le parole dello speaker della Camera Dennis Hustert, il primo a menzionare l’idea di «radere New Orleans al suolo con i bulldozer», è infatti «salita di dignità», trasformatosi da boutade di un politico mediocre in un’idea da dibattere. E il dibattito impazza e sale di livello, parallelamente alle stime sui costi della ricostruzione, l’ultima delle quali è arrivata a 200 miliardi di dollari. Così ecco i «difensori della storia» sostenere la causa della ricostruzione, i pragmatici affermare che «è assurdo spendere miliardi per una città destinata comunque a vivere sotto il livello del mare» e i residenti preoccuparsi. «Io vivo qui da 20 anni», dice sempre Kenny Dobbs. «Ho badato a me stesso da quando ne avevo 14. Perché dovrei andarmene?».

Poi ci sono quelli che contestano l’«emergenza». Emily Harris, una bella biondina di una trentina d’anni, dice per esempio che la sua casa è rimasta intatta, il suo frigorifero è pieno, ha acqua e cibo per sopravvivere a lungo, ha perfino «un cane che mi può difendere», e non capisce proprio perché dovrebbe andarsene nell’Astrodome, lo stadio del foot-ball di Houston, in Texas, che dopo avere accolto quelli intrappolati nel Superdome di New Orleans il giorno della tragedia ha ancora risorse per ospitare quelli che accettano di andarsene ora (o che saranno costretti a farlo se l’evacuazione forzata comincerà). Oltretutto, dice Emily, «se la ragione per andarsene è l’emergenza, perché lo dicono proprio adesso, a ormai dieci giorni dall’inondazione? Pensino piuttosto all’acqua da pompare via e alle case danneggiate da riparare e lascino in pace chi come me si è organizzato per sopravvivere senza chiedere nulla a nessuno».

E poi c’è Billie Moore, oltre la cinquantina, una vita passata a fare l’infermiera. Anche la sua casa è rimasta pressoché intatta e per lei, dice, l’unico cambiamento causato dalla tragedia è che «il mio turno di lavoro all’Ochsner Clinic si è allungato». Quell’ospedale infatti si trova in una zona «alta» e non ha subito danneggiamenti. Per di più è nel mezzo di Jefferson Parish, una delle zone della città più colpite, e da quella posizione «privilegiata» si è trovato ad essere una delle poche strutture di soccorso che hanno funzionato fin dall’inizio, tanto che ancora oggi si trova a svolgere un ruolo prezioso e lo stesso fa – nel suo piccolo – Billie. «Se ne vanno le infermiere chi ci sarà a prendersi cura dei pazienti?», dice lei con estrema semplicità. Quando i poliziotti sono arrivati a casa sua per persuaderla ad andarsene, racconta, «ho mostrato il tesserino dell’ospedale. Non hanno insistito troppo ma mi hanno spiegato il problema del virus e dei morti che ci sono stati. Ma che volete, io con queste cose ci convivo da anni». Lei non è organizzata come Emily, ma dice di avere una certa riserva di pasta e che ogni sera, assieme al marito, la cuoce e poi, «per darle un po’ di sapore», ci rovescia sopra un barattolo di fagioli. Tutto ciò lo definisce «il nostro tentativo di condurre una vita normale».

E’ difficile immaginare gente come questa impegnata a scrutare la casa dei vicini per correre a saccheggiarla non appena loro si saranno fatti convincere ad andarsene. Ma l’eventuale ordine di evacuazione forzata, proprio come quello di disarmare anche i possessori di armi «legali», non prevede distinzioni.