Nestlè, latte, farina e miliardi

C’era una volta un bambino. Nasce come una fiaba. In un paese da fiaba, Vevey, cittadina di poche migliaia di anime splendente su quel ramo del lago di Ginevra. C’era una volta un bambino, era appena nato, piangeva per la fame, ma il seno di sua madre non aveva latte. Il bambino sarebbe morto, se un Gigante Buono non fosse apparso e mescolando e filtrando e diavolando con acqua e farina non avesse
creato per lui Il Latte Artificiale. Miracolo! Il bambino cessò di piangere, poppò a tutto spiano, si salvò, crebbe sano e robusto e il Gigante Buono diventò stra-miliardario. Si chiamava Henri Nestlè.
E andata più o meno così. Quella “pappa” approntata d’emergenza nel retro della sua farmacia per far mangiare il bambino di un vicino di casa che la mamma non poteva allattare, diventò una incommensurabile miniera d’oro per il dottore di buon cuore Henri Nestlè, rifugiato politico tedesco poi naturalizzato svizzero, lunga barba su volto severo, autore di un Trattato sulla nutrizione.
Quel giorno aveva creato la mitica Farina Lattea, Farine Lactée. Lasciate che i pargoli vengano
a me. Da quell’episodio, da quell’invenzione lattifera datata 1860, inizia la leggenda Nestlè. Una irresistibile, megagalattica ascesa. Diciamo una Apocalisse. Il geniale farmacista mette subito a frutto la prodigiosa scoperta, nel 1866 è già la ditta Nestlé, nel 1905 è già la “Anglo-suisse company” di latte condensato e simili, con fabbriche in Germania, Spagna, Gran Bretagna, Usa. La Prima guerra mondiale le vale il raddoppio della produzione; la Seconda, previo trionfale sbarco in America latina, le porta in dono il Nescafé, utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti; e il dopoguerra è un vero arrembaggio mondiale. A velocità da record, infatti, la Nestlé si ingloba la Maggi (zuppe e condimenti), la Cross&Blackwell, la Findus, la Libby’s, la Stouffer’s. E anche L’Oreal (25%), la Alcon; negli anni 80 anche il gigante alimentare statunitense Carnation. Figurarsi gli anni 90 col mercato globale a disposizione: Nestlé uber alles. La scheda della multinazionale è in realtà l’identikit di una vera superpotenza. Sentite qua. A livello mondiale oggi contende il primato nel settore agro-alimentare
a Philip Morris e Unilever, controlla tra il 35 e il 50 per cento dell’intero mercato mondiale del latte
in polvere, opera in più di 70 paesi, conta 500 fabbriche, 220mila dipendenti e un fatturato annuo intorno ai 40 miliardi di euro. Diventano suoi i prestigiosi marchi Perrier, Knorr, Quaker Oats. Si
“pappa” tutto, non solo il latte dei lattanti, in tutte le sue varianti, sfumature e specialità; ma anche bevande, cereali, latte di tutti i tipi, dietetici, cioccolata, dadi, piatti pronti, surgelati, gelati, prodotti refrigerati, prodotti per animali, farmaceutici, per l’ottica, la cosmetica. Sono suoi almeno 300 marchi e a sua volta la multinazionale risulta essere ormai il marchio più noto tra i consumatori di tutto il mondo.
In Italia è superstar, si è comprata di tutto con svizzera precisione. Sbarcata nel 1913 con la società Henri Nestlè, ha costruito il primo stabilimento (latte condensato e farina lattea) nel 1924 ad Abbiategrasso; e non si è fermata più. Per 1600 miliardi nell’88 compra da Carlo De Benedetti tutta la Buitoni e tutta la Perugina; ad Agnelli sfila la Perrier; e mano a mano finiscono nelle sue grinfie l’acqua Vera; il 50% della San Pellegrino-Garma (ivi compresi Levissima, Recoaro, Claudia, Pejo, Fiuggi, Panna, San Bitter, Faemino, Hag); dalla Sme acquisisce i bei nomi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza, Oggi in tavola. E con altri 437 miliardi di lire si prende anche il 62% del pacchetto Italgel.
Per farla breve, in Italia la società svizzera rastrella un fatturato di oltre 3 milioni di euro l’anno, con 24 stabilimenti e quasi 7 mila dipendenti. Di già che ci siamo, vale la pena di annotare che appartengono
alla Nestlé pure Kit Kat, Smarties, Galak, Lion, After Eight, Quality street, Rowentree, Cailler, Toffee,
Polo, Orzoro, Nestea, Belté, Spumador, Vismara, King’s (insaccati), Sasso (olio), Berni (conserve), Locatelli, Pezzullo (pasta), Maggi, Friskies, Buffet (cibi per animali), Nesquik, Nescafé, Nidina
e latte Mio (per neonati). Vi basta? Il più grande gruppo alimentare del mondo è però anche il più boicottato: una accanita compagine di agguerriti contestatori che, organizzati in reti, blog, associazioni
e sparsi un po’ dappertutto sul pianeta, da 26 anni muovono guerra al gigante multinazionale.
Il latte della Nestlé uccide i bambini, soprattutto i bambini poveri, accusano. E non perché sia avariato, scadente o inquinato, magari, dagli involucri dei contenitori (roba di oggi, come purtroppo si vede). Ma perché è un latte-contro, subdolo e costoso, che sbanca il latte materno e fa “danni collaterali” piuttosto grandi, persino irrimediabili. Accusano con tanto di supporto Unicef e Oms: il latte artificiale non è affatto più buono e più sicuro del latte materno, costa caro, e «non c’é da stupirsi se viene annacquato in misura diverse volte maggiore di quella prescritta. Con la conseguenza che i bambini, invece che sani e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire». Non solo, ma «l’acqua con la quale il latte viene preparato è spesso malsana; così come è spesso impossibile lavare biberon e tettarelle senza la comodità del fornello e senza disinfettanti». Succede così, accusano, che «mamme con pochi soldi,
poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon malamente sciacquati, con tettarelle lasciate esposte all’aria e a tiro di mosche. Con gli inevitabili risultati di infezioni intestinali e diarree mortali». Va da sé, non si sta parlando di mamme e bambini nei quartieri alti di ricche città occidentali. Va da sé, a morire sono i bambini del Terzo Mondo, in Africa, in India, in Cile, in Perù, in Colombia, in Messico. Lo sostiene l’Unicef: nei Paesi poveri, un milione e mezzo di bambini l’anno muore per mancata alimentazione con latte materno.
Nei Paesi poveri, i bambini allattati artificialmente sono esposti alla morte 25 volte di più rispetto
a quelli nutriti al seno. La Nestlè è colpevole, accusano. Colpevole di aver violato il Codice internazionale, redatto dall’Unicef e dall’Oms, che «proibisce la promozione dell’uso di latte in polvere per l’alimentazione dei neonati, soprattutto nei Paesi dove l’acqua non è sicura».
Colpevole di aver promosso il latte artificiale attraverso le sue planetarie campagne pubblicitarie, la complicità dei medici, la non corretta informazione.
E tutto in nome della vendita… Ma non lo chiamavano Erode