Nelle periferie dei senza lavoro

Dalle jacquerie medievali in poi, la Francia si rivolta e contesta. I fuochi delle banlieue rappresentano l’ultima fiammata. Una sensibilità esasperata dalla minaccia terroristica, soprattutto oltreoceano, ha applicato categorie interpretati ve distorcenti sui disordini delle periferie francesi, come se stessimo assistendo al primo atto di una guerra di civiltà. Invece, né il fattore religioso era rilevante, né l’incendio investiva i valori della République. Anzi, semmai quei giovani protestavano per gli ideali repubblicani che avevano interiorizzato e che vedevano traditi. E parlando con gli amici francesi nelle settimane “calde” si percepiva un atteggiamento da ordinaria amministrazione: sono cose che succedono, bisognerà capire, trovare delle soluzioni.
Anche i dibattiti televisivi che mettevano il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, di fronte alle domande, in diretta, di giovani arrabbiati, erano lontani anni luce dai toni sovraeccitati e astio si della nostra comunicazione politica.
Da dove è venuta questa moderna jacquerie? Un sondaggio commissionato r anno scorso dal quotidiano (L’Humanité» sulla vita nei quartieri, quindi non solo nelle periferie, forniva una immagine da vie en rose: oltre a tutto il resto, anche l’integrazione degli stranieri funzionava bene per il 62% degli intervistati, e così pure le iniziative verso i giovani soddisfacevano il 58% degli abitanti. C’era però un unico, significativo, neo: la possibilità di trovare lavoro; qualunque fosse il tipo di quartiere questo problema angustiava la maggioranza degli intervistati.
E infatti, dopo un anno, nel pieno dei disordini, un sondaggio Csa mostra come una delle cause della rivolta (non la più importante, però) sia la disoccupazione e la mancanza di prospettive: il 55% si dichiara d’accordo con questa ipotesi. I consensi maggiori (69%) convergono però sul mancato controllo dei genitori, in linea con l’appello fatto alle famiglie dal presidente Jacques Chirac nel suo discorso televisivo. La responsabilità non è nelle istituzioni e nemmeno nel1a polizia – solo 1’8% le attribuisce responsabilità, e anche tra i 18-24enni si arriva appena al 17% – ma nel tessuto connettivo della società rappresentato prioritariamente dalJa famiglia. Tra l’altro, le valutazioni sulle possibili cause degli incidenti sono sorprendente mente simili tra abitanti delle banlieue e opinione pubblica generale; e anche i giovani non danno giudizi molto diversi, con un’eccezione: le parole del ministro Sarkozy. Qui c’è una voragine: mentre le sue dichiarazioni forti – «I casseur sono feccia, vanno spazzati via con il Karcher (prodotto per togliere le incrostazioni dalle pareti) sono all’origine della rivolta per il 29% dei francesi, ed è il terzo motivo in ordine di importanza, per i giovani è il primo con il 60 per cento.
Ad arricchire il quadro con un tassello imprevisto, aggiungiamo che nella lista delle cause dei disordini i giovani, più ancora del resto della popolazione, segnalano anche l’ assenza della polizia nei quartieri a rischio. Difficile parlare di distacco dalle istituzioni e frattura generazionale. Il problema èprevalentemente economico e di rispetto reciproco. Infine, è del tutto irrilevante la dimensione religiosa. Solo il 15% (ma appena 1’8% tra i giovani) attribuisce la rivolta al fondamentalismo e alla chiusura in loro stesse delle comunità immigrate.
Quest’ultimo aspetto marca la differenza tra modello anglosassone e francese. La scelta dell’ indifferenza e dell’ autonomia adottata dagli inglesi ha portato a comunità chiuse, non comunicanti con il resto della nazione. Eppure gli immigrati dei Paesi arabi in Francia sono sorprendentemente integrati rispetto ai valori repubblicani. Una recente ricerca condotta dal prestigioso Centre d’ études de la vie politique française non lascia dubbi in proposito. In primo luogo, solo il 20% si dichiara praticante, un cifra non molto diversa da quella dei francesi autoctoni (15%): nemmeno sotto la mezzaluna troviamo masse di fedeli osservanti. In secondo luogo, 1’81 % dichiara che la laicità è un valore positivo, tanto che il 60% approva il divieto di portare il velo a scuola. E infine, 1’82% (contro un 55% del resto dei francesi) è convinto che per riuscire nella vita bisogna innanzi tutto lavorare duro. Ecco che ritorna il vero ostacolo all’ integrazione: le opportunità nel mondo del lavoro. Quando una componente distinta per provenienza e religione esprime il proprio desiderio di affermazione personale e sociale attraverso il lavoro ciò significa che le barriere culturali sono già alle spalle ed è sul terreno economico che si gioca l’effettiva integrazione.
Negli Stati Uniti, il grande. ininterrotto boom economico degli ultimi lustri ha messo fine alle rivolte nei ghetti, anche se rimangono situazioni esplosive, come si è visto a New Orleans. Rivolte, tra l’altro, ben più sanguinose di quelle francesi: quella scoppiata a Los Angeles nel 1992 provocò oltre duecento morti, mentre gli incendi nelle banlieue, due. Tanto per mantenere il senso delle proporzioni, che alcuni media americani hanno dimenticato.