Nell’agenda Nato l’attacco di terra. Ma senza gli Usa

Da quando la Nato, il 31 marzo, ha assunto il comando della guerra in Libia, ribattezzata «Operazione protettore unificato», la sua Task force congiunta, il cui quartier generale è a Napoli, ha effettuato oltre 1.500 raid aerei, più di 150 al giorno. Vi partecipano – insieme ai cacciabombardieri inglesi Typhoon, ai Mirage e Rafale francesi – aerei statunitensi passati dalla U.S. Air Force alla Nato. Tra questi gli A-10 Thunderbolt e AC-130 Specter, dotati di cannoni che sparano fino a 6mila proiettili al minuto, per la maggior parte a uranio impoverito. Vi partecipa anche, insieme al bombardiere strategico B-2 Spirit che ha colpito Tripoli con bombe da una tonnellata, il sottomarino Uss Florida della classe Ohio: dotato di 24 tubi di lancio per missili nucleari Trident, è ora armato di 154 missili Tomahawk non-nucleari (ma con testata a uranio impoverito) e trasporta 100 commando che effettuano incursioni con mini-sub. Tutto ciò però non basta. Il contrammiraglio britannico Russell Harding, vice-comandante dell’operazione, ha sostenuto in conferenza stampa a Napoli che i bombardamenti aerei e navali hanno ridotto del 30% la capacità militare libica, rendendo inoperativa l’aviazione e riducendo fortemente le difese anti-aeree. Il militare ha però precisato che le forze governative ricorrono a «tattiche non-convenzionali», mescolandosi al traffico stradale. Le accusa quindi di essere loro responsabili del fatto che gli aerei Nato hanno colpito forze ribelli, scambiandole per nemiche. In un’audizione al senato, a Washington, il generale Carter Ham, capo del Comando Africa che ha condotto l’operazione prima che il Pentagono la passasse alla Nato, ha confermato che gli Usa hanno messo a disposizione dell’Alleanza aerei d’attacco, come le potenti cannoniere volanti AC-130, ma nonostante ciò sul campo vi è una situazione di stallo. Gli attacchi aerei e navali Nato a sostegno delle forze ribelli non riescono a far sì che esse abbiano la meglio su quelle governative, poiché sono numericamente e militarmente inferiori. Allo stesso tempo vi sono crescenti preoccupazioni sull’eventualità di fornire armi ai ribelli, data la presenza di gruppi di Al Qaeda tra le loro file. Il generale Ham ritiene quindi che «l’uso di una forza terrestre internazionale costituisce un piano possibile per sostenere i ribelli libici». Non vi sono però le condizioni ideali, avverte Ham, per l’invio di truppe Usa sul suolo libico: il presidente Obama ha escluso ripetutamente tale possibilità e un loro invio susciterebbe reazioni nel mondo arabo. Occorre inoltre considerare che, se forze Usa fossero impegnate per troppo tempo in Libia, ciò avrebbe effetti negativi a lungo termine per altre missioni. Molte di queste forze si stanno preparando ad andare in Afghanistan, o sono appena tornate. Il generale quindi conclude: «È importante che gli Usa diano l’incarico alla Nato». Siamo dunque avvertiti: tra non molto potrebbe arrivare la chiamata alle armi anche per le truppe italiane. I «volenterosi» nostrani, sostenitori della guerra, facciano in modo che le truppe italiane sbarchino a Tripoli il 5 ottobre: così potranno celebrare il centenario dell’impresa coloniale italiana in Libia.