Nessuno storca bigotto il naso se diciamo che il futuro è di Luxuria nei panni di Cipputi

Paurosamente appiattite sulle banalità della “caccia al caimano”, queste elezioni rischiano davvero di sembrare un gioco da marionette, di pupazzi. Non si tratta del resto di una sensazione limitata ai confini nostrani. Che un po’ dappertutto stiano affiorando dei problemi attorno al cosiddetto parlamentarismo lo testimonia persino il successo di un film naif, vagamente bakuniano, eppure a suo modo efficace, come “V per vendetta”.
Non voglio con ciò inquietare i più vecchi e scafati di noi, che giustamente ci sollecitano a partecipare al voto, e a scegliere comunque il meno peggio. Chiedo solo che non distolgano lo sguardo di fronte alla crescente incapacità delle istituzioni politiche e sindacali di dar voce alla lotta di classe, ai milioni di individui la cui esistenza ogni giorno si consuma tra le illusioni e le frustrazioni della società disciplinare contemporanea. Si tratta in prevalenza di giovani lavoratori e studenti, da tempo relegati al rango di cavie per esperimenti in vitro di capitalismo puro e di neo-conservatorismo religioso. Benché orfani sul piano teorico e politico, questi soggetti trovano ancora la forza di domandarsi se sia davvero ineluttabile il destino sociale assegnatogli. Se ci si possa cioè rassegnare ad esser liberi il solo giorno delle elezioni, per poi tornare schiavi, per tornare ad esser nulla durante tutto il resto della legislatura. Questo interrogativo striscia, sotterraneo, senza trovare al momento uno sbocco politico razionale. Troppe distrazioni, troppo idealismo non violento, a sinistra. Eppure è rischioso continuare a trascurare emozioni così potenti e diffuse. E’ infatti solo convogliando queste pulsioni represse verso un credibile progetto politico “altro” che si potrà scongiurare il bivio ormai alle porte tra americanizzazione e fascismo.
La costruzione dell’alterità è compito ingrato ed arduo, eppure non si parte da zero. Non si tratta infatti di cancellare il Novecento ma di risollevarlo dalle sue stesse macerie. Si tratta di prendere nuovamente coscienza della necessità di legare a filo doppio le più elementari lotte per la liberazione del lavoro salariato con i più recenti processi di emancipazione civile, col desiderio emergente di reinventare di continuo la propria esistenza: sociale, sessuale, affettiva. Che nessuno dunque storca bigotto il naso se diciamo che il futuro è di Luxuria nei panni del giovane Cipputi.
Affinché possano maturare i tempi per un simile, ambizioso disegno comunista, è necessario tuttavia fare chiarezza, è necessario fare i conti con l’amara verità del presente. La verità è che la cultura performante e disciplinare che si diffonde fulminea anche in Europa trova una base materiale nella morsa sempre più stringente del cosiddetto “vincolo esterno”. E’ questo al fondo delle cose il fattore che ridimensiona le sovranità politiche, che deprime i movimenti di rivendicazione ed annulla la possibilità stessa di immaginare l’alterità. Il vincolo esterno è lì in agguato, pronto ad omologare, ad appiattire, ad aggredire non solo i confini di una Cuba sul baratro della dollarizzazione ma anche le file di una gioventù ceca e comunista sotto assedio. Il vincolo esterno penetra insomma ovunque, in modi più o meno palesi, più o meno sottili. In Europa esso si manifesta nei termini più impersonali e moderni: quelli puramente contabili della bilancia dei pagamenti con l’estero. Nel vecchio continente la crisi dei conti esteri incide soprattutto sull’Euromezzogiorno e sui nuovi entranti. Spagna, Portogallo, Grecia, i paesi dell’Est e adesso anche l’Italia, sono costretti a confrontarsi con una bilancia commerciale strutturalmente in disavanzo. Si tratta di una situazione che era stata del tutto prevista e auspicata dagli ideatori dell’unificazione monetaria europea. La contesa senza rete con il grande capitale europeo, e in particolare con la Germania, non poteva che condurre ad un risultato del genere. La maggiore concentrazione di capitali dell’Europa centro-settentrionale implica infatti una maggiore efficienza dinamica, un minor numero di scambi intra-industriali, e quindi determina un differenziale inflazionistico negativo e permanente rispetto alle economie periferiche dell’Europa meridionale e orientale. La conseguenza è che le periferie acquistano sempre più merci provenienti dai competitivi centri del capitalismo europeo, ed in cambio sono costrette a cedere a questi ultimi una quota crescente di pacchetti di controllo di banche e aziende nazionali. Siamo di fronte pertanto a una versione estrema del paradigma centro-periferia, un classico della globalità capitalistica la cui vittima designata è sempre la classe lavoratrice. Nei paesi in avanzo, infatti, questa viene asservita mediante la continua minaccia di acquisizioni e trasferimenti all’estero dell’attività produttiva. Nei paesi in tendenziale disavanzo, come l’Italia, i lavoratori vengono invece schiacciati con una politica di riequilibrio della bilancia dei pagamenti basata sulla crescita dello sfruttamento e l’abbattimento della domanda, ossia sulla compressione del disavanzo del settore pubblico e del salario per unità prodotta. La deflazione salariale si diffonde in tal modo come una pandemia, dal cuore del capitalismo europeo fino alle regioni più remote del continente: con i padroni tedeschi che fissano il ritmo della restaurazione e tutti gli altri dietro ad arrancare.
Bisogna esser chiari su un punto. Questo gigantesco meccanismo, insito nella struttura stessa dell’Unione monetaria europea, non concede mai sconti a nessuno. Un eventuale, pur auspicabile governo di centro-sinistra, sarà chiamato anch’esso ad adeguarsi in fretta, a colpi di avanzi primari al cinque percento e del completo svuotamento del contratto nazionale. E se qualcuno cercherà di mettersi di traverso l’opzione neo-centrista sarà lì a portata di mano: il professor Monti è stato messo in freezer non per caso, in attesa del suo momento.
Siamo dunque di fronte all’ineluttabile, al Grande Meccanismo? E’ questa cioè l’epoca grottesca di Shakespeare, nella quale al popolo è concesso soltanto il dileggio rassegnato di un destino senza uscita? Tutto indurrebbe a pensarlo, se non fosse per il fatto che quel Meccanismo è a sua volta fragilissimo. L’Unione monetaria poggia infatti su fondamenta instabili, la cui tenuta dipende in modo decisivo dalla continua disponibilità del lavoro a farsi variabile dipendente, residuale. La rinuncia al cambio e alla connessa inflazione implica infatti uno scontro diretto e non mediato tra capitale e lavoro. E’ uno scontro che i padroni hanno voluto poiché ritengono di poterlo vincere, eppure l’esito non è dato, non è affatto scontato. Affinché uno “scenario alternativo” possa realmente far breccia è necessario però che la vecchia generazione non ostacoli la presa di coscienza, da parte dei più giovani, che l’instabilità rappresenta oggi di nuovo un’occasione, e non una iattura. Più precisamente, è necessario che la classe lavoratrice veda l’acuirsi dello squilibrio economico-finanziario in Europa – e in particolare lo squilibrio nei conti con l’estero – come un indice della propria capacità di resistenza e non più come una dimostrazione della propria irresponsabilità politica. E’ questo il ribaltamento delle coscienze di cui abbiamo bisogno per riprendere il filo dei referendum francese e olandese, per passare dai meri No alla Costituzione europea ad una rinnovata fase dialettica nella definizione degli assetti generali dell’Unione. E se qualcuno ancora si affanna a sostenere che così si rischia di far dei passi indietro, verso il ripristino delle sovranità nazionali, ebbene bisognerà spiegargli che la rinuncia ad assumersi un rischio simile, a trattare cioè su di esso, rappresenta una delle cause fondamentali del mutismo che ha finora caratterizzato le rappresentanze politiche e sindacali di sinistra nel processo di costruzione dell’unità europea.
Che dunque si vada a votare, ma che nessuno pensi di restar schiavo per il resto del tempo. Se si vuole realmente contrastare un meccanismo di riequilibrio economico-finanziario che si annuncia ancora una volta fondato sul sacrificio dei lavoratori, bisognerà rischiare e mobilitarsi, bisognerà far sentire tutto il peso della pressione sociale sulle mura del Parlamento.