Nella sua voce il destino tedesco

La confessione di Günter Grass sul suo breve servizio nelle SS, a diciassette anni, non è priva di ambiguità, bisogna ammetterlo. Si è detto che è stata coopevolmente tardiva, vigliacca, oppure cinica come può esserlo una trovata pubblicitaria per il suo libro autobiografico Sbucciando le cipolle; per non parlare dell’illazione secondo la quale sarebbe un gioco d’anticipo su documenti già scovati e pronti a esplodere. C’è chi ha ipotizzato, più bonariamente, che lo scrittore Grass non abbia resistito alla tentazione di raccontare l’incontro avvenuto, in prigionia, tra un futuro premio Nobel e un futuro Papa, e che aver poi messo in dubbio questo ricordo sia un segno di demenza senile. L’entità della rivelazione ha oltretutto rimescolato le carte nel duello a distanza fra il modo in cui la cultura di sinistra e quella liberal-conservatrice affrontano il loro rapporto col passato: coetaneo di Grass, lo storico Joachim Fest è intervenuto nel dibattito per sottolineare come lui si fosse arruolato volontario nell’esercito proprio per evitare la coscrizione obbligatoria e la conseguente probabilità di essere affiliato alle SS. Non si può nascondere neppure che dalla confessione di Grass, trapeli anche un insopportabile senso di autocompiacimento, potremmo definirlo «il narcisismo dell’Intoccabile»: di chi si ritiene intoccabile per tutti i crediti accumulati in vita, oltre che per la fama acquisita, e che dunque può correre il rischio di giocare la carta del capro espiatorio.
Il peso della storia su di sé
Proprio quest’ultima impressione, però, getta una luce diversa sulla rivelazione, tanto più se vi si aggiunge quel che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha dichiarato durante la sua prima conferenza stampa al ritorno dalle vacanze estive. Dopo avere sostenuto che da Grass bisognava pretendere che parlasse molto prima, Merkel ha liquidato la questione commentando: «del resto io e il signor Grass abbiamo una visione molto diversa della storia tedesca». Il riferimento, va da sé, è all’opposizione nei confronti del processo con il quale la Germania si è riunita dopo la caduta del Muro che lo scrittore ha affidato, oltre che a innumerevoli interventi pubblici, anche a un romanzo, È una lunga storia, un libro contro la rimozione basato sul geniale accostamento fra il coro degli intellettuali in giubilo per la prima unità tedesca sancita militarmente da Bismarck nel 1870 e gli ebbri festeggiamenti intorno al Muro. Angela Merkel, che la stampa ancora chiama «la ragazza dell’est», protesta, perfettamente in linea con la corrente culturale della Germania più conservatrice. È a partire da qui che la confessione di Günter Grass assume un significato più denso, al di là di quelle che possono essere state le sue intenzioni immediate, il suo bisogno di liberarsi da un peso psicologico o, eventualmente, i suoi calcoli. Il gesto dello scrittore tedesco, infatti, è stato quello di chi intende assumere su di sé, esemplarmente, il destino di una nazione e afferma di poterlo fare non da una posizione di innocenza, ma di diretta responsabilità, proprio perché ne ha attraversato in prima persona tutte le svolte, a partire da quella più orribile e inconfessabile.
Nel ruolo del capro espiatorio
Letta in questa chiave, la confessione di Grass appare del tutto coerente con il cammino della sua opera, e particolarmente con quella pubblicata dopo il fatidico 1989, in alcuni casi coincidente con i suoi romanzi più criticati da un punto di vista squisitamente letterario. Basti pensare a Il mio secolo o al più recente A passo di gambero, nel quale il protagonista viaggia tra siti Internet più o meno di ispirazione neonazi che reclamano memoria per l’affondamento della «Wilhelm Gustloff», transatlantico nel quale circa 13.000 tedeschi cercarono scampo dai bombardamenti finendo, invece, per trovarvi la morte, quando la nave venne silurata da un sottomarino sovietico al largo delle coste baltiche.
Non tutti gli sforzi che si compiono per portare alla luce il ruolo dei tedeschi come vittime della guerra sono in odore di revisionismo, come dimostrano le magnifiche conferenze di W. G. Sebald intitolate Storia naturale della distruzione. Sebald, nato alla fine della guerra, arrivò ad abbandonare la Germania e a trasferirsi in Inghilterra proprio perché non sopportava il silenzio di chi aveva vissuto i bombardamenti a tappeto, e dunque il clima di doppia rimozione collettiva – del nazismo e dei lutti, delle distruzioni subite – da cui il paese aveva preteso di ripartire. Le sue pagine lo testimoniano anche attraverso la riproduzione di cartoline e guide turistiche degli anni Cinquanta che mostrano paesaggi tedeschi «intatti», ma in realtà rimessi a lucido come le città tirate su tutte nuove in tempi record. Inutile cercare una letteratura tedesca all’altezza del compito di testimoniare quella tragedia, nota Sebald: pochissimi gli autori e i libri, al punto che il romanzo forse più significativo, scritto da Heinrich Böll, venne pubblicato solo dopo la morte dell’autore.
Fino a oggi neppure Grass ha scritto il libro che Sebald avrebbe voluto, e in ogni caso sarebbe forse davvero troppo tardi. Ma d’altra parte è come se, a partire dalla riunificazione tedesca, egli avesse tentato, romanzo dopo romanzo, di fare i conti con quel ritardo dichiarandolo insuperabile, perché basato su un debito incancellabile. Che a ricordare le sofferenze inflitte ai tedeschi non siano solo gli storici revisionisti o le sottoculture neonazi, ma soprattutto chi tiene ferma l’ipoteca rappresentata da quel debito è importante: perché una memoria non venga usata per cancellarne un’altra. È necessario, perciò, rendere esplicita la condizione da cui si parla: una condizione definita da un «non poter dire» molto diverso da quello che rende inattestabile la testimonianza dei campi di sterminio, eppure ad esso strettamente imparentato. È una condizione che squalifica la voce narrante, ma la rende paradossalmente ascoltabile proprio perché si dichiara implicata, dunque perché ammette che prendere la parola gli è impossibile.
Se confessioni più «tempestive», come fu a suo tempo quella di Joachim Fest, sono servite quali attestati di una riguadagnata pulizia, quella di Grass è un’indelebile sporcatura, come a ribadire che il conto aperto con quel debito non è ancora saldato, e non potrà esserlo mai. Per molto tempo la pubblicistica che, come Angela Merkel, ha una «visione diversa della storia tedesca», ha stigmatizzato il dissenso di Günter Grass accusandolo di parlare non dall’interno, ma dall’esterno di quella stessa storia, quasi che le sue fossero lezioni morali impartite dall’alto scranno di un osservatore innocente: non si poteva evitare di subirle, proprio perché l’innocenza le nobilitava, ma si passava volentieri oltre, come se provenissero dalla luna. Non stupisce, perciò, che ora quella pubblicistica gli si scagli contro allo scopo di revocargli precisamente lo statuto dell’autorità morale, né che sia stato questo il lato che Grass ha offerto ad attacchi anche canaglieschi, come quello lanciatogli in Francia da Bernard-Henry Lévy e pubblicato in Italia dal «Corriere della Sera». Eppure, solo ora che gli viene revocata la patente morale i discorsi di Grass possono cessare di essere attribuiti alla sensibilità, alla collera o alle idiosincrasie di un’anima bella ed essere intesi, invece, come giudizi storici formulati dall’interno della vicenda tedesca. E, ancora paradossalmente, al di là delle intenzioni personali che hanno motivato la sua confessione, solo adesso che Grass ha rivelato il punto della storia dal quale ha preso parola la sua voce non può essere più rimossa o relegata nell’Altrove dei nobili sermoni: è unicamente il suo «non poter dire» a rendere più incisivo ciò che ha detto e fatto in tutta la sua lunga vita.
In questo senso si può parlare della volontaria assunzione del ruolo di capro espiatorio e del suo estremo tentativo di far coincidere il proprio destino con quello della nazione che egli continua ad ammonire, con tutto il condimento narcisistico che una simile identificazione può comportare. Che la confessione giunga tardi non c’è dubbio: già nel 1967, in una conferenza tenuta in Israele, Grass vi giunse molto vicino, ma la evitò in extremis, raccontando di aver fatto parte dei movimenti giovanili hitleriani e di aver prestato servizio «nell’esercito» – non nelle SS – prima di essere fatto, quasi subito, prigioniero. Ma è come se la confessione tardiva, con il lungo tentativo di rimozione che l’ha accompagnata, fosse ormai divenuta l’unico atto possibile per dare compimento, oggi, alla sua opera, per esplicitarne le premesse e mostrare come l’impegno di tutta una vita sia anche stato il tentativo di onorare un debito incancellabile. Tornare a ricordare per restituire anche ai propri interventi la dimensione storica e politica che gli è propria, per stornare da loro il sospetto della morale.